GRILLETTI
E BELLETTI
(L'onestà
intellettuale di Tuti e Franceschini ci spinge ad
andare oltre)
di
Gabriele Adinolfi
07.02.07 - In Niente di Personale, trasmissione
andata in onda sulla Sette il 28 gennaio, si è
parlato cosa oramai inflazionata degli
Anni di Piombo. Tra tante banalità è
però spiccato il ritaglio offerto a due opposti
guerriglieri: Mario Tuti, presentato in modo assolutamente
inesatto come ex terrorista di Ordine Nuovo
e Alberto Franceschini, cofondatore delle Brigate
Rosse. Entrambi di alto livello, Tuti e Franceschini
sono sembrati parlare al deserto. Non soltanto perché
i presenti, dal conduttore agli invitati, spenti
spettri della generazione De Filippi, non avevano
gli strumenti culturali per capirli nemmeno a sprazzi
ma, soprattutto, perché hanno offerto una
lettura di quegli anni reale, viva, concreta e,
perciò del tutto contraria agli stereotipi
con cui ci stanno imbottendo il cranio. Gli stereotipi
sono noti.
Che
buono che fu il Pci!
Da
sinistra. Un eccesso di idealismo e la presenza
di cattivi maestri avrebbe dipinto dei giovanotti
dell'extraparlamentarismo passionale a compiere
del male a fin di bene. Si sarebbe trattato di una
parte marginale di esuberanti fuorviati, ma, per
fortuna, la cultura democratica e il senso di responsabilità
del partito comunista e dei sindacati avrebbero
impedito che quella deriva avesse la meglio sul
confronto delle idee e ci avrebbero invece restituito
la pace. E così il conformismo pantofolaio
e l'ipocrita coscienza buonista cancellano interamente
un quadro storico e culturale che fu invece dipinto
a lungo, molto a lungo, solo con tinte fortissime.
Film, sceneggiati, trasmissioni televisive (alla
Rai!), parole d'ordine di stampo insurrezionalista
invitavano ininterrottamente, dal 1963 al 1978,
al tirannicidio, esaltavano l'insorgenza e l'eliminazione
del cattivo e dell'ingiusto. Quella cultura fu imposta
in Italia, almeno fino al 1976 (anno del compromesso
storico) dal partito comunista e, soprattutto, dai
partigiani che erano al contempo gli eroi
della Repubblica antifascista e coloro che si sentivano
defraudati dalla rivoluzione del '45
come ha fatto giustamente notare Franceschini. Intoccabili
in quanto eroi costoro si potevano permettere
di seminare impunemente l'insofferenza per chiudere
la parentesi della loro rivoluzione incompiuta.
Qualunque cosa si pensi della scelta armata, quel
che è osceno è che oggi che è
stata sconfitta essa venga attribuita a degli squilibrati
o a degli esuberanti mentre i suoi veri seminatori
vanno in giro, talvolta rivestendo cariche istituzionali,
a dare lezione. Di che? Al massimo le dovrebbero
prendere da coloro che hanno reso fatti le loro
parole, da quelli che si sono armati e sono partiti
al posto loro.
Che
malvagi i fascisti!
Sempre
da sinistra. I fascisti non avevano, e in fondo
non hanno tuttora, il diritto di esistere e men
che meno si riconosce loro la dignità dell'interlocutore.
A lungo si è detto che facevano il male per
il male, che uccidevano per uccidere, che si prestavano
alla strategia della tensione, che lavoravano al
soldo dei servizi segreti e che, feroci e disumani,
commettevano stragi. Gente da linciare insomma.
