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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Berlusconi
Napolitano un uomo che rappresenta la storia comunista
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ROMA, 23.05.06 - Nel giorno in cui Silvio Berlusconi va all'attacco di un governo che vuol far cadere al più presto — «paralizzando il Senato» con richieste di numero legale, con il riconteggio delle schede e con il no al dialogo sulle commissioni —, esplode la prima, fragorosa polemica tra il Quirinale e la Cdl.

A tarda sera infatti viene diffusa una piccata nota del Colle, anticipata a Berlusconi che sta registrando Porta a Porta, nella quale si censurano le «improprie polemiche relative al decreto di nomina dei ministri del governo Prodi», secondo le quali in pratica il capo dello Stato avrebbe concesso ingiustamente ai ministri dei Trasporti, dell'Università e degli Affari europei — Bianchi, Mussi e Bonino — di prestare giuramento pur non essendo ancora esistenti i loro dicasteri, che furono «spacchettati» solo la sera del 17 maggio, in un Consiglio dei ministri ad hoc. «Gli "atteggiamenti" degli uffici del Quirinale e gli atti del Presidente — è la precisazione — sono stati improntati al più rigoroso rispetto delle regole e della prassi» e «nessun ministro ha giurato con attribuzioni improprie: i ministri che non avevano ancora competenze, infatti, hanno giurato come ministri senza portafoglio», come già avvenuto «nei governi Berlusconi».

L'ex premier, in trasmissione, appare perplesso: è vero che ha criticato la maggioranza per gli spacchettamenti e ha anche dato a Napolitano del «comunista doc», ma al capo dello stato non ha mosso nessun appunto sull'argomento: «Il fatto grave non è tanto questo del giuramento, ma che il centrosinistra spacchetti in tre i ministeri per accontentare la fame di posti», e Paolo Bonaiuti assicura che «il capo dello Stato non può avercela con noi». E difatti, non è esattamente al Cavaliere che è diretta la bacchettata ma, spiegano dal Colle, al capogruppo azzurro Schifani che proprio a Porta a Porta aveva sollevato la questione e a Gasparri, che ha fatto altrettanto ieri in Aula.

Ma proprio l'ex ministro di An torna all'attacco: «La nota conferma che c'è stato un comportamento non regolare: fanno riferimento alla nomina mia e di Sirchia? Beh, sono in malafede, perché noi due giurammo dopo che lo spacchettamento fu varato in Consiglio, e cioè un giorno dopo gli altri ministri». Ma l'incidente c'è, anche perché sul Colle non è piaciuto nemmeno che Berlusconi ipotizzasse «il ritiro dei nostri parlamentari qualora, dal riconteggio delle schede contestate, emergesse che abbiamo vinto noi e Napolitano non volesse sciogliere le Camere». «No comment», è la gelida replica. Si capisce insomma che sarà un inizio difficile di legislatura, perché contro una sinistra che «incita all'odio, tanto che ho qualche timore a stare tra la gente, perché qualche esaltato, come il signore con il cavalletto, si può trovare», bisognerà prevedere misure estreme, come il non fare da stampella sulla politica estera se la maggioranza dovesse dividersi. Con l'unica eccezione della disponibilità a votare l'amnistia («Dopo tanti anni, sarebbe un fatto positivo, è una questione di dignità»), niente dialogo: «Le presidenze delle commissioni? Non credo che chi come Fini è stato ministro degli Esteri, possa accettarla. Sarebbe poco dignitoso» (e Fini si dice d'accordo, oggi ci sarà un vertice della Cdl sull'argomento); piuttosto, Berlusconi pretende «la presidenza delle due giunte per le elezioni», e si arrabbia con Marini che «con un blitz al Senato ha messo in giunta 13 senatori della maggioranza e 10 dell'opposizione: così non si rispecchiano le forze reali», ma a palazzo Madama precisano che indicare i componenti è compito dei capigruppo.

Nel mezzo di un discorso tanto duro, c'è spazio per qualche scusa ai senatori a vita («Ho stigmatizzato i fischi, sono partiti da An e sono stati emotivi. Immorali? Non era un'offesa alle persone») ma anche per molte stoccate agli alleati. Ai quali Berlusconi imputa «i dieci errori capitali» che hanno portato alla sconfitta, tra i quali «la legge elettorale», da loro voluta perché «pensavano di perdere». Se questo è il clima, si capisce come — rilanciando il partito unico della Cdl — Berlusconi si dica certo «al 100%» che il leader sarà lui: «Ho preso il doppio dei voti di Fini e 4 volte quelli di Casini». In ogni caso, con questi alleati Berlusconi vuole dare la spallata all'Unione alle amministrative e al referendum, che dovranno essere per i moderati «una rivincita». Ma se vincesse l'Unione, avrebbe «delle ragioni per dimostrare che è maggioritaria nel Paese».