Alexsandr
Dugin commenta il discorso di Medvedev a San
Pietroburgo
http://geopolitics.splinder.com/post/17432999/Alexsandr+Dugin+commenta+il+di
30.06.08
- Alexandr Dugin sottolinea come le analisi
e le indicazioni politico-strategiche formulate
fin dagli anni '80 dal movimento Eurasiatista
sui temi del mondo multipolare
e del ruolo della Russia quale centro promotore
della visione della Geopolitica dei
Grandi Spazi" siano ormai diventate
tratti essenziali della visione politica del
Governo Russo.
In
dieci anni lidea di trasformare, attraverso
la propria specifica Eurasian way,
la Russia in Grande Potenza ha ottenuto accettazione
ufficiale e, soprattutto, consapevolezza diffusa.
Tanto
si evince dai contenuti espressi dal Presidente
D.A. Medvedev durante il suo
discorso al Forum economico di San Pietroburgo.(Leggi)
Nessuno
oggi può impunemente dire verità
così scottanti agli Stati Uniti, ma
Medvedev lo ha fatto. E lo ha fatto indirizzando
la critica al mondo unipolare che la globalizzazione
condotta dagl USA ha prodotto, sovrastimando
le capacità di un unico stato di gestirne
le conseguenze. Questo ha generato delle conseguenze
che sono inaccettabili per la stragrande maggioranza
della popolazione mondiale."
Le
sue dichiarazioni continua Dugin -
rappresentano la storica continuazione delle
analisi e delle tesi espresse da V.V. Putin
nel discorso tenuto a Monaco
(Leggi) durante la 43° Conferenza
sulla Sicurezza del 10 febbraio 2007.
postato da gianalfonso@hotmail.com
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La
Russia lancia una nuova Bretton Woods
Il
Presidente russo Dmitri Medvedev dinanzi al
Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo
condanna la politica finanziaria ed economica
degli Stati Uniti, che ha dato vita all
economia dellegoismo e così anche
ad una crisi ben più temibile della
grande depressione degli anni 30, rilancia
la nuova conferenza internazionale che avrà
stavolta come baricentro la Russia. Sul fallimento
delleconomia internazionale propone
la riforma dell'architettura finanziaria mondiale
mediante lorganizzazione in Russia di
una conferenza internazionale. Si fa così
strada lalea di una nuova Bretton Woods,
che potrebbe avere in Mosca la sua sede permanente,
e nello stesso continente euro-asiatico i
presupposti da cui ripartire.
Le
parole del Presidente russo Dmitri Medvedev,
pronunciate dinanzi al Forum Economico Internazionale
di San Pietroburgo, più che una sfida
sono una vera e propria manifestazione di
intenti per la fondazione della prossima conferenza
sulleconomia mondiale. Se da una parte
condanna la politica finanziaria ed economica
degli Stati Uniti che ha dato vita, secondo
Medvedev, all economia dellegoismo
e così anche ad una crisi ben più
temibile della grande depressione degli anni
30, dall'altro rilancia la nuova conferenza
internazionale che avrà stavolta come
baricentro la Russia. Gli Stati Uniti, con
la loro "politica finanziaria aggressiva",
vengono definiti da Medvedev come i responsabili
dell'impoverimento della maggior parte dei
popoli del pianeta. Una politica che, sottovalutando
i rischi corsi dalle principali compagnie
finanziarie, ha provocato delle perdite solo
per le imprese, mettendo in discussione persino
le regole del mercato. Il presidente russo
ha così accusato gli Stati Uniti di
ricoprire "un ruolo che non corrisponde
alle sue capacità reali", ma soprattutto
di essere all'origine della crisi finanziaria
mondiale, in quanto "l'economia di mercato
non è destinata a generare unicamente
disuguaglianze, distruzione dell'ambiente
naturale e crisi sistemiche". La requisitoria
del Presidente russo va infatti a toccare
ogni aspetto più cruciale della particolare
congiuntura che il mondo attraverso, dalla
spregiudicata speculazione bancaria che ha
creato la bolla del credito e il panico della
liquidità, sino allassurdo rincaro
dei beni di sussistenza e dei beni di largo
uso, che hanno decretato secondo Medvedev
limpoverimento, non solo dei Paesi in
via di sviluppo, ma anche della popolazione
dei cosiddetti paesi ricchi. "Le crisi
odierne, dalla penuria alimentare, alla crescita
dei prezzi, alle catastrofi naturali che sempre
più spesso si verificano, evidenziano
che il sistema di istituzioni internazionali
per dirigere l'economia non corrisponde alle
sfide - dichiara Medvedev - si registra così
un certo vuoto istituzionale, mancano organismi
per la soluzione di problemi concreti. L'idea
che un paese possa prendersi il ruolo di governatore
globale si è rivelata illusoria".
