Marcia
su Roma
La marcia su Roma fu una vasta manifestazione
fascista, con caratteristiche eversive o di
colpo di Stato, tenutasi il 28 ottobre 1922
nella capitale d'Italia, con l'afflusso nella
città di decine di migliaia di squadristi
che rivendicavano il potere politico nel regno.
Questo evento rappresenta l'ascesa al potere
del Partito Nazionale Fascista (PNF) e la
fine della democrazia liberale, attraverso
la nomina a capo del governo del Regno d'Italia
di Benito Mussolini.
Taluni
storici considerano ricompresi nella locuzione
alcuni altri eventi collegati, verificatisi
fra il 27 ed il 30 ottobre del 1922.
Antefatti
e premesse
Nei
mesi precedenti (specialmente dopo il luglio
1922 in cui vi era stata una grave crisi),
la politica parlamentare viveva le manovre
dei popolari di Don Sturzo per un governo
guidato da Vittorio Emanuele Orlando in coalizione
coi socialisti. Il movimento fascista (ormai
definitivamente guidato dal solo Mussolini)
si trasformava invece in partito, combattendo
al suo interno fra spinte volte a scelte rivoluzionarie
ed istanze di crescita costituzionale. Mussolini
aveva optato per una "via parlamentare"[1]
e tenne a freno gli animosi squadristi, e
nella sua politica iniziò la ricerca
del consenso popolare; profittò perciò
propagandisticamente a piene mani del coinvolgimento
di Gabriele D'Annunzio nell'occupazione del
Comune di Milano (3 agosto 1922 - D'Annunzio
si era affacciato al balcone del palazzo occupato
ed aveva arringato la folla), per sottintenderne
la sua adesione al partito. Del resto, lo
stesso Giovanni Giolitti, in un'intervista
al Corriere della Sera, aveva sostenuto l'opportunità
di una trasformazione in senso costituzionale
del movimento. Nel frattempo, la propaganda
affievoliva il carattere repubblicano del
movimento, onde non porsi troppo presto in
aperto contrasto con (ovviamente) la Corona
e le forze armate, lealissime al giuramento
di fedeltà prestato al re[senza fonte].
Iniziò
una lunga teoria di incontri e contatti di
Mussolini con gli esponenti politici più
importanti, onde verificare possibili alleanze,
e contemporaneamente vi furono timidi sondaggi
e più aperti abboccamenti anche con
gli esponenti del mondo imprenditoriale ed
economico. Da questi ultimi rapporti, sempre
nell'agosto, nacque uno studio di Ottavio
Corgini e Massimo Rocca che sarebbe stato
pressoché direttamente mutuato in un
nuovo programma economico fascista.
Mussolini
si risolse a considerare Giolitti probabilmente
il più pericoloso dei suoi avversari
e perciò dedicò le sue attenzioni
a Facta, "figlio" politico di Giolitti
e assai devoto verso il suo mentore, che intendeva
sganciare dallo statista per coinvolgerlo
in ruoli governativi di massimo prestigio
politico insieme a D'Annunzio, nel qual caso
di Facta avrebbe potuto essere il merito di
una eventuale "normalizzazione"
dei fascisti; altra ipotesi è che fosse
stato Facta, nei contatti avuti, a coltivare
questa prospettiva, sfumata l'11 ottobre a
Gardone in un incontro fra Mussolini e D'Annunzio
nel quale il PNF sottoscrisse accordi con
una sorta di sindacato dei marittimi (Federazione
del Mare, guidata da Giuseppe Giulietti) che
il poeta aveva preso sotto tutela, e questo
accordo avrebbe legato anche i due esponenti[2].
Facta aveva in realtà contattato direttamente
D'Annunzio, ed insieme avevano pensato ad
una marcia su Roma di ex-combattenti guidata
da D'Annunzio e da tenersi il 4 novembre al
fine di prevenire e rendere eventualmente
inefficace quella fascista, di cui già
si parlava. Mussolini sacrificò il
sindacato fascista dei marittimi (che disciolse)
in favore del sodalizio preferito dal poeta,
rinunciò a qualche prebenda per il
partito da parte della corporazione degli
armatori, e l'accordo Facta-D'Annunzio restò
senza seguito[3].
