I
guerriglieri iracheni distruggono il mito dell'
invincibilità militare dell' America
di
Mike Whitney
25.05.07
- Mentre i critici della guerra in Iraq sono rapidi
a far notare che l'occupazione USA non ha successo,
esitano a trarre l'ovvia conclusione che la resistenza
irachena sta vincendo. Osservazioni come questa
sono equivalenti a tradimento e quindi proibite
nei media dell'establishment.
L'idea
dell'invincibilità americana è un
mito alimentato così attentamente che viene
difesa in tutte le fonti d'informazione ed in tutti
i momenti. Persino se le truppe USA venissero prese
sul fatto a gettare i loro elicotteri nell'Eufrate
mentre fuggono frettolosamente da Baghdad, i media
"incorporati" ne traviserebbero il significato
per farlo sembrare un "ridispiegamento strategico".
Non
vi è nulla di nuovo riguardo ai pregiudizi
dei media, ma il loro effetto sulla guerra in corso
è stato insignificante. Il rivolgimento della
verità da parte dei media non può
alterare la realtà sul terreno ed il fatto
è che i militari USA vengono battuti piuttosto
seriamente. Hanno scontri violenti con un nemico
scaltro che ha neutralizzato i loro vantaggi in
termini di potenza di fuoco e la tecnologia e limitato
il loro campo di movimento. E' traumatizzante pensare
che, dopo quasi quattro anni di sanguinoso conflitto,
le forze di occupazione non controllano ancora "nessun
terreno" oltre i minacciosi muri protettivi
della Zona Verde. Questa è una sbalorditiva
ammissione di sconfitta.
Secondo
ogni standard oggettivo, gli USA stanno perdendo
la guerra in Iraq. Tuttavia, le disgrazie dell'America
non sono semplicemente il risultato di sbagli amministrativi
o di una strategia pasticciata, ma l'effetto inevitabile
di un avversario scaltro e feroce che colpisce inaspettatamente
e quindi si nasconde tra la popolazione. Come disse
Mao Tse-tung, "Il guerrigliero deve muoversi
tra il popolo come un pesce nuota nel mare".
La resistenza irachena ha gestito questa impresa
con maggiore abilità di quanto ci si aspettasse.
I
criteri per vincere una guerra di guerriglia sono
ben noti. L'esercito di occupazione deve instaurare
rapidamente la sicurezza per ottenere l'appoggio
della popolazione in generale. E' per questo che
vincere "cuori e menti" è un compito
così critico. Se l'occupazione è largamente
impopolare, allora la ricostruzione e la sicurezza
diventano impossibili e cresce rigogliosamente la
lotta armata. Ora che l'80% del popolo iracheno
dice che vuole vedere un rapido ritiro delle truppe
americane, possiamo stare certi che la vittoria,
in ogni senso convenzionale della parola, è
fuori questione.
La
guerra di guerriglia in Iraq ha raggiunto un nuovo
livello di complessità. Dopo quasi quattro
anni, sappiamo poco della resistenza e dei suoi
metodi di operare come all'epoca dell'invasione.
Vi è un comando centrale o solamente delle
piccole cellule indipendenti? Come comunicano tra
di loro? Ha fonti affidabili di armamenti ed esplosivi?
Quali sono le sue fonti di finanziamento? Quanti
uomini sono nella resistenza? Quante donne? Vanno
in giro per il paese o stanno in un territorio?
Vi sono donatori stranieri o si sostiene da sola?
Quanto intensamente è impegnata la popolazione
nell'appoggio alle attività della resistenza?
Senza
conoscere le risposte a queste domande, gli Stati
Uniti, con tutti i loro dispositivi di sorveglianza
high-tech, sono soltanto un gigante che si muove
pesantemente incespicando inutilmente attorno. La
dipendenza dal rastrellare e torturare "uomini
in età da militare" (MAMs) per assumere
informazioni sulle attività e le reti della
resistenza ha fallito completamente, galvanizzando
il popolo contro l'occupazione ed erodendo la pretesa
americana di superiorità morale.
La
guerra di guerriglia è una guerra d'attrito;
il costante, inesorabile logorio delle forze e del
morale del nemico. L'obiettivo è attivarsi
diverse strategie asimmetriche per mantenere costantemente
instabile e sulla difensiva l'esercito di invasione.
La guerriglia deve continuare a sondare le vulnerabilità
selezionando le potenziali debolezze mentre attua
un programma di sabotaggio e sotterfugio. Come consigliò
Mao, "Ritiratevi quando il nemico avanza, attaccatatelo
ripetutamente quando si ferma, colpitelo quando
è stanco, inseguitelo quando si ritira".