Sul fallimento delleconomia internazionale,
ma soprattutto sulle ceneri del dollaro e
degli Stati Uniti propone la riforma dell'architettura
finanziaria mondiale, e in primo luogo del
Fondo monetario internazionale mediante lorganizzazione
entro l'anno in Russia di una conferenza internazionale,
con la partecipazione delle maggiori compagnie
finanziarie e i migliori esperti. Si fa così
strada lalea di una nuova Bretton Woods,
che potrebbe avere in Mosca la sua sede permanente,
e nello stesso continente euro-asiatico i
presupposti da cui ripartire. L'obiettivo
è ridisegnare gli assetti mondiali,
e per far questo occorre stravolgere anche
le istituzioni internazionali, sino a capovolgere
il ruolo delle attuali potenze rispetto a
quelle emergenti sempre più forti.
"Vogliamo partecipare alla formazione
delle nuove regole del gioco", ammette
Medvedev senza però trascurare che
"questo non significa affatto avere una
volontà imperialistica, ma solo riconoscere
che la Russia ha la capacità e le risorse
necessarie per farlo".
Con
un'economia in pieno boom, che vale 1,3 miliardi
dollari, riserve in valuta estera pari a 480
miliardi di dollari e 144 miliardi nel Fondo
di Stabilizzazione, Medvedev presenta la Russia
come il prossimo centro finanziario internazionale
che erigerà il rublo a valuta leader
per la regione euroasiatica, nonché
a riserva mondiale. Unipotesi questa
neanche molto lontano dalla realtà
delineata dal Fondo Monetario Internazionale
(FMI) - come dichiarato da John Lipsky, primo
direttore generale del FMI, dinanzi al Forum
di San Pietroburgo - secondo il quale ci si
deve aspettare un interesse sempre maggiore
nei confronti della moneta russa, una volta
che il sistema finanziario giunga ad unevoluzione
tale da lanciarla prima in un contesto regionale
e poi mondiale, ossia con un'inflazione bassa
e un flusso di investimenti stabile che siano
sintomo di solvibilità e stabilità.
Il Ministro delle Finanze Alexei Kudrin, non
a caso lascia trapelare linformazione
secondo cui "un fondo di investimento
cinese sarebbe pronto a convertire le sue
attività in rubli", conferendole
già il primo volto di riserva regionale.
Non
si può dunque nascondere come linesorabile
crescita delleconomia russa stia influendo
sui flussi dei capitali, sulla struttura delleconomia
mondiale e sulla redistribuzione delle risorse,
ma non occorre cadere nellillusione
o nella trappola della nuova Bretton Woods.
Il fallimento di tale sistema ha rivelato
lerrore di fondo di basare su di un
ristretto gruppo di entità o su ununica
potenza economica, a prescindere dal fatto
che abbia o non abbia le capacità per
reggere tale responsabilità. Sostituire
nuovi poteri ai vecchi reggenti non significa
rifondare le strutture economiche istituzionali,
ma solo cambiare la squadra dirigente, inserendo
allinterno dei rappresentanti di diversi
centri di potere. La Russia, con il suo patrimonio
energetico e la sua ricca fonte di capitali,
rivendica ora quella posizione di rilievo
negli organismi decisionali internazionali,
dopo essere stata isolata per circa venti
anni proprio dagli artefici di quella "politica
egoistica" che ora condanna. Riprende
ora la sua scalata sociale, dopo essere stata
dormiente per alcuni anni, e lo fa sia agendo
allinterno dellONU, che difende
come unica Istituzione legittimata, sia attraverso
il rilancio della discussione sulle anomalie
e le distorsioni economiche. In questo piano,
semi-perfetto, non bisogna escludere lUnione
Europea che resta un forte accentratore di
potere nonostante la sua dipendenza energetica,
e la ripresa degli Stati Uniti che potrebbe
giungere proprio con la possibile elezione
di Barack Obama, strenuo difensore dei deboli
e trascinatore di masse, attorno al quale
si potrebbe formare una nuova coalizione politica.
Infatti, lattuale amministrazione di
Washington appare ancora come limmagine
speculare degli Stati Uniti "padroni
del mondo", mentre il nuovo Obama ha
tutta laria di essere il nuovo volto
che lAmerica stava aspettando per riacquisire
credibilità e fiducia a livello internazionale.
Non vi sono né vinti né vincitori,
quanto meno giustizieri, ma solo candidati
a ricoprire posizioni di comando che spesso
trovano un ragionevole compromesso per spartire
il potere.