Neutralizzato
D'Annunzio, Mussolini fu ripreso dall'ansia
di neutralizzare anche Giolitti e i preparativi
per un'azione spettacolare ebbero inizio.
Se su un versante più nitidamente politico
si cercava di far vacillare il governo Facta,
indebolendolo così da poterne costituire
sempre più lucidamente una valida e
"forte" alternativa istituzionale,
sul piano "operativo" la Marcia
fu preparata in gran segreto fin nei minimi
dettagli.
Del
proposito circolavano già molte voci
che si rincorrevano da e per ogni direzione.
Il 14 ottobre, Mussolini scrisse su un giornale
un articolo intitolato Esercito e Nazione,
nel quale attaccava Pietro Badoglio per una
frase che gli era stata attribuita (l'interessato
smentì all'epoca, ma l'avrebbe invece
confermata dopo la caduta del regime fascista)
e che suonava più o meno come «Al
primo fuoco, tutto il fascismo crollerà».
Questo scontro sarebbe poi pesato non poco
nei sempre difficili rapporti fra Mussolini
e il generale. Nel frattempo l'entusiasta
e fedelissimo Vilfredo Pareto gli telegrafava
sollecitando di accelerare i tempi, «Ora,
o mai più».
In
marcia
Alcune camicie nere sfilano davanti al Quirinale,
all'epoca residenza reale.Quattro giorni prima
della marcia, il 24 ottobre, a Napoli si tenne
una grande adunata di camicie nere, raduno
che doveva servire da prova generale. In quell'occasione,
Mussolini proclamò pubblicamente: "O
ci daranno il governo o lo prenderemo calando
a Roma".
Il
26 di quel mese il presidente del consiglio
rispose a Mussolini, che aveva radunato a
Napoli decine di migliaia di camicie nere
e minacciava apertamente di marciare su Roma
per occuparne militarmente le Istituzioni,
in modo del tutto privo di senso. È
in queste circostanze che, di fronte a chi
gli prospettava il precipitare della situazione,
Luigi Facta pronunciò la celebre frase
con la quale passerà alla Storia: "Nutro
fiducia!".
Confluirono
nel capoluogo partenopeo 60.000 fascisti,
che sfilarono per ore nella città.
Mussolini tenne due discorsi, uno al teatro
San Carlo, diretto al ceto borghese, ed uno
in piazza San Carlo ai suoi uomini. Il capo
dei fascisti si espresse abilmente evitando
di far trasparire segnali di allarme, ma al
contempo rassodando i crescenti consensi sia
della popolazione che dei simpatizzanti. La
stessa sera, all'Hotel Vesuvio, si riunì
il Consiglio nazionale del partito che stabilì
le direttive di dettaglio per la marcia. La
mattina dopo Bianchi avrebbe lanciato ai suoi
uomini il segnale convenuto: «Insomma,
fascisti, a Napoli piove, che ci state a fare?»[4]
mentre Mussolini sarebbe prudentemente andato
ad attendere a Milano gli sviluppi successivi.
A
condurre la marcia sarebbe stato un quadrumvirato
composto da Italo Balbo (uno dei ras più
famosi), Emilio De Bono (comandante della
Milizia), Cesare Maria De Vecchi (un generale
non sgradito al Quirinale) e Michele Bianchi
(segretario del partito fedelissimo di Mussolini);
il quadrumvirato avrebbe dichiarato l'assunzione
di pieni poteri a Perugia ed avrebbe assunto
i poteri nella notte tra il 26 e il 27 ottobre.
Dino Grandi, di rientro da una missione a
Ginevra, era stato nominato capo di stato
maggiore del quadrumvirato.
Truppe
fasciste avrebbero poi dovuto occupare uffici
pubblici, stazioni, centrali telegrafiche
e telefoniche.