L'effetto
complessivo di questa strategia è già
evidente. Gli obiettivi della missione sono divenuti
vaghi e confusi, le truppe sono sempre più
demoralizzate e non vi è nessun criterio
chiaro per la riuscita. In base a queste circostanze,
incrementare gli effettivi è un atto di pura
disperazione. La "vittoria" non è
possibile quando nessuno ha un'idea chiara su quello
che vittoria significhi. E' questo il problema nel
fare una guerra semplicemente per estorcere la ricchezza
e le risorse da un altro paese. Alla fine la maschera
dell'ideologia scivola e tutti possono capire la
vera natura dell'inganno.
In
occidente vi è la tendenza a minimizzare
le imprese della resistenza irachena, ma nessuno
può discuterne i risultati. Con armamento
e risorse limitati, ha aggirato, superato in strategia
e completamente sconcertato la macchina da guerra
meglio addestrata, meglio equipaggiata, ad alta
tecnologia che il mondo abbia mai visto. Questo
è un ottimo risultato. Penso che molti alti
ufficiali americani segretamente ammirino l'efficacia
del loro nemico. Ha cominciato una battaglia impressionante
in circostanze molto difficili e hanno perseverato
nonostante chiari svantaggi nelle comunicazioni,
nella logistica, nella potenza di fuoco, nella propaganda,
nella mobilità e nei rifornimenti. Con il
più rudimentale equipaggiamento di armi ed
esplosivi è andato faccia a faccia con l'unica
superpotenza mondiale e le hanno imposto uno stallo.
In
verità, la resistenza irachena è riuscita
dove il Congresso, le Nazioni Unite ed i milioni
di pacifici cittadini contrari alla guerra in tutto
il mondo hanno fallito: ha fermato di colpo il mostro
di Bush.
La
scorsa settimana il ten. gen. Michael Maples ha
ammesso che gli attacchi della resistenza sono aumentati
"di portata, letalità ed intensità".
Ora gli attacchi alle forze USA sono arrivati ad
un enorme 180 al giorno, quasi il doppio della cifra
di soltanto un anno fa. La lotta armata cresce chiaramente
ogni giorno.
Allo
stesso tempo, per Bush i problemi continuano a montare.
Il suo esercito è allungato al punto di rottura,
i combattimenti settari sono in crescita ed il governo
di Al-Maliki non è riuscito a sciogliere
le milizie o ad ideare una strategia per stabilire
la sicurezza oltre la Zona Verde.
Nessun
elemento dell'occupazione ha avuto successo.
Il
piano di Bush per l'Iraq è destinato al fallimento
perché è fondato su una logica difettosa.
La forza schiacciante e la violenza estrema non
producono soluzioni politiche, solamente più
spargimento di sangue. L'Iraq non è la striscia
di Gaza.
Per
gli Stati Uniti l'unica soluzione è dichiarare
un immediato cessate il fuoco, richiedere negoziati
con i capi della Resistenza Nazionale Irachena,
organizzare un incontro tra i principali gruppi
(sunniti, sciiti e kurdi) ed accordarsi in linea
di massima per il ritiro completo di tutte le truppe
americane.
Persino
a questa tardiva data, vi è riluttanza tra
i sapienti conservatori ed ugualmente tra liberali
a riconoscere che si deve trattare con la resistenza
sostenuta dai sunniti, guidata dai baathisti e portata
al tavolo delle trattative.
I
negoziati con la Resistenza irachena sono il "primo
passo" sulla strada di una soluzione politica.
"Mantenere
la rotta", "ritiro graduale" o persino
incontri con le altre potenze regionali (come Siria
ed Iran) sono meramente rimedi superficiali che
non mirano alla questione centrale. Gli Stati Uniti
hanno bisogno di fare un accordo con gli uomini
che "portano i fucili ed impacchettano gli
esplosivi", sono quelli che combattono questa
guerra e sono gli unici che decideranno i termini
di una composizione politica.
Se
dei negoziati avranno luogo ora o tra cinque anni
dipende interamente da George Bush, ma il risultato
della guerra è già certo. Le ambizioni
imperiali di Bush sono state mandate in frantumi
da una piccola schiera di impegnati nazionalisti
iracheni. Questi hanno bloccato la rotta per Tehran
e Damasco ed aperto la strada alla liberazione del
loro paese.
Mike
Whitney vive nello stato di Washington. Si può
contattare a: fergiewhitney@msn.com.
http://freebooter.da.ru/