Fulvia
Novellino da Rinascita Balcanica
http://www.rinascitabalcanica.com/?read=9777
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Tuesday, February 13, 2007
Il discorso di Putin a Monaco
Discorso
di Vladimir Vladimirovic Putin alla 43ma Conferenza
sulla Sicurezza.
Monaco,
10 febbraio 2007
Egregi
Cancelliere Federale, Signor Teltschik, signore
e signori, vi ringrazio.
Sono
molto grato di essere stato invitato a una
conferenza così rappresentativa che
riunisce politici, militari, imprenditori
ed esperti provenienti da più di 40
paesi. La struttura di questa conferenza mi
permette di evitare gli "inutili convenevoli"
e la necessità di usare formule diplomatiche
piacevoli e altisonanti ma fondamentalmente
vuote. La struttura di questa conferenza mi
permetterà di dire quello che penso
realmente dei problemi della sicurezza internazionale.
E se i miei commenti sembreranno ai miei colleghi
inutilmente polemici, tendenziosi oppure inesatti,
prego loro di non incollerirsi con me. Dopo
tutto questa è solo una conferenza.
E spero dunque che dopo i primi due o tre
minuti del mio discorso il signor Teltschik
non accenderà la "luce rossa".
Dunque.
È ben noto che la problematica della
sicurezza internazionale non si limita alle
questioni della stabilità politica
e militare. Essa comprende la stabilità
dell'economia globale, il superamento della
povertà, la sicurezza economica e lo
sviluppo di un dialogo tra civiltà.
Questo
carattere universale, indivisibile della sicurezza
si esprime anche nel suo principio fondamentale
secondo il quale "la sicurezza di uno
è la sicurezza di tutti". Come
disse Franklin D. Roosevelt durante i primi
giorni della seconda guerra mondiale: "Ovunque
sia spezzata la pace, la pace di tutti i paesi
del mondo si trova minacciata".
Queste
parole conservano ancora oggi tutta la loro
attualità. Lo dimostra anche il tema
della nostra conferenza: "Le crisi globali,
la responsabilità globale".
Solo
due decenni fa il mondo era diviso ideologicamente
ed economicamente, e la sua sicurezza era
garantita dagli enormi potenziali strategici
di due superpotenze.
Questa
contrapposizione globale marginalizzò
i più acuti problemi economici e sociali
nelle considerazioni della comunità
internazionale e nell'agenda mondiale. E,
come ogni altra guerra, la Guerra Fredda ci
lasciò anche le "munizioni vive",
metaforicamente parlando. Mi riferisco agli
stereotipi ideologici, ai doppi criteri di
giudizio e ad altri aspetti tipici del pensiero
della Guerra Fredda.
Anche
il mondo unipolare proposto dopo la Guerra
Fredda è venuto meno alle aspettative.
La
storia dell'umanità ha certamente conosciuto
periodi di unipolarismo e aspirazioni alla
supremazia mondiale. E cosa non ha conosciuto,
la storia dell'umanità?
Tuttavia,
cos'è un mondo unipolare? Per quanto
si possa abbellire questo termine, esso si
riduce in pratica a una sola cosa: un unico
centro di potere, un unico centro di forza,
un unico centro decisionale.
È
un mondo in cui c'è un solo padrone
e un solo sovrano. E in definitiva ciò
è un pericolo non solo per coloro che
si trovano a vivere dentro questo sistema,
ma anche per quella stessa entità sovrana,
la quale finisce per distruggersi dall'interno.
E
questo di certo non ha nulla a che vedere
con la democrazia. Perché, come sapete,
la democrazia è il potere di una maggioranza
che tenga conto degli interessi e delle opinioni
della minoranza.
A
tale proposito, alla Russia - a noi - vengono
costantemente date lezioni di democrazia.
Ma, chissà perché, coloro che
ce le impartiscono non sono molto disposti
a impararle.
Io
ritengo che il modello unipolare non sia solo
inaccettabile ma anche impossibile nel mondo
attuale. E non solo perché se a guidare
il mondo di oggi - e soprattutto di oggi -
ci fosse un'unica potenza le risorse militari,
politiche ed economiche non sarebbero sufficienti.
Ancora più importante è il fatto
che il modello stesso è difettoso,
perché alla sua base non ci sono e
non ci possono essere i principi morali della
civiltà moderna.
Inoltre,
ciò che ora sta accadendo nel mondo
- e abbiamo appena cominciato a discuterne
- è la conseguenza del tentativo di
introdurre nelle relazioni internazionali
proprio questo concetto di mondo unipolare.
E
qual è il risultato?