Le
squadre sarebbero confluite a Foligno, Tivoli,
Monterotondo e Santa Marinella per poi entrare
nella capitale. Si raccolsero - si stima -
circa 25-30.000 fascisti, a fronte dei 28.400
soldati a difesa della capitale[5].
Facta
era rassicurato dagli avvenimenti e dai discorsi
tenuti a Napoli, nonché dal fatto che
il raduno si era chiuso senza scontri, violenze
ed altre degenerazioni. Il 26, però,
Antonio Salandra (che si era incontrato con
Mussolini quando questi andava a Napoli il
23, e che manteneva i contatti con De Vecchi,
Ciano e Grandi) gli riferì che la marcia
su Roma stava per partire e che se ne volevano
le dimissioni. Facta in realtà non
gli credette; la contrapposizione politica
fra Facta e Salandra non rendeva l'ambasciata
del secondo così influente sul primo,
che si limitò ad indire un consiglio
dei ministri nel quale cercò di riprendersi
le deleghe affidate ai ministri, onde poter
disporre di "valori" negoziabili,
con Mussolini o con altri. Del resto, in seno
al governo, bruciava la questione della posizione
di Riccio, fedelissimo di Salandra, che si
trovava in condizione di provocare la crisi
di governo. Assenti Giovanni Amendola e Paolino
Taddei, gli altri ministri accettarono di
presentare a Facta le dimissioni e di accettare
il loro eventuale avvicendamento con nuovi
ministri fascisti.
Il
27 ottobre, Bianchi e De Vecchi vennero a
contrasto, il primo mandò addirittura
una lettera a Mussolini in cui definiva l'altro
disertore. La "colpa" del De Vecchi
sarebbe consistita nel prosieguo - a fianco
di Grandi - dei negoziati politici con Salandra,
che avrebbe ambito ad un incontro diretto
con Mussolini che ripetutamente chiese invano.
Intanto
a Cremona, a Pisa e a Firenze erano già
in azione gli squadristi, che prendevano possesso
non pacifico di alcuni edifici pubblici. Alle
prime notizie Facta telegrafò al re
Vittorio Emanuele III a San Rossore invitandolo
a rientrare, cosa che il sovrano fece nella
serata; andandolo a ricevere alla stazione,
Facta gli suggerì di applicare lo stato
d'assedio, ma il re non accettò (riferì
Marcello Soleri) rifiutandosi di deliberare
sotto la pressione dei moschetti fascisti.
La
notte tra il 27 e il 28 il presidente del
consiglio fu svegliato per essere informato
che le colonne fasciste erano partite verso
Roma sui treni che avevano assaltato.
O
Roma, o morte
La mattina del 28, alle 6 del mattino, si
riunì al Viminale (allora sede della
presidenza del consiglio) il consiglio dei
ministri che decise di proclamare lo stato
di assedio. Il ministro dell'interno Taddei
stilò un proclama sulla falsariga di
quello che Luigi Pelloux aveva stilato nel
1898, e lo diede immediatamente alle stampe,
diffondendolo alle prefetture.
Verso
le 8:30, Facta si recò al Quirinale
per la ratifica del proclama, ma - con sorpresa
del primo ministro - il re si rifiutò:
«
Queste decisioni spettano soltanto a
me. Dopo lo stato d'assedio non c'è
che la guerra civile. Ora bisogna che uno
di noi due si sacrifichi. »
Facta
rispose:
«
Vostra Maestà non ha bisogno di
dire a chi tocca. »
Dopo
di che si dimise[6].
Le
ragioni del diniego regale alla proposta dello
stato d'assedio, con la quale avrebbe di fatto
messo fuori legge i fascisti, non sono state
dichiarate dal sovrano e sono oggetto di varia
interpretazione. Si è vociferato di
accordi segreti tra Mussolini e la Corona
(ipotesi che però non gode di gran
credito), altre voci sospettano che la presenza
del filofascista Emanuele Filiberto Duca d'Aosta
a Perugia (disobbedendo all'ordine del sovrano
di restare a Torino) l'avesse portato a temere
una crisi dinastica.
