Carceri
segrete della Cia in Europa
di
Alberto D'Argenzio
05.11.09
- Il procuratore svizzero Marty presenta il
suo secondo rapporto: gli Usa gestivano un
network di rapimenti, torture e detenzioni,
l'Italia c'entrava e sapeva
Carceri
segrete e uso della tortura in Polonia e Romania,
ostacoli alle indagini sui rapimenti illegali
da parte dello stato italiano, tedesco e macedone.
E dietro a tutto ciò un patto tra la
Nato e la Cia, firmato in segreto il 4 ottobre
2001, per coprire ed aiutare l'intelligence
Usa nelle sue varie attività in Europa:
in pratica quasi tutti sapevano e tutti hanno
taciuto. Questo è il quadro disegnato
ieri da Dick Marty, il procuratore svizzero
incaricato il 7 novembre 2005 dal Consiglio
d'Europa (organismo che non ha nulla a che
vedere con la Ue) di indagare sulle operazioni
della Cia. Marty ha presentato ieri il suo
secondo rapporto, a un anno esatto dal primo.
«Gli Stati uniti - dice il procuratore
- hanno voluto imporre una guerra senza regole
contro il terrorismo, una guerra sfociata
in un disastro».
Nel giugno scorso Marty aveva parlato di una
«ragnatela internazionale» di
rapimenti, voli e detenzioni, tutti rigorosamente
al di fuori della legge e delle convenzioni
sui diritti umani. Ieri le parole più
usate erano «vergogna» e «responsabilità».
Parole dirette a molti, tra cui Romano Prodi
e il suo governo. «L'attuale governo
italiano - ha affermato Marty in una conferenza
stampa a Parigi - è andato più
lontano del governo Berlusconi nel tentativo
di fermare l'inchiesta accuratissima del tribunale
di Milano». Più in concreto Prodi
ha imbbraciato l'arma del segreto di stato
per ostacolare i giudici, un'arma impropria,
assicura Marty, che ci riporta «ai tempi
della guerra fredda». L'attacco non
finisce qui: «La logica avrebbe voluto
che il governo attuale facesse il possibile
per dimostrare che il governo precedente ha
coperto o compiuto azioni illegali nell'ambito
della detenzione del trasferimento illegale
di presunti terroristi». Invece la logica
italiana vuole che l'ex capo del Sismi Nicolò
Pollari, che secondo Marty ha «mentito
spudoratamente al parlamento europeo»
sul caso Abu Omar, sia invece divenuto consulente
del premier. È naturale che a uno svizzero
(e non solo a lui) ciò possa apparire
almeno curioso.
Prodi potrà comunque consolarsi: si
trova in buona compagnia. Marty punta infatti
dito il dito contro mezza classe dirigente
polacca, da Kwasnieski ai fratelli Kaczinski,
passando per gli ex premier Miller e Belka,
e attacca anche i romeni Iliescu e Basescu:
«Tutte le più alte cariche dello
stato erano al corrente di quanto succedeva
sul loro territorio». In questo caso
si trattava di carceri segrete, ma è
un discorso che vale anche per Italia, Germania,
Macedonia, Regno unito, Bosnia e Canada, con
la differenza che questi ultimi due paesi
hanno ammesso le loro responsabilità.
Gli altri si ostinano a negare.
Le prove intanto aumentano. «Ci sono
elementi sufficienti per affermare che dei
centri segreti di detenzione gestiti dalla
Cia sono esistiti in Europa tra il 2003 ed
il 2005, più precisamente in Polonia
e Romania», ha assicurato Marty. Nella
prigione polacca di Stare Kiejkuty passavano
i pezzi grossi di Al Qaeda, come Abu Zubaidah
e Khalid Sheik Mohammed, considerato una delle
menti dell'11 settembre, mentre in Romania
i pesci piccoli. Più di un sospetto
anche sull'esistenza di analoghi centri nell'isola
britannica di Diego Garcia e in Thailandia.
In queste prigioni i detenuti «venivano
sottomessi - si legge nel rapporto - a trattamenti
inumani e degradanti» e a «interrogatori
rafforzati», in pratica a tortura: musica
assordante, aria condizionata soffocante o
gelida, privazioni sensoriali, mesi di isolamento,
detenuti lasciati nudi per settimane. Le fonti
che permettono di lanciare queste accuse,
precisa Marty, sono costituite da «testimonianze
credibili e concordanti» fornite da
diversi agenti dei servizi segreti statunitensi
ed europei.
Secondo Varsavia e Bucarest si tratta invece
di spazzatura. «Attendiamo le prove,
perché al momento Marty non ne ha mostrata
nessuna», afferma il portavoce del ministro
degli esteri polacco. «Calunnie senza
prove, presentate con male fede», l'eco
indurito della senatrice rumena Norica Nicolai.
Da Bruxelles basso profilo, il commissario
Frattini ricorda solo che la lotta al terrorismo
va sviluppata all'interno delle leggi e delle
convenzioni internazionali. In ballo c'è
una questione che tocca al cuore i valori
della Ue: i paesi implicati e che continuano
a tacere potrebbero perdere il loro diritto
di voto. Ma le istituzioni europee (commissione,
parlamento, stati membri) non sembrano avere
molta voglia di uscire dall'omertà.