Le
azioni unilaterali e spesso illegittime non
hanno risolto alcun problema. Inoltre hanno
generato nuove tragedie umanitarie e creato
nuovi focolai di tensione. Giudicate voi:
le guerre e i conflitti locali e regionali
non sono diminuiti. Il signor Teltschik vi
ha accennato molto blandamente. E in questi
conflitti non muoiono meno persone di prima;
ne muoiono di più. Considerevolmente
di più, considerevolmente di più!
Oggi
stiamo assistendo a un uso quasi incontenibile
e ipertrofico della forza negli affari internazionali,
di una forza militare che sta spingendo il
mondo in un abisso fatto di un conflitto dopo
l'altro. Ne consegue che non abbiamo le capacità
sufficienti per trovare una soluzione articolata
ad alcuno di questi conflitti. Trovare una
soluzione politica diventa ugualmente impossibile.
Stiamo
osservando un disprezzo sempre maggiore dei
principi basilari della legge internazionale.
E le norme legali indipendenti si stanno di
fatto sempre più avvicinando al sistema
legale di un unico stato, e precisamente gli
Stati Uniti, i quali hanno varcato i propri
confini nazionali in tutte le sfere: economica,
politica e umanitaria - e si sono imposti
sugli altri stati. A chi va bene, questo?
A chi va bene?
Nelle
relazioni internazionali vediamo sempre più
il desiderio di risolvere questo o quel problema
secondo le cosiddette regole dell'opportunità
politica, cioè basandosi sul clima
politico attuale.
Naturalmente
questa tendenza è estremamente pericolosa.
Fa sì che nessuno di fatto si senta
sicuro. Voglio sottolinearlo: nessuno si sente
sicuro! Perché nessuno può ripararsi
dietro la legge internazionale come se si
trattasse di un muro di pietra in grado di
proteggerlo. Naturalmente una tale politica
diventa il catalizzatore della corsa agli
armamenti.
Il
prevalere del fattore-forza incoraggia inevitabilmente
una serie di paesi ad acquisire armi di distruzione
di massa. Inoltre sono emerse nuove minacce:
malgrado fossero ben note in precedenza, ora
hanno assunto un carattere globale, come il
terrorismo.
Ne
sono certo: siamo giunti al momento critico
in cui dobbiamo occuparci seriamente dell'architettura
della sicurezza globale.
E
dobbiamo procedere cercando un equilibrio
ragionevole tra gli interessi di tutti i soggetti
delle relazioni internazionali. Tanto più
ora che il "panorama internazionale"
è così vario e muta così
rapidamente: muta in rapporto allo sviluppo
dinamico di tutta una serie di paesi e di
regioni.
Il
Cancelliere Federale ne ha già parlato.
Il prodotto interno lordo complessivo di Cina
e India per parità di potere d'acquisto
è già maggiore di quello degli
Stati Uniti. Calcolandolo secondo lo stesso
principio, il prodotto interno lordo dei paesi
del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) supera
il prodotto interno lordo complessivo dell'Unione
Europea. E secondo gli esperti questo divario
è destinato ad accrescersi nel futuro.
Non
c'è ragione di dubitare che il potenziale
economico dei nuovi centri di crescita mondiale
si tradurrà inevitabilmente in influenza
politica e rafforzerà il multipolarismo.
In
relazione a ciò, sta crescendo fortemente
il ruolo della diplomazia multilaterale. La
franchezza, la trasparenza e la prevedibilità
sono in politica dei principi incontestabili,
e l'impiego della forza dovrebbe essere davvero
una misura eccezionale, paragonabile all'uso
della pena di morte nei sistemi giudiziari
di alcuni stati.
Oggi,
al contrario, stiamo osservando la tendenza
opposta, e cioè una situazione in cui
paesi che escludono la pena di morte anche
in caso di omicidi e altri gravissimi crimini
partecipano tranquillamente a operazioni militari
che è arduo definire legittime. E in
questi conflitti vengono uccise delle persone:
centinaia, migliaia di civili!
Ma
allo stesso tempo sorge un problema: dovremmo
restare indifferenti ed estranei ai vari conflitti
interni che affliggono alcuni paesi, ai regimi
autoritari, ai dittatori e alla proliferazione
delle armi di distruzione di massa? Questo
problema era già al centro della domanda
posta dall'egregio collega signor Lieberman
al Cancelliere Federale. [Rivolgendosi al
signor Lieberman] Ho compreso correttamente
la sua domanda? Allora è una domanda
molto seria! Possiamo osservare con indifferenza
quello che sta accadendo? Cercherò
anch'io di rispondere alla sua domanda: naturalmente
non possiamo restare indifferenti. Naturalmente
no.
Ma
abbiamo i mezzi per contrastare queste minacce?
Certamente. Basta guardare alla storia recente.