Sicuramente
il re passò la notte sveglio consultandosi
con varie personalità, ma non con Badoglio
né con Pugliese, il comandante del
presidio di Roma perché li sapeva entrambi
decisi a usare la forza. Invece, Armando Diaz,
l'ammiraglio Thaon di Revel ed altri influenti
ufficiali, avevano avanzato dubbi sulla "tenuta"
morale dell'esercito, sconsigliando di sperimentarla
in questa occasione poiché le truppe
avrebbero potuto far causa comune con i fascisti.
Alle
9:30 un pallido Facta tornò al Viminale
per annullare lo stato d'assedio e per chiamare
Giovanni Giolitti in suo aiuto, ma questi
non avrebbe potuto arrivare a soccorrerlo
a causa delle linee ferroviarie interrotte
dallo stesso Facta a due chilometri dalla
capitale e, il giorno dopo il suo ottantesimo
compleanno, non pareva nemmeno tanto disposto
a correre.[7]. Alle 11:30 Facta formalizzò
le sue dimissioni ed il Re procedette come
d'ordinario con le consultazioni.
Mussolini
intanto restava a Milano, dove veniva costantemente
informato sulla situazione romana; i dettagli
dal Viminale gli venivano da Vincenzo Riccio,
che tramite Salandra li faceva arrivare ai
notabili fascisti (cui si era aggiunto Luigi
Federzoni). Sapeva che De Vecchi e Grandi
cercavano qualche accordo non coerente con
il piano generale, ed anche se più
tardi li avrebbe accusati d'aver tradito la
rivoluzione (Processo di Verona), al momento
non li sconfessò pensando che la trattativa
avrebbe potuto costituire una buona possibilità
di ripiego nel caso in cui le sue squadre
si fossero trovate costrette a smobilitare
per l'intervento dell'esercito. Mussolini
infatti sapeva bene che i suoi uomini erano
sì una minaccia, ma non credeva alla
loro forza militare.
Una
voce circolata successivamente asseriva che
Facta avrebbe in realtà disposto per
lo stato d'assedio nella serata del 27, ma
che il re avrebbe respinto la proposta. La
voce era stata diffusa da Federzoni, che diceva
di aver chiamato al telefono egli stesso Mussolini,
dal ministero dell'interno, e lasciava supporre
che il sovrano l'avesse voluto mettere a parte
degli accadimenti romani.
Il
28 ottobre
La mattina del 28, a Milano Mussolini riceveva
nella sede del Popolo d'Italia (teatralmente
"protetta" da cavalli di frisia
e rimpinguata di armi) una delegazione di
industriali, fra i quali Camillo Olivetti,
che lo urgevano a trovare un accordo con Salandra.
Nello
stesso momento, a Roma, Salandra proponeva
al re di dare l'incarico di formare il governo
a Orlando, ma De Vecchi informò il
re che l'unica persona con cui Mussolini avrebbe
potuto raggiungere un'intesa sarebbe stato
lo stesso Salandra. A Mussolini fu, quindi,
proposto di governare a fianco di Salandra
ma egli rifiutò. Qualche ora dopo,
forse anche tentando una forzatura per convincere
il capo dei fascisti, Il Giornale d'Italia
diffuse una edizione straordinaria in cui
dava per raggiunto un accordo e per affidato
un incarico a Salandra e Mussolini, il quale
dopo aver resistito a pressioni di ogni provenienza,
compresa una accorata telefonata del generale
Arturo Cittadini (su espresso mandato del
re), precisò telefonicamente a Grandi
che ancora insisteva: «Non ho fatto
quello che ho fatto per provocare la risurrezione
di don Antonio Salandra».