Poi, pian piano, le esperienze incrociate dei prigionieri
della lotta armata iniziarono a squarciare il velo
della menzogna. La conoscenza, prima impossibile,
che si produsse tra le sbarre, sia pure da padiglioni
separati, e il rispetto reciproco che maturò
iniziarono a incrinare il tabù che
allora c'era solo a sinistra. Sicché
pian piano i fascisti (certo non tutti ché
sarebbe stato troppo pretendere ma i più
esemplari considerati come eccezioni)
presero ad essere visti come quelli che in fin dei
conti, pur militando dalla parte sbagliata, reagivano
al tentativo di eliminarli . E quindi, senza giustificarli,
si potevano anche capire... Come se la lotta armata
a destra avesse avuto come obiettivo
la sinistra e non fosse invece, come fu, mirata
contro rappresentanti dello Stato. Ma come spiegare
che i fascisti combattessero le istituzioni? Il
teorema di fondo andrebbe a farsi fottere allegramente
e questo solo pochissimi avevano il coraggio intellettuale
di accettarlo.
Che
cattivi i comunisti!
Da
destra. I comunisti, sicuramente spinti dai servizi
segreti sovietici (poco importa che i soli contatti
di cui si ha documentazione fossero italiani, israeliani
e americani) volevano sovvertire l'ordine per fare
intervenire... i russi (quegli stessi che avevano
abbandonato i comunisti di Grecia al loro destino
nel dopoguerra e che già nel 1946 avevano
chiarito come il Pci non dovesse governare per via
degli accordi di Jalta? Sì quelli!). I giovani
di destra invece, bersagli inermi, morivano come
mosche perché uccidere un fascista
non è reato. Alcuni, non potendone
più, persero il controllo e abbracciarono
le armi. Fecero male, ma si possono capire. Non
amnistiare, però (a destra la forca è
una dea), solo capire...
Anche qui un teorema che non solo tende all'angelizzazione
unilaterale e al vittimismo di parte ma che cancella
in un colpo solo la cultura politica che accompagnò
la scelta armata. Che se non fu propriamente di
programmazione rivoluzionaria come quella delle
BR, fu, comunque, cultura della prosecuzione della
guerra civile. Ma chi aveva già passato il
guado alleandosi a monarchici badogliani, a partigiani
atlantisti e ad antifascisti inglesi, non poteva
che sentirsi imbarazzato dalla presenza di giovani
che, come ha detto Tuti, sognavano di fare la stessa
fine dei ragazzi in camicia nera fucilati a Santa
Maria Novella nel '44.
Fu
solo il prodotto di un pugno di pazzi...
Insomma
furono tutti buoni. Sia i comunisti che la destra
non ebbero responsabilità culturali, storiche
ed emotive negli Anni di Piombo. Quegli anni, il
clima che li accompagnò, la loro spirale
di fuoco e di lutti, le centinaia e centinaia di
morti, furono l'effetto esclusivo di un pugno di
pazzi. Gli uni feroci e gli altri fuorviati. Chi
siano gli uni e chi gli altri cambia a seconda della
visuale, ovviamente. Insomma l'importante è
che gli scellerati che avvelenarono l'aria dal 1943
al 1976 (o al 1985 in alcuni casi) per viverne di
rendita in panciolle con tanto di stipendi, pensione
ed onori, non ammettano le loro responsabilità
di pifferai magici e la loro colpa originale: così
quel che conta è che al loro posto siano
messe in discussione le idee forti e le passioni
in quanto pericolose. Come se la vita non fosse
rischiosa e come se l'assenza di pericolo non fosse
appunto assenza di vita. I veri responsabili, i
veri criminali che hanno, tutti, passato il guado
della rispettabilità scaricano così
il peso della loro pochezza morale e politica sulle
passioni ideali come se queste fossero una colpa
in sé e come se sistemi privi di fanatismo
non fossero criminogeni e criminali, come è
il caso di quello americano per fare il migliore
esempio.
Franceschini
e Tuti
Franceschini
e Tuti in quel coro hanno meravigliosamente stonato.