Il nostro paese è stato protagonista
di una transizione pacifica verso la democrazia.
Si è verificata una trasformazione
pacifica del regime sovietico: una trasformazione
pacifica! E che regime! Con che arsenale,
compreso quello nucleare! Perché adesso
dovremmo cominciare a bombardare e a sparare
appena se ne presenta l'occasione?
In
assenza della minaccia della reciproca distruzione
non abbiamo forse una sufficiente cultura
politica e un fondamentale rispetto per i
valori democratici e per la legge?
Ne
sono convinto: l'unico meccanismo che possa
prendere decisioni sull'uso della forza militare
come ultima risorsa è la Carta delle
Nazioni Unite. E a proposito di questo, o
non ho compreso quello che ha appena detto
il nostro collega, il ministro italiano della
difesa, o si è espresso in modo inesatto.
In ogni caso, ho capito che l'uso della forza
può essere considerato legittimo solo
quando la decisione venga presa dalla NATO,
dall'Unione Europea o dalle Nazioni Unite.
Se davvero è così, la pensiamo
diversamente. Oppure ho sentito male. Il ricorso
alla forza può essere considerato legittimo
solo se la decisione è stata presa
nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo
la necessità di sostituire le Nazioni
Unite con la NATO o con l'Unione Europea.
Quando le Nazioni Unite uniranno davvero le
forze della comunità internazionale
e potranno realmente reagire ad eventi che
accadono in vari paesi, quando ci lasceremo
alle spalle il disprezzo della legge internazionale,
allora la situazione potrà cambiare.
Altrimenti la situazione risulterà
in un vicolo cieco, e il numero di gravi errori
si moltiplicherà. Inoltre bisogna naturalmente
assicurarsi che la legge internazionale abbia
carattere universale sia nella sua concezione,
sia nell'applicazione delle sue norme.
E
non bisogna scordare che una condotta politica
democratica si accompagna alla discussione
e a un laborioso processo decisionale.
Egregi
signore e signori!
Il
potenziale rischio di destabilizzazione delle
relazioni internazionali è connesso
anche con l'ovvia stagnazione sulla questione
del disarmo.
La
Russia appoggia un rinnovato dialogo su questo
cruciale problema.
È
importante conservare la stabilità
del quadro legale internazionale relativamente
alla distruzione delle armi e dunque assicurare
continuità al processo di riduzione
delle armi nucleari.
Con
gli Stati Uniti d'America abbiamo concordato
di ridurre il nostro potenziale missilistico
nucleare strategico a 1700-2000 testate nucleari
entro il 31 dicembre 2012. La Russia intende
tener rigorosamente fede all'impegno preso.
Speriamo che anche i nostri interlocutori
agiscano in modo trasparente e non mettano
da parte "per le giornate nere"
un paio di centinaia di testate nucleari superflue.
E se oggi il nuovo ministro della difesa americano
dichiara che gli Stati Uniti non nasconderanno
queste testate superflue né nei depositi,
né - per così dire - "sotto
il cuscino" o "sotto la coperta",
allora io propongo a tutti di alzarci in piedi
e plaudire alle sue parole. Sarebbe una dichiarazione
molto importante.
La
Russia aderisce rigorosamente e intende continuare
ad aderire al Trattato sulla Non-Proliferazione
delle Armi Nucleari e al regime di supervisione
multilaterale per le tecnologie missilistiche.
I principi incorporati in questi documenti
hanno carattere universale.
A
tale proposito vorrei ricordare che negli
anni Ottanta l'Unione Sovietica e gli Stati
Uniti firmarono un accordo per la distruzione
di un'intera classe di missili a breve e media
gittata, ma questi documenti non avevano carattere
universale.
Oggi
molte altre nazioni possiedono questi missili,
compresa la Repubblica Democratica Popolare
di Corea, la Repubblica Coreana, l'India,
l'Iran, il Pakistan e Israele. Molti paesi
stanno lavorando a questi sistemi e progettano
di introdurli nel loro arsenale militare.
E solo gli Stati Uniti e la Russia hanno preso
l'impegno di non creare questi sistemi d'arma.
È
ovvio che in queste condizioni dobbiamo pensare
a garantirci la sicurezza.
Al
contempo è impossibile permettere la
comparsa di nuove e destabilizzanti armi ad
alta tecnologia, specialmente nello spazio.
Le guerre stellari non sono più una
fantasia, ma una realtà. Già
alla metà degli anni Ottanta i nostri
interlocutori americani sono stati in grado
di mettere in pratica l'intercettazione di
un loro satellite.
Secondo
la Russia la militarizzazione dello spazio
potrebbe avere conseguenze imprevedibili per
la comunità internazionale, provocando
niente meno che l'inizio di un'era nucleare.
