Il
" 28 Ottobre "
di:
Alberto B. Mariantoni ©
Il
28 Ottobre (in realtà, tra il 27 ed
il 31 Ottobre) del 1922, avveniva la "Marcia
su Roma ": un'insurrezione nazionale,
popolare e rivoluzionaria che metteva fine
alla situazione di disordine strutturale e
di guerra civile permanente e generalizzata
che regnava in Italia dalla fine della Prima
guerra mondiale.
Nell'arco
di quelle giornate, all'incirca 100 mila squadristi
erano insorti con sincronia militare in tutta
la Penisola ed avevano preso il controllo
delle principali città italiane, a
cominciare da quella di Siena; mentre altre
50 mila Camicie Nere, ripartite in tre colonne
- che provenivano rispettivamente da Monterotondo,
Tivoli e Santa Marinella (senza contare i
5 mila uomini di riserva che si erano attestati
su Foligno) - erano confluite sulla capitale
e, stringendola d'assedio, avevano dato lo
" scossone finale " all'allora governo
di destra dell'on. Luigi Facta, ed indirettamente
costretto il Re Vittorio Emanuele III a dare
l'incarico di formare il nuovo Governo italiano
a Benito Mussolini, il Duce della rivoluzione
fascista.
L'idea
di quella rivoluzione era nata appena 43 mesi
prima, da una serie di articoli e di comunicati
stampa, redatti dallo stesso Mussolini, che
erano apparsi su " Il Popolo d'Italia
", in risposta al disfattismo generalizzato
e alla disobbedienza civile che in quell'epoca
erano largamente alimentati e favoriti dal
massimalismo socialista trionfante e dalle
prime avvisaglie dell'allora sbocciante tracotanza
bolscevica.
Il
2 Marzo del 1919, in uno di quegli articoli,
Mussolini invitava " corrispondenti,
collaboratori e seguaci del Popolo d'Italia,
combattenti, ex combattenti, cittadini, e
rappresentanti dei Fasci della Nuova Italia
e del resto della Nazione ad intervenire all'adunanza
privata che si terrà a Milano, il 23
Marzo ".
Il
6 Marzo successivo, in un comunicato dello
stesso giornale, lo stesso Mussolini specificava:
" (
) da quella adunata usciranno
i Fasci di Combattimento il cui programma
è racchiuso nella parola ".
" (...) Il 23 Marzo sarà creato
l'antipartito, sorgeranno cioè i Fasci
di Combattimento che faranno fronte contro
due pericoli: quello misoneista di destra
e quello distruttivo di sinistra ".
Il
18 Marzo, un nuovo pezzo del futuro Duce d'Italia,
sottolineava: " Noi vogliamo la elevazione
materiale e spirituale del cittadino italiano
(non soltanto di quelli che si chiamano proletari...
e la grandezza del nostro popolo nel mondo.
Quanto ai mezzi non abbiamo pregiudiziali:
accettiamo quelli che si renderanno necessari:
i legali e i così detti illegali. Da
tutto questo travaglio usciranno nuovi valori
e nuove gerarchie ".
Il
23 Marzo 1919 - dopo una riunione preparatoria
che si era tenuta il 21 dello stesso mese
- l'attesa assemblea, presieduta dal Capitano
degli arditi Ferruccio Vecchi e composta da
appena 53 persone di origini politiche le
più svariate (per lo più, ex
interventisti, futuristi, ex sindacalisti,
ex socialisti rivoluzionari, ex arditi, reduci
di guerra, ex volontari fiumani, ecc.), ebbe
luogo nella sede dell'Alleanza Industriale
e Commerciale di piazza San Sepolcro, a Milano.
In
quell'occasione, fu lo stesso Mussolini a
definire la natura e la portata del nuovo
movimento fascista: " Noi siamo
- egli disse - degli antipregiudizialisti,
degli antidottrinari, dei problemisti, dei
dinamici; (...) noi abbiamo stracciato tutte
le verità rivelate, abbiamo sputato
su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi,
schernito tutti i ciarlatani - bianchi, rossi,
neri - che mettono in commercio le droghe
miracolose per dare "felicità"
al genere umano. Non crediamo ai programmi,
agli schemi, ai santi, agli apostoli: non
crediamo soprattutto alla felicità,
alla salvazione, alla terra promessa. Non
crediamo a una soluzione unica - sia essa
di specie economica o politica o morale -
a una soluzione lineare dei problemi della
vita, perché, - o illustri cantastorie
di tutte le sacrestie - la vita non è
lineare e non la ridurrete mai a un segmento
chiuso fra bisogni primordiali" (Benito
Mussolini, " Scritti e Discorsi ",
Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1934 - XII,
Tomo II°, pag. 33 e 53-54).