Franceschini ha ricordato come l'insurrezione rivoluzionaria
fosse allora l'humus comune a tutta la sinistra,
Tuti ha fornito chiarimenti etici ed esistenziali
di tutto rispetto. Se uccidere un fascista
non era reato, decidemmo di far sì che diventasse
pericoloso, così ha spiegato, senza
ghirigori o fronzoli, la sua scelta di abbandonare
la vita borghese. In particolare, poi, Tuti ha sconvolto
gli schemi prefabbricati. Ma come gli
ha chiesto l'intervistatore voi vi ribellavate
al fatto che uccidere un fascista non fosse reato,
ma lei non ha ucciso nessun comunista, bensì
due agenti di Pubblica Sicurezza. Sì,
ma noi ce l'avevamo con quello Stato che invitava
a uccidere i fascisti e che permetteva che l'assassinio
di un fascista restasse sempre impunito. Non
contro i comunisti, non contro chi aveva il coraggio
di premere il grilletto, ma contro quelli che avevano
caricato l'arma, motivato la mano e messe in giro
pistola e proiettili.
Una distorsione non cancella una menzogna
A
questa spiegazione mi ricollego perché spero
che ci aiuti a sgombrare il campo da un'altra ingiustizia
che, complice AN e protagonista gente alla Telese,
sta provando a sostituire la precedente. A lungo
si è lasciato dire (e spesso lo si sostiene
ancora) che la mia generazione - in nero - fosse
strumento di servizi segreti, che fosse composta
da gente indemoniata e sanguinaria. Ora che lo squarcio
ha iniziato ad aprirsi, anziché ricercare
obiettivamente la verità, come sarebbe opportuno,
si prova a rovesciare l'assunto. E' certamente vero
che la mia generazione si organizzò in piazza
e anche con le armi per rispondere al non
reato dell'uccisione dei fascisti. E' anche
vero che non ha sulla coscienza stragi di bambini,
come a Primavalle, o assassinii vigliacchi come
al Prenestino. Anche se si può imputare,
sia pur preterintenzionalmente, alcuni delitti agghiaccianti,
come quello della ragazza bruciata viva nella sua
auto raggiunta da una molotov a Napoli o quello
di un hadicappato morto in una rissa a Bari. E'
vero che la mia generazione in nero
ebbe come motto e parola d'ordine l'onore e, quindi,
la ricerca dello scontro impari e, di solito (ma
non sempre) il rifiuto della sopraffazione. E' vero
che la mia generazione in nero di
fatto rispose sempre perché il primo sprangato
(Spanò), il primo morto in piazza (Venturini),
il primo morto per colpo d'arma da fuoco (Mantakas),
fu sempre nostro. Come nostri furono i primi martiri
delle fiamme (Stefano e Virgilio Mattei). E' vero
che la mia generazione in nero ebbe
con la dirimpettaia un confronto iniquo perché
l'intelligentia dell'epoca, e anche gran parte della
magistratura, perdonavano chi la massacrasse ma
bastonavano pesantemente ogni atto violento, anche
solo sospetto, sia pur reattivo che andasse nella
direzione opposta. E' vero che l'etica fascista,
di cui in buona parte la mia generazione
in nero era imbevuta magari anche inconsapevolmente,
era ben altra cosa rispetto alla morale partigiana;
ad esempio era irrimediabilmente avversa ad ogni
linciaggio. Tutto questo è bene che si sappia,
che si ricordi. Non sarebbe esatto tracciare un
parallelismo perfetto tra la mia generazione in
nero e la mia generazione in rosso. Se quest'ultima
fu composta di Don Chisciotte, la prima era fatta
di Don Chisciotte che si battevano anche contro
Don Chisciotte, i rossi, parzialmente omologati
che, nella fattispecie, per l'impunità garantita
nello specifico, impersonavano i mulini a vento.
La
mia generazione ha sparato
Non
è giusto però - non lo è per
la storia, non lo è per la memoria, non lo
è per la sua dignità angelizzare
la mia generazione in nero e men che meno vittimizzarla.