Noi abbiamo più volte proposto iniziative
volte a impedire l'uso di armi nello spazio.
Oggi
vorrei informarvi che abbiamo preparato il
progetto di un accordo per la prevenzione
dell'impiego di armi nello spazio. Prossimamente
sarà mandato ai nostri interlocutori
sotto forma di proposta ufficiale. Lavoriamoci
assieme.
I
piani per estendere all'Europa certi elementi
del sistema di difesa missilistica non possono
non allarmarci. A chi serve che si proceda
a un'inevitabile corsa agli armamenti? Dubito
profondamente che si tratti degli europei.
Armi
missilistiche con una portata di cinque-ottomila
chilometri in grado di minacciare realmente
l'Europa non esistono in alcuna delle cosiddette
nazioni problematiche. E nel vicino futuro
e in prospettiva questo non accadrà
e non è nemmeno prevedibile. E qualsiasi
ipotetico lancio, per esempio, di un missile
nordcoreano sul territorio americano attraverso
l'Europa occidentale sarebbe in evidente contraddizione
con le leggi della balistica. Come diciamo
in Russia, sarebbe come "usare la mano
destra per toccarsi l'orecchio sinistro".
E
trovandomi qui in Germania non posso non parlare
della crisi in cui versa il Trattato sulle
Forze Armate Convenzionali in Europa.
Il
Trattato Adattato sulle Forze Armate Convenzionali
in Europa è stato firmato nel 1999.
Teneva conto di una nuova realtà geopolitica,
e cioè l'eliminazione del blocco di
Varsavia. Da allora sono passati sette anni
e solo quattro stati hanno ratificato questo
documento, compresa la Federazione Russa.
I
paesi della NATO hanno dichiarato apertamente
che non ratificheranno questo trattato, comprese
le misure più restrittive per i fianchi
(che riguardano l'impiego di un certo numero
di forze armate nei fianchi della NATO), finché
la Russia non smantellerà le sue basi
militari nella Georgia e nella Moldova. Il
nostro esercito sta lasciando la Georgia,
perfino più in fretta del previsto.
Abbiamo risolto i problemi che avevamo con
i nostri colleghi georgiani, come è
risaputo. Nella Moldova ci sono ancora 1500
uomini impegnati in operazioni di mantenimento
della pace e a proteggere i depositi di munizioni
che risalgono ai tempi dell'Unione Sovietica.
Discutiamo continuamente di questa questione
con il signor Solana, che conosce la nostra
posizione. Siamo pronti a continuare a lavorare
in questa direzione.
Ma
cosa sta succedendo, nello stesso tempo? Nello
stesso tempo in Bulgaria e in Romania compaiono
le cosiddette basi americane avanzate con
circa cinquemila uomini ciascuna. Risulta
che la NATO ha dispiegato ai nostri confini
le sue forze avanzate mentre noi, continuando
a rispettare gli impegni del trattato, non
reagiamo in alcun modo.
Penso
che sia ovvio che l'espansione della NATO
non ha niente a che fare con la modernizzazione
dell'Alleanza stessa o con la necessità
di rendere più sicura l'Europa. Al
contrario, rappresenta un grave fattore di
provocazione che riduce il livello di fiducia
reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere:
contro chi si sta svolgendo questa espansione?
E che ne è stato delle dichiarazioni
fatte dai nostri interlocutori occidentali
dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia?
Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno
se ne ricorda nemmeno. Ma io mi permetterò
di ricordare a questo uditorio quello che
era stato detto. Vorrei citare il discorso
del Segretario Generale della NATO Woerner
a Bruxelles il 17 maggio 1990. Egli disse
allora che: "il solo fatto che siamo
disposti a non dispiegare le truppe della
NATO fuori dal territorio tedesco fornisce
all'Unione Sovietica salde garanzie di sicurezza".
Dove sono queste garanzie?
Le
pietre e i muri di cemento del Muro di Berlino
si sono già dispersi da molto tempo
in forma di souvenir. Ma non dovremmo dimenticare
che il crollo del Muro di Berlino fu possibile
grazie a una scelta storica fatta anche dal
nostro popolo, il popolo russo: una scelta
a favore della democrazia, della libertà,
della trasparenza e di una sincera collaborazione
con tutti i membri della grande famiglia europea.
E
ora stanno già cercando di imporci
nuove divisioni e nuovi muri, benché
virtuali, ma sempre in grado di dividere e
tagliare il nostro continente comune. Ed è
mai possibile che ci vogliano nuovamente molti
anni e decenni, e diverse generazioni di politici,
per distruggere e smantellare questi muri?
Egregi
signore e signori!