La
mattina seguente, dopo che le bozze dell'articolo
scritto da Mussolini durante la notte erano
state diffuse, Salandra vi poté leggere
che non c'era niente da fare e, dopo un giro
di telefonate di ultima conferma, decise di
rimettere l'incarico. De Vecchi fu incaricato
da Vittorio Emanuele di informare Mussolini
che gli avrebbe conferito l'incarico. Mussolini
rispose: «Va bene, va bene, ma lo voglio
nero su bianco. Appena riceverò il
telegramma di Cittadini partirò in
aeroplano». Poche ore dopo gli giunse
un telegramma del generale Cittadini:
«
SUA MAESTÀ IL RE MI INCARICA DI
PREGARLA DI RECARSI A ROMA DESIDERANDO CONFERIRE
CON LEI OSSEQUI GENERALE CITTADINI »
L'esito
Il re Vittorio Emanuele III incontra Benito
Mussolini il 4 novembre 1922.Alle 8 di sera
Mussolini partì placidamente, ma in
treno, alla volta di Roma, dove sarebbe giunto
alle 11.30 del 30 ottobre; il convoglio patì
un incredibile ritardo dovendo rallentare,
e in qualche caso proprio fermarsi, in molte
stazioni prese d'assalto da fascisti festanti
che accorrevano a salutare il loro Duce.
La
voce secondo cui Mussolini si sia presentato
al re (vi si recò in camicia nera)
dicendogli «Maestà vi porto l'Italia
di Vittorio Veneto», pare sia un falso
storico, tuttavia Mussolini parlò per
circa un'ora col re promettendogli di formare
entro sera un nuovo governo con personalità
non fasciste e con esponenti di aree politiche
"popolari".
Alle
18 presentò il governo, comprendente
soltanto tre fascisti di orientamento moderato.
Le
camicie nere (in seguito "le camicie
nere della rivoluzione") erano ancora
accampate intorno alla capitale e comprensibilmente
non attendevano che di entrarvi. Furono autorizzati
ad entrarvi solo il giorno 30, e la raggiunsero
alla meglio, su mezzi di fortuna. Ma erano
più che raddoppiati, dai circa 30.000
della marcia, erano ora più di 70.000,
cui si aggiunsero i simpatizzanti romani che
erano già sul posto. Ci furono scontri
e incidenti; nel quartiere di San Lorenzo
alcuni operai accolsero con colpi d'arma da
fuoco la colonna guidata da Bottai, proveniente
da Tivoli, che attraversava l'area in modo
relativamente pacifico. La rappresaglia fu
spietata: il giorno dopo, oltre 500 fascisti
guidati da Italo Balbo attaccarono di sorpresa
il quartiere e lo devastarono. I morti fra
gli abitanti furono quasi dieci (tra questi,
i responsabili dell'agguato), i feriti oltre
duecento, molti dei quali, spesso scaraventati
giù dalle finestre delle abitazioni,
riportarono lesioni permanenti. Informato
dell'accaduto, Mussolini diede alle forze
dell'ordine immediate disposizioni per la
più severa repressione di qualsiasi
incidente.
Il
31 ottobre le camicie nere sfilarono per più
di 6 ore dinanzi al re, poi Mussolini ordinò
che si iniziassero le operazioni di sgombero.
Riferimenti
- Renzo De Felice. Breve storia del fascismo.
Milano, Mondadori, 2000
-Indro Montanelli. L'Italia in camicia nera.
Milano, Rizzoli, 1976.
- Secondo Montanelli questa frase l'avrebbe
detta a Dino Grandi, appena rimpatriato da
una missione diplomatica all'estero.
- I dettagli sul colloquio furono narrati
nel dopoguerra dalla figlia di Facta.
-Giovanni Ansaldo. Giovanni Giolitti, il ministro
della buon vita. Firenze, Le Lettere, 2002
- L'Ansaldo menziona in realtà un telegramma
del giorno 27.
Commemorazione
con l'istituzione delle "vie Roma"
Il 1 agosto 1931 , il Duce ordinò a
tutti i Prefetti affinché tutti i Podestà
che governavano i Comuni italiani intitolassero,
per l'anno 1932 (anno "X EF" , ovvero
decimo anno dell'Era Fascista) e 10° anniversario
della Marcia su Roma, una via Roma.
Fonte
Da
Wikipedia, l'enciclopedia libera.