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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Nonostante la tensione tra Sciiti e Sunniti confermato l' impegno del Governo per il progressivo ritiro dei nostri militari.
Iraq in rivolta, dubbi sul ritiro.
Martino: "Per ora non cambiamo i programmi". Cossiga: "Subito a casa"

ROMA, 25.02.06 - L' Iraq danza sull' abisso della guerra civile. Ma per il momento, il pur grave aggravamento della situazione non fa cambiare la linea al governo. Resta fermo quindi l' impegno del progressivo ritiro dei militari italiani. Lo aveva detto Berlusconi nell' intervista ad Al Jazeera. L' ha ripetuto ieri mattina il ministro della Difesa, Antonio Martino, nel corso di una intervista radiofonica. "Per il momento - ha detto Martino - non vedo motivo di modificare quanto annunciato al Parlamento in gennaio. Naturalmente seguiamo con grandissima attenzione l'evolversi della situazione e adegueremo le nostre decisioni agli sviluppi successivi".

Non avrebbe potuto dire nulla di diverso, il ministro. Le tappe del disimpegno da Nassiriya sono state concordate nei mesi scorsi con gli Stati Uniti e con il governo legittimo iracheno. Sono state poi discusse in Parlamento. E dunque, come si ricorderà, è previsto che a giugno, al cambio tra una brigata e l'altra, resteranno a casa mille uomini. Con la fine dell'anno, poi, anche gli ultimi milleseicento andranno a casa. E fin qui le previsioni del centrodestra. Se poi arrivasse un governo di centrosinistra, le tappe del rientro potrebbero essere anche più accelerate. Ma non troppo. Però queste decisioni erano state prese in un quadro abbastanza roseo: il processo di democratizzazione marciava, la pacificazione pure, le fazioni stavano trattando, gli americani discutevano pure con gli insorti, addirittura risultava che gruppi di guerriglieri sunniti avessero cominciato a dare la caccia ai terroristi di Al Qaeda.

Di colpo tutto ciò è rimesso in discussione. Ci sono omicidi, violenze, scontri. Anche a Nassiriya, la città dove si trova il contingente italiano. E già si paventa una decisione dei sunniti di lasciare il negoziato sul futuro governo: potrebbe essere l'inizio della fine. "La posta in gioco - riconosce Martino - è altissima. Il successo della democrazia irachena fa paura a moltissima gente e quindi sono convinto che l'attacco al simbolo della religione sciita sia stato premeditato per determinare una situazione di conflittualità. Spero che questa situazione possa rientrare e che i sunniti possano tornare al negoziato sul governo in modo che il governo possa essere inclusivo di tutte le tendenze".

Il governo non intende cambiare linea, insomma. Occhi aperti, ma niente di più. Secondo Francesco Cossiga, invece, è giunto il momento di riprendere in mano la questione. "Di fronte all'esplodere di una guerra civile su basi religiose in Iraq - dice l'ex Presidente della Repubblica - che neanche le ben più numerose ed equipaggiate unità militari Usa e britanniche riescono a controllare, pur con l'aiuto che dovrebbe essere politicamente significativo delle nuove forze militari irachene, mi chiedo se Silvio Berlusconi non dovrebbe accordarsi con Bush per un immediato ritiro delle poche unità militari italiane lì dispiegate". E lo spettro di una guerra civile in Iraq irrompe anche nel dibattito politico italiano.

E' polemico Oliviero Diliberto: "Ho l'impressione che se ne andranno via dall'Iraq prima gli americani degli italiani. Abbiamo un ministro più realista del re. Per fortuna che i soldati li ritireremo noi il giorno dopo le elezioni". E dice Bobo Craxi: "L'escalation della guerra civile a sfondo religioso in Iraq conclama il fallimento del processo di normalizzazione democratica in quella regione: o la comunità internazionale nel suo insieme sarà in grado di contenere e di arrestare una progressione violenta degli scontri in atto, o il rischio a cui vanno incontro le truppe occupanti diventa ogni giorno più difficile da sostenere".

Teme il peggio, il segretario dei Socialisti, da poco approdato al centrosinistra: "La nostra missione militare in Iraq è finalizzata al rafforzamento del processo democratico ed alla ricostruzione di quel Paese dopo il conflitto. Ma in questa fase drammatica di scontro civile, essa può rappresentare un facile bersaglio. Per tali ragioni dovrebbe essere ben più esplicito un nostro impegno politico per il ritiro immediato". Sono stati declassificati e messi in rete, in una copia della versione originale, gli appunti presi dal sottosegretario della Difesa Usa, Steve Cambone, sugli ordini impartiti dal suo capo, Donald Rumsfeld poco dopo gli attacchi contro New York e Washington dell'11 settembre 2001. Ordini in cui si chiedeva di "giudicare se vi fossero abbastanza elementi per colpire anche S.H. (Saddam Hussein, ndr), non solo UBL (Osama bin Laden, ndr)". Al generale Richard Myers, allora capo degli Stati maggior riuniti, veniva quindi chiesto "uno sforzo massiccio, raccogliere tutto, sia le cose pertinenti che quelle che non lo sono". La conclusione di Cambone fu: "difficile mettere in piedi un caso consistente".