Berlusconi
Napolitano
un uomo che rappresenta la storia comunista.
ROMA,
23.05.06 - Nel giorno in cui Silvio Berlusconi
va all'attacco di un governo che vuol far
cadere al più presto «paralizzando
il Senato» con richieste di numero legale,
con il riconteggio delle schede e con il no
al dialogo sulle commissioni , esplode
la prima, fragorosa polemica tra il Quirinale
e la Cdl.
A
tarda sera infatti viene diffusa una piccata
nota del Colle, anticipata a Berlusconi che
sta registrando Porta a Porta, nella quale
si censurano le «improprie polemiche
relative al decreto di nomina dei ministri
del governo Prodi», secondo le quali
in pratica il capo dello Stato avrebbe concesso
ingiustamente ai ministri dei Trasporti, dell'Università
e degli Affari europei Bianchi, Mussi
e Bonino di prestare giuramento pur
non essendo ancora esistenti i loro dicasteri,
che furono «spacchettati» solo
la sera del 17 maggio, in un Consiglio dei
ministri ad hoc. «Gli "atteggiamenti"
degli uffici del Quirinale e gli atti del
Presidente è la precisazione
sono stati improntati al più
rigoroso rispetto delle regole e della prassi»
e «nessun ministro ha giurato con attribuzioni
improprie: i ministri che non avevano ancora
competenze, infatti, hanno giurato come ministri
senza portafoglio», come già
avvenuto «nei governi Berlusconi».
L'ex
premier, in trasmissione, appare perplesso:
è vero che ha criticato la maggioranza
per gli spacchettamenti e ha anche dato a
Napolitano del «comunista doc»,
ma al capo dello stato non ha mosso nessun
appunto sull'argomento: «Il fatto grave
non è tanto questo del giuramento,
ma che il centrosinistra spacchetti in tre
i ministeri per accontentare la fame di posti»,
e Paolo Bonaiuti assicura che «il capo
dello Stato non può avercela con noi».
E difatti, non è esattamente al Cavaliere
che è diretta la bacchettata ma, spiegano
dal Colle, al capogruppo azzurro Schifani
che proprio a Porta a Porta aveva sollevato
la questione e a Gasparri, che ha fatto altrettanto
ieri in Aula.
Ma
proprio l'ex ministro di An torna all'attacco:
«La nota conferma che c'è stato
un comportamento non regolare: fanno riferimento
alla nomina mia e di Sirchia? Beh, sono in
malafede, perché noi due giurammo dopo
che lo spacchettamento fu varato in Consiglio,
e cioè un giorno dopo gli altri ministri».
Ma l'incidente c'è, anche perché
sul Colle non è piaciuto nemmeno che
Berlusconi ipotizzasse «il ritiro dei
nostri parlamentari qualora, dal riconteggio
delle schede contestate, emergesse che abbiamo
vinto noi e Napolitano non volesse sciogliere
le Camere». «No comment»,
è la gelida replica. Si capisce insomma
che sarà un inizio difficile di legislatura,
perché contro una sinistra che «incita
all'odio, tanto che ho qualche timore a stare
tra la gente, perché qualche esaltato,
come il signore con il cavalletto, si può
trovare», bisognerà prevedere
misure estreme, come il non fare da stampella
sulla politica estera se la maggioranza dovesse
dividersi. Con l'unica eccezione della disponibilità
a votare l'amnistia («Dopo tanti anni,
sarebbe un fatto positivo, è una questione
di dignità»), niente dialogo:
«Le presidenze delle commissioni? Non
credo che chi come Fini è stato ministro
degli Esteri, possa accettarla. Sarebbe poco
dignitoso» (e Fini si dice d'accordo,
oggi ci sarà un vertice della Cdl sull'argomento);
piuttosto, Berlusconi pretende «la presidenza
delle due giunte per le elezioni», e
si arrabbia con Marini che «con un blitz
al Senato ha messo in giunta 13 senatori della
maggioranza e 10 dell'opposizione: così
non si rispecchiano le forze reali»,
ma a palazzo Madama precisano che indicare
i componenti è compito dei capigruppo.
Nel
mezzo di un discorso tanto duro, c'è
spazio per qualche scusa ai senatori a vita
(«Ho stigmatizzato i fischi, sono partiti
da An e sono stati emotivi. Immorali? Non
era un'offesa alle persone») ma anche
per molte stoccate agli alleati. Ai quali
Berlusconi imputa «i dieci errori capitali»
che hanno portato alla sconfitta, tra i quali
«la legge elettorale», da loro
voluta perché «pensavano di perdere».
Se questo è il clima, si capisce come
rilanciando il partito unico della
Cdl Berlusconi si dica certo «al
100%» che il leader sarà lui:
«Ho preso il doppio dei voti di Fini
e 4 volte quelli di Casini». In ogni
caso, con questi alleati Berlusconi vuole
dare la spallata all'Unione alle amministrative
e al referendum, che dovranno essere per i
moderati «una rivincita». Ma se
vincesse l'Unione, avrebbe «delle ragioni
per dimostrare che è maggioritaria
nel Paese».