Nonostante
la tensione tra Sciiti e Sunniti confermato l' impegno
del Governo per il progressivo ritiro dei nostri
militari.
Iraq in rivolta,
dubbi sul ritiro.
Martino: "Per ora non cambiamo i programmi".
Cossiga: "Subito a casa"
ROMA,
25.02.06 - L' Iraq danza sull' abisso della guerra
civile. Ma per il momento, il pur grave aggravamento
della situazione non fa cambiare la linea al governo.
Resta fermo quindi l' impegno del progressivo ritiro
dei militari italiani. Lo aveva detto Berlusconi
nell' intervista ad Al Jazeera. L' ha ripetuto ieri
mattina il ministro della Difesa, Antonio Martino,
nel corso di una intervista radiofonica. "Per
il momento - ha detto Martino - non vedo motivo
di modificare quanto annunciato al Parlamento in
gennaio. Naturalmente seguiamo con grandissima attenzione
l'evolversi della situazione e adegueremo le nostre
decisioni agli sviluppi successivi".
Non
avrebbe potuto dire nulla di diverso, il ministro.
Le tappe del disimpegno da Nassiriya sono state
concordate nei mesi scorsi con gli Stati Uniti e
con il governo legittimo iracheno. Sono state poi
discusse in Parlamento. E dunque, come si ricorderà,
è previsto che a giugno, al cambio tra una
brigata e l'altra, resteranno a casa mille uomini.
Con la fine dell'anno, poi, anche gli ultimi milleseicento
andranno a casa. E fin qui le previsioni del centrodestra.
Se poi arrivasse un governo di centrosinistra, le
tappe del rientro potrebbero essere anche più
accelerate. Ma non troppo. Però queste decisioni
erano state prese in un quadro abbastanza roseo:
il processo di democratizzazione marciava, la pacificazione
pure, le fazioni stavano trattando, gli americani
discutevano pure con gli insorti, addirittura risultava
che gruppi di guerriglieri sunniti avessero cominciato
a dare la caccia ai terroristi di Al Qaeda.
Di
colpo tutto ciò è rimesso in discussione.
Ci sono omicidi, violenze, scontri. Anche a Nassiriya,
la città dove si trova il contingente italiano.
E già si paventa una decisione dei sunniti
di lasciare il negoziato sul futuro governo: potrebbe
essere l'inizio della fine. "La posta in gioco
- riconosce Martino - è altissima. Il successo
della democrazia irachena fa paura a moltissima
gente e quindi sono convinto che l'attacco al simbolo
della religione sciita sia stato premeditato per
determinare una situazione di conflittualità.
Spero che questa situazione possa rientrare e che
i sunniti possano tornare al negoziato sul governo
in modo che il governo possa essere inclusivo di
tutte le tendenze".
Il
governo non intende cambiare linea, insomma. Occhi
aperti, ma niente di più. Secondo Francesco
Cossiga, invece, è giunto il momento di riprendere
in mano la questione. "Di fronte all'esplodere
di una guerra civile su basi religiose in Iraq -
dice l'ex Presidente della Repubblica - che neanche
le ben più numerose ed equipaggiate unità
militari Usa e britanniche riescono a controllare,
pur con l'aiuto che dovrebbe essere politicamente
significativo delle nuove forze militari irachene,
mi chiedo se Silvio Berlusconi non dovrebbe accordarsi
con Bush per un immediato ritiro delle poche unità
militari italiane lì dispiegate". E
lo spettro di una guerra civile in Iraq irrompe
anche nel dibattito politico italiano.
E'
polemico Oliviero Diliberto: "Ho l'impressione
che se ne andranno via dall'Iraq prima gli americani
degli italiani. Abbiamo un ministro più realista
del re. Per fortuna che i soldati li ritireremo
noi il giorno dopo le elezioni". E dice Bobo
Craxi: "L'escalation della guerra civile a
sfondo religioso in Iraq conclama il fallimento
del processo di normalizzazione democratica in quella
regione: o la comunità internazionale nel
suo insieme sarà in grado di contenere e
di arrestare una progressione violenta degli scontri
in atto, o il rischio a cui vanno incontro le truppe
occupanti diventa ogni giorno più difficile
da sostenere".
Teme
il peggio, il segretario dei Socialisti, da poco
approdato al centrosinistra: "La nostra missione
militare in Iraq è finalizzata al rafforzamento
del processo democratico ed alla ricostruzione di
quel Paese dopo il conflitto. Ma in questa fase
drammatica di scontro civile, essa può rappresentare
un facile bersaglio. Per tali ragioni dovrebbe essere
ben più esplicito un nostro impegno politico
per il ritiro immediato". Sono stati declassificati
e messi in rete, in una copia della versione originale,
gli appunti presi dal sottosegretario della Difesa
Usa, Steve Cambone, sugli ordini impartiti dal suo
capo, Donald Rumsfeld poco dopo gli attacchi contro
New York e Washington dell'11 settembre 2001. Ordini
in cui si chiedeva di "giudicare se vi fossero
abbastanza elementi per colpire anche S.H. (Saddam
Hussein, ndr), non solo UBL (Osama bin Laden, ndr)".
Al generale Richard Myers, allora capo degli Stati
maggior riuniti, veniva quindi chiesto "uno
sforzo massiccio, raccogliere tutto, sia le cose
pertinenti che quelle che non lo sono". La
conclusione di Cambone fu: "difficile mettere
in piedi un caso consistente".