Come ha detto chiaramente Tuti noi non ci
sentivamo vittime e nessuno ci spinse a fare quello
che abbiamo fatto. La mia generazione - in
nero ha sparato e non solo per reagire al
linciaggio. Ha sparato, anche, per ragioni ideali,
sentimentali, passionali. Ha sparato, anche, perché
cresciuta in un humus collettivo che spingeva allo
stesso tempo i più generosi e i più
delinquenti a praticare la lotta armata. I secondi
perché ci si trova(va)no bene, i primi perché
trovatisi in particolari casi non potevano fare
diversamente senza vergognarsi come ladri, senza
cessare di essere uomini. La mia generazione - in
nero ebbe come avversari, come formidabili,
pericolosissimi avversari, i pistoleri rossi, ma
ebbe come nemici quelli che della tragedia vivevano.
Quelli che l'odio lo alimentavano ma non si sporcavano
le mani; o quelli che facevano carriera portando
a spalle le bare dei giovani caduti per poi andare
a chiedere, contro di noi, la doppia pena di morte.
La mia generazione in nero di certo
rispose agli agguati feroci dei guerriglieri rossi,
ma non si limitò a questo. Essa attaccò
anche, essa provocò anche. E, soprattutto,
essa si batté molto di meno contro i rossi
in armi che non contro i rappresentanti delle istituzioni.
Tutti
gli uomini del grande misfatto
Questo
Tuti un po' lo ha detto chiaramente e un po' lo
ha lasciato trapelare. E' il caso di iniziare a
sottolinearlo. Certo, è un'utopia pensare
che un giorno i veri artefici delle tragedie italiane
ammettano pubblicamente le proprie responsabilità
(che differenza tra loro da una parte e Curcio e
Franceschini che dall'altra, invece, si assumono
- a proprie spese - le colpe collettive delle BR!)
Ma che quegli ipocriti muoiano vecchi e truccati
non è una buona ragione perché anche
noi si contribuisca a confondere il quadro con nostre
riletture di comodo accompagnate da vere e proprie
rimozioni. Altrimenti la più giovane generazione
- in nero quella che a differenza della mia
(che pur li combatté aspramente e sparse
il proprio sangue nel combatterli) prova verso i
comunisti un vero e proprio tabù, non potrà
comprendere. Non potrà comprendere perché
quelli come me, quelli di quegli anni, quelli che
in quegli anni hanno combattuto e ne hanno fatto
le spese, rispettano i loro avversari (quelli leali
e coraggiosi, non i vigliacchi) e non cercano di
contestarli in pubblico, di toglier loro la dignità
di soggetto. Perché pensano che sia istruttivo
ascoltare Curcio e non considerano una bestemmia
il fatto che lo s'introduca in un'aula Moro. Perché
per noi, che allora c'eravamo e che non abbiamo
rimosso alcunché, né riletto tutto
a piacimento altrui, Curcio e Moro sono tutt'altra
cosa da come li contrabbandano oggi. E fra il primo
e il secondo, alcuni forse non sceglierebbero ma
di sicuro nessuno sceglierebbe il secondo. Certo
la più giovane generazione - in nero
ma anche, forse, quella in rosso, questo oggi non
lo può capire. Perché la storia, quella
della strategia della tensione, quella degli Anni
di Piombo, quella del consociativismo, quella della
ristrutturazione, gliel'hanno raccontata tutta distorta,
qualunque sia stato il teorema adoperato. Perché
Dc, Pci, Psi, Pri, Psdi, Pdup, Msi, Triplice sindacale,
insegnanti, giornalisti, funzionari rampanti, servizi
deviati(?) hanno provato a passare indenni
il guado gettando il loro pesante, ignobile, fardello
di disonestà e di complicità nel misfatto
collettivo. In quel misfatto collettivo che hanno
chiamato democrazia antifascista e che altro non
è stato se non l'alleanza tra Lucky Luciano,
Don Sturzo e quelli che, dall'aprile in poi s'inebriarono
di linciaggi e a un certo punto rimasero con l'acquolina
in bocca. Non so se qualcuno scriverà mai
questa storia e francamente ne dubito. In ogni caso
è opportuno non aiutarli a scriverne altre.
Almeno noi dobbiamo essere seri e sinceri.