Noi
sosteniamo con insistenza il rafforzamento
del regime di non-proliferazione. Gli attuali
principi legali internazionali ci permettono
di sviluppare tecnologie per produrre combustibile
nucleare per scopi pacifici. E molti paesi
hanno tutte le ragioni per voler produrre
energia nucleare come base per la loro autonomia
energetica. Ma capiamo anche che queste tecnologie
possono essere rapidamente trasformate per
la produzione di armi nucleari.
Questo
crea gravi tensioni internazionali. Un chiaro
esempio di ciò è rappresentato
dal clima che circonda il programma nucleare
iraniano. E se la comunità internazionale
non troverà una soluzione ragionevole
per risolvere questo conflitto di interessi
il mondo continuerà ad essere afflitto
da simili crisi destabilizzanti, perché
ci sono altri paesi oltre all'Iran, e noi
tutti lo sappiamo. Siamo destinati a continuare
a confrontarci con la minaccia della proliferazione
delle armi di distruzione di massa.
Lo
scorso anno la Russia ha proposto di realizzare
centri internazionali per l'arricchimento
dell'uranio. Siamo aperti alla possibilità
che simili centri vengano creati non solo
in Russia ma anche in altri paesi dove ci
sia una base legittima per l'uso dell'energia
nucleare civile. I paesi che vogliono sviluppare
la propria energia nucleare avrebbero la garanzia
di ricevere il combustibile attraverso la
partecipazione diretta a questi centri, che
naturalmente opererebbero sotto la rigida
supervisione dell'AIEA.
Le
più recenti iniziative proposte dal
presidente americano George W. Bush concordano
con le proposte russe. Ritengo che la Russia
e gli Stati Uniti siano oggettivamente e ugualmente
interessati a rafforzare il regime di non-proliferazione
delle armi di distruzione di massa e le modalità
del loro impiego. Sono proprio i nostri paesi,
che hanno il maggiore potenziale nucleare
e missilistico, che devono guidare lo sviluppo
di nuove e più rigide misure di non-proliferazione.
La Russia è pronta per questo lavoro.
Stiamo conducendo consultazioni con gli amici
americani.
In
generale dovremmo riuscire a realizzare un
intero sistema di incentivi politici e di
stimoli economici; stimoli grazie ai quali
i paesi sarebbero interessati a non sviluppare
un proprio ciclo energetico nucleare pur avendo
comunque la possibilità di sviluppare
energia nucleare e di rafforzare il loro potenziale
energetico.
A
tale proposito parlerò ora più
dettagliatamente della cooperazione energetica
internazionale. Anche il Cancelliere Federale
ne ha parlato, seppur brevemente. Nel settore
dell'energia la Russia è orientata
alla creazione di principi di mercato uniformi
e di condizioni trasparenti per tutti. È
ovvio che i prezzi devono essere determinati
dal mercato e non essere soggetti a speculazioni
politiche, pressioni economiche o ricatti.
Siamo
aperti alla collaborazione. Le compagnie straniere
collaborano a tutti i nostri progetti energetici.
Secondo diverse stime, fino al 26% dell'estrazione
del petrolio in Russia - il 26%, badate -
viene fatto con capitali stranieri. Provate,
provate a trovare un esempio simile di ampia
partecipazione delle compagnie russe in settori
chiave dell'economia dei paesi occidentali.
Un tale esempio non esiste! Non esiste, un
tale esempio.
Voglio
anche ricordare il rapporto tra gli investimenti
stranieri in Russia e gli investimenti della
Russia all'estero. Il rapporto è di
circa quindici a uno. E qui avete un esempio
tangibile dell'apertura e della stabilità
dell'economia russa.
La
sicurezza economica è il settore in
cui tutti devono aderire a principi uniformi.
Siamo pronti a competere lealmente.
Per
questa ragione nell'economia russa appaiono
possibilità sempre maggiori. Gli esperti
e i nostri partner occidentali stanno valutando
obiettivamente questi cambiamenti. Così
recentemente l'OECD ha rialzato il rating
creditizio della Russia, che è passata
dal quarto al terzo gruppo. E oggi a Monaco
vorrei approfittare di questa occasione per
ringraziare i nostri colleghi tedeschi per
aver contribuito a questa decisione.
Inoltre,
come sapete, il processo che porterà
all'entrata della Russia nella WTO è
giunto nelle fasi finali. Vorrei ora rilevare
che durante i lunghi e difficili colloqui
abbiamo più volte sentito parlare di
libertà di espressione, libero mercato
e pari opportunità, ma per qualche
motivo solo ed esclusivamente a proposito
del mercato russo.
