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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Rossi, il Lanzichenecco
Ugo Gaudenzi

03.04.07, ROMA - Il 6 maggio 1527 le truppe mercenarie - in gran parte Landsknechte, lanzichenecchi - dell’ imperatore Carlo V entravano a Roma, per punire il papa Clemente VII per il suo tradimento della parola data.
Venivano uccise seimila persone, saccheggiate le case, depredati palazzi e chiese, incendiata buona parte della città. L’ orda di soldati affamati, senza paga e senza comandante (il conestabile di Borbone era stato ucciso dal Cellini con un tiro di colubrina da Castel Sant’ Angelo) trasformarono Campo de’ Fiori in un mercato a cielo aperto del bottino raccolto nel sacco di Roma.

480 anni dopo il saccheggio è di nuovo servito. Oggi come allora perché chi comanda a Roma, il governo, è spergiuro, non è affatto “sociale”, non fa gli interessi del popolo, ma quello della banda di oligarchi liberaldemocratici che rappresenta, legati alle leggi del profitto e dell’ usura. Per di più è lo stesso governo che ha assoldato per l’ assalto di quello che resta di Roma dei nuovi lanzichenecchi, fornendo loro come interlocutore il compagno-complice “comunista” Guido Rossi.
Si vuole un sacco senza spargimento di sangue, è vero... Ma con tante vittime: almeno 58 milioni di italiani.
E sul “Mercato”, come grida felice il liberal-liberista Capezzone, vanno gli ultimi residui della sovranità economica nazionale, dopo Autostrade e con l’Alitalia il pezzo più pregiato: Telecom. Le rimostranze di un Di Pietro - burbere nella forma, acquiescenti nella sostanza - sono il solito pannicello caldo offerto ai sudditi-elettori. Se volesse fermare quest’ ultima rapina, basterebbe, per Di Pietro, uscire dal governo e dalla coalizione. Ma non lo farà. Come non lo faranno nemmeno i comunisti d.o.c. - quelli di Rifondazione o quelli che si fregiano di “italiani” - né i Verdi, né tantomeno i post-comunisti Ds, compagni di partito e di merende del Lanzichenecco.

Un Lanzichenecco, Rossi, molto caro a Prodi e quella banda bassotti - Andreatta, Prodi, Ciampi, Amato, Draghi - che dal 1993 ad oggi ha “liberalizzato” e “privatizzato” - in una parola svenduto - ogni impresa pubblica italiana, rapinando beni e patrimonii strategici di tutti noi per “fare cassa”, e cioè per mantenersi al potere. Era stato questo signore (immesso da Andreatta nel 1981 al controllo della Consob, poi senatore del Pci fino al 1992, quindi legale di Geronzi per i crack Cirio e Parmalat, infine sia consulente Abn Amro per la scalata all’Antonveneta e, in quanto “amico di Moratti”, “commissario” del calcio italiano dopo lo scandalo Moggi) già nel 1997 a realizzare la svendita di Telecom (la quinta più grande holding di telecomunicazioni al mondo) prima ad Agnelli e quindi, di fatto, all’ illustre sconosciuto signor Colaninno, che riuscì a comprarla - come nelle migliori tradizioni italiane, vedi Alfa Romeo - facendone uno spezzatino e pagandola di fatto con i soldi stessi dell’ azienda acquistata.

Ed è questo, ora, il signore - alleato di Tronchetti Provera - chiamato a vendere al mercato di Campo de’ Fiori quel che resta delle telecomunicazioni italiane.

480 anni fa, al sacco di Roma seguì la peste.

Questa volta vacciniamoci e... indirizziamola bene.