Il
Fascismo era nato.
Inutile,
in questo contesto, ritracciare il calvario
di quella rivoluzione. In particolare: le
sconfitte elettorali, le persecuzioni poliziesche,
le impari battaglie con i sovversivi, gli
infiniti lutti subiti, le delusioni, le amarezze,
le frustrazioni.
Sembrava
davvero impossibile che un pugno di patrioti
irriducibili potesse arrestare la valanga
sovversiva social-comunista e cambiare il
corso della Storia. Eppure, con il coraggio
e la fredda determinazione che li animava,
quel manipolo di eroi riuscì a dare
l'esempio ai tiepidi ed ai rinunciatari, riuscì
a scuotere i pigri e gli ignavi dal loro torpore,
riuscì ad amalgamare attorno a sé
la parte sana della nazione e masse sempre
più vaste di italiani.
Sarà
il miracolo di quella rivoluzione!
"
Il fascismo comincia a crescere, tumultuosamente,
impetuosamente dopo il novembre del 1920;
richiama alla mente di tutti, amici e avversari,
una sola immagine: quella di un corso d'acqua
che d'un tratto si gonfi e rompa ogni argine
e dilaghi oltre ogni previsione "
(P. Rauti, R. Sermonti, " Storia del
Fascismo ", Centro Editoria Nazionale,
Roma, 1976, Tomo II, pag. 117).
Dopo le sanguinose violenze, gli scioperi,
le occupazioni, le aggressioni e gli agguati
che avevano continuato a subire durante il
famoso " biennio rosso " (1920-1921),
i fascisti - rincuorati ed ingigantiti dall'indescrivibile
affluenza di nuove reclute - riusciranno a
restituire colpo su colpo ai loro avversari
ed a distruggere progressivamente la forza
offensiva dei partiti sovversivi.
La
resurrezione della Nazione italiana era ormai
alle porte.
I
fascisti, infatti, con il loro sacrificio,
oltre a mettere fuori combattimento i loro
avversari, " avevano colpito a morte
il vecchio regime. Avevano salvato la civiltà
italiana alla nuova storia. Avevano difeso
tutta l'Europa da una delle più convulse
esplosioni di barbarie. Avevano ridestato
a vita immortale - con il sangue dello stesso
sacrificio - i padri del Risorgimento e i
nipoti non indegni ch'erano caduti nella grande
guerra " (Roberto Farinacci, "
Storia del Fascismo ", Società
Editoriale Cremona Nuova, Cremona, 1940, XVIII,
pag. 245-246).
Quegli uomini, il 28 Ottobre del 1922, dopo
tante privazioni e rinunce, ebbero la gioia
di vedere realizzato il loro sogno e quella
di potere, in fine, assaporare il gusto della
loro meritata vittoria.
Lo
stesso non posso dire per me e per quanti,
da più di sessant'anni, hanno cercato
di essere fedeli a quella medesima tradizione.
La
mia generazione, purtroppo, ha conosciuto
solo le sconfitte, le delusioni e le amarezze.
E' nata troppo tardi per marciare con coloro
che durante il Ventennio contribuirono alla
rinascita della nostra Nazione e, probabilmente,
troppo presto per farlo con coloro che sicuramente
verranno per riscattare di nuovo la libertà,
l'indipendenza, l'autodeterminazione e la
sovranità della nostra Patria.
La
sola gioia che posso vantare nel contesto
della mia fede, è quella di avere avuto
l'opportunità e l'onore, nel corso
della mia gioventù, di conoscere personalmente
un certo numero di squadristi di quella rivoluzione.
Difficile
descriverli. Impossibile dimenticarli. Erano
degli uomini per cui, ancora oggi, vale la
pena di vivere e di continuare a soffrire,
semplicemente per potere testimoniarne l'esistenza
e tramandarne le gesta.