E
c'è un altro importante tema che influenza
direttamente la sicurezza globale. Oggi molti
parlano della lotta alla povertà. Cosa
sta accadendo realmente in questa sfera? Da
un lato si investe in programmi per aiutare
i paesi più poveri, e a volte le risorse
impiegate sono sostanziose. Ma ad essere sinceri
- e molti qui lo sanno - questo spesso avviene
con l'intervento di compagnie di quello stesso
paese-donatore. Dall'altro lato, i paesi sviluppati
conservano i propri sussidi agricoli e limitano
l'accesso degli altri paesi alle alte tecnologie.
E
diciamo le cose come stanno: una mano distribuisce
le "elemosine" e l'altra non solo
contribuisce a perpetuare l'arretratezza economica
ma ne raccoglie anche i profitti. La nascente
tensione sociale nelle regioni depresse risulta
inevitabilmente nella crescita del radicalismo
e dell'estremismo, alimenta il terrorismo
e i conflitti locali. E se tutto questo avviene,
diciamo, in una regione come il Medio Oriente
dove si sta acuendo la percezione dell'ingiustizia
e slealtà del resto del mondo, allora
c'è il rischio di una destabilizzazione
globale.
È
ovvio che i principali paesi dovrebbero vedere
questa minaccia. E di conseguenza fondare
un sistema di relazioni economiche globali
più giusto e democratico, un sistema
che dia a tutti possibilità e occasioni
di sviluppo.
Egregi
signore e signori, parlando alla Conferenza
sulla Sicurezza è impossibile non nominare
le attività dell'Organizzazione per
la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE).
Com'è ben noto, questa organizzazione
fu creata per esaminare tutti - sottolineo
tutti - gli aspetti della sicurezza: gli aspetti
militari, politici, economici, umanitari,
nelle loro relazioni reciproche.
A
cosa stiamo assistendo in pratica oggi? Oggi
vediamo che questo equilibrio è chiaramente
distrutto. Si sta cercando di trasformare
l'OSCE in un volgare strumento di promozione
degli interessi in materia di politica estera
di un paese o di un gruppo di paesi. E per
questo è stato "confezionato"
anche l'apparto burocratico dell'OSCE, che
non è assolutamente collegato in alcun
modo con gli stati fondatori. I processi decisionali
e il coinvolgimento della cosiddette organizzazioni
non-governative indipendenti sono stati fatti
su misura per quel compito. Formalmente queste
organizzazioni sono indipendenti, sì,
ma essendo finanziate appositamente sono in
realtà sotto controllo.
Secondo
i documenti fondatori, nella sfera umanitaria
l'OSCE ha il compito di assistere i paesi
membri nell'osservanza delle norme internazionali
sui diritti umani, a loro richiesta. È
un compito importante. Noi lo appoggiamo.
Ma questo non significa interferire negli
affari interni di altri paesi, e tanto meno
dettare a questi paesi regole che determinino
la loro vita e il loro sviluppo.
È
ovvio che questa interferenza non promuove
affatto lo sviluppo di stati democratici.
Anzi, li rende dipendenti e conseguentemente
instabili sul piano politico ed economico.
Contiamo
sul fatto che l'OSCE adempia ai suoi scopi
originari e stabilisca con stati sovrani relazioni
basate sul rispetto, la fiducia e la trasparenza.
Egregi
signore e signori!
Concludendo
vorrei rilevare questo. Noi spesso - e io
personalmente molto spesso - ci sentiamo dire
dai nostri interlocutori, compresi quelli
europei, che la Russia dovrebbe avere un ruolo
sempre più attivo negli affari mondiali.
A
tale proposito mi permetto di fare una piccola
osservazione. Non c'è bisogno di spingerci
e stimolarci a farlo. La Russia ha alle spalle
una storia di più di mille anni e ha
praticamente sempre goduto del privilegio
di condurre una politica estera indipendente.
Non
intendiamo venir meno a questa tradizione
nemmeno oggi. Al contempo siamo tutti consapevoli
di come il mondo sia cambiato e abbiamo una
percezione realistica delle nostre possibilità
e potenzialità. E, naturalmente, vorremmo
interagire con interlocutori responsabili
e indipendenti con cui collaborare alla costruzione
di un ordine mondiale giusto e democratico
che possa garantire sicurezza e prosperità
non solo a pochi eletti, ma a tutti.
Grazie
per l'attenzione.
Originale:
http://www.kremlin.ru/
Tradotto
dal russo all'italiano da Mirumir, un membro
di Tlaxcala, la rete di traduttori per la
diversità linguistica. Questa traduzione
è in Copyleft per ogni uso non-commerciale:
è liberamente riproducibile, a condizione
di rispettarne l'integrità e di menzionarne
l'autore e la fonte.
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