Deserto
o Polaris
Gabriele
Adinolfi
09.07.07 - Come
porsi nei confronti di Storace è davvero l'ultimo
dei nostri problemi. Se in questi giorni in molti se
lo pongono come priorità, significa che siamo
ancora anni luce distanti dalla normalità, da
un punto di partenza qualsiasi. E, anche, che siamo
millenni luce lontani dalla capacità di capire,
di "intelligere", ovvero da una classe dirigente
qualsiasi. Questo è il problema, questo e non
altri. Quinta generazione e non volontà di potenza.
Cominciamo
dall'inizio. Il neofascismo nacque, nel dopoguerra,
mosso da una volontà precisa: sopravvivere e
rilanciarsi. La generazione successiva ebbe una volontà
di potenza, quella di conquistare il potere. La terza
generazione, la mia, volle rovesciarlo o, in subordine,
costruirne uno parallelo. Dopo di allora - per ragioni
oggettive - la volontà di potenza si è
smarrita. La quarta generazione, quella della seconda
metà degli anni Ottanta, s'immaginò "antagonista"
in maniera verbale, culturale, persino estetica, al
Palazzo e alla Società e si costruì le
riserve indiane ove vivere però più un
atteggiamento stilistico che non una totalità
esistenziale.
Da
Fiuggi in poi siamo nella quinta ondata. Cosa muove
questa quinta ondata? La consapevolezza di essere naufraghi;
ma ben pochi vogliono mettere a frutto la loro condizione
per farsi pirati, i più cercano qualcuno che
li porti a riva, a una qualsiasi riva. Ne consegue un
prepotente desiderio di accettazione da parte degli
altri, un'accettazione da aggiungere per via dialettica.
Il tutto attesta un sorprendente grado di credenza primitiva
nei pregiudizi democratici. Nessuno crede più
nella democrazia se non i post/neofascisti che, tra
l'altro, l'adoperano soprattutto all'interno (assemblearismo
e rassismo sono ambedue forme di democrazia e non di
gerarchia che è tutt'altra cosa).
Tutti
i fondamentali. Smarriti. Bramosi di ottenere riconoscimenti
democratici (o mediatici, che è lo stesso), i
neofascisti di oggi ricalcano il copione generale. Fanno
politica da reality show, con outing puntuali, in una
miscela di pettegolezzi, guardonismo e stridio che tanto
piacciono al teatrino dell'avanspettacolo ma che nulla
producono di profondo e di duraturo. Inoltre, ipnotizzati
da questo esser vissuti, da questo passivismo politico-spettacolare,
finiscono con il perdere di vista tutto quello che conta
e che nell'ordine è:
1.
Il nostro marchio d'origine e, con esso, la conoscenza
e la fierezza storica - che MAI deve essere giustificazionista
- del dna, il quale è tanto più da rivalutare
quanto più ci viene proposto come dannato.
2.
La consapevolezza che gli altri, specie quelli che ci
tendono la mano, sono sempre in mala fede e di ben altro
marchio; dunque essi sono, nel loro intimo, nostri nemici,
perché ci sono nemici e lo sanno perfettamente.
Loro!
3.
La volontà di potenza o, in subordine, di rivincita,
che sparisce immediatamente quando siano obliati i primi
due fondamentali.
4.
La capacità di esprimere un sistema politico
reale, organico, articolato, perché alla fin
fine più o meno tutti fanno politica in chiave
personale (o di clan fa lo stesso). Il che è
una conseguenza obbligata delle prime tre carenze.
5.
La capacità di assumere una funzione strategica
che, nascendo dai primi quattro imperativi, consenta,
in un mondo che per lungo tempo è avviato a non
mutare se non in peggio, di far guerriglia politica,
alla Quinto Fabio Massimo (ovvero non finalizzata a
se stessa ma a permettere intanto a Scipione di riorganizzare
vittoriosamente l'esercito e di strappare le miniere
iberiche ai cartaginesi al fine, poi, di schiacciare
l'anti-Roma). Ma come scegliere una via del genere se
non si ha la lucidità di capire le cose, la fierezza
del proprio dna e un fanatismo vero, impersonale, che
consente di agire senza godere dei facili e caduchi
frutti del dì? Gli individui-atomo non possono!
Gerarchia
e strategia. Mancando tutte queste premesse ci si torna
a porre con Storace la medesima domanda che ci si pose
con Romagnoli, con la Nipotini, con Alemanno, con AN,
con Berlusconi e con chi più ne ha più
ne metta. Una domanda oziosa, non solo perché
la risposta che viene data, qualunque essa sia, è
profondamente ingenua, ma perché non è
mai posta
come si deve: ovvero, dando per scontato che ognuna
di queste persone e ognuno di questi organismi sono
funzioni meccaniche corrispondenti a un sistema coeso,
ci si dovrebbe chiedere:
a)
Cosa cambia nel quadro generale a ogni novità.
b)
A chi, e soprattutto a quale piano, fa capo tale organismo
e tale leader di passaggio.
c)
Cosa guadagna un mondo (dicasi un mondo, non una fazione)
se appoggia quella novità, se la osteggia o se
l'ignora.
Questi
ragionamenti avrebbero senso, però, solo se le
cinque carenze fondamentali di cui ho parlato sopra
fossero colmate, altrimenti continueremo a parlare di
nulla: al massimo di una motivazione di sistema (rimborsi
elettorali, consiglieri circoscrizionali ecc) che non
ha in sé alcun senso perché non ha uno
scopo, non ha una coscienza, non ha una volontà,
non ha un fanatismo dietro le spalle: dunque non ha
metodo o strategia. E, inoltre, finché questo
mondo deciderà di rimanere schiavo corroso della
democrazia, non avrà alcun sentimento gerarchico,
se non in dimensione tribale. Gerarchia rimanda etimologicamente
al sacro, strategia alla guerra. Senza gerarchia manca
la sacralità, senza strategia manca il senso
della guerra: i due termini rimandano all'essenza dell'autenticità,
ignorarli inchioda all'inutentico. Quindi, di fatto,
oggi ben pochi possono dire di esserci davvero, il più
si agita senza avere una direzione e soprattutto un
fine, un tramonto che ne giustifichi l'esistere e che
dia soddisfazione vera all'arco esistenziale.
Il
deserto cresce. Date queste premesse si dovrebbe convenire
che stiamo nel deserto, che attraversiamo un deserto
e, per giunta, a cielo coperto, visto che non vediamo
le stelle e che per sopperire alla cecità non
troviamo di meglio che andare a casaccio dove ci portano
gli altri. Cosa, questa, che attesta la totale assenza
di una possibile classe dirigente e che conferma il
totale disorientamento, dunque l'assenza, in queste
condizioni, di qualsiasi futuro che non sia fallimentare,
passivo, ipnotico e destrutturalizzante. Se torniamo,
solo per fare un esempio, al fattore Storace, dobbiamo
ricordare che la parabola che ha avviato è chiarissima
da almeno tre anni e ha, finora, rispettato con banalità
tempi e modi di proposizione; quindi, il fatto che nello
scenario partitico/estremistico ci si ponga solo oggi
il problema, è gravissimo.
Che
ci si ponga poi il problema in termini di arruolamento
o di rivalità è un po' meno grave ma pur
sempre preoccupante, perché conferma che un forte
pregiudizio democratico muove gran parte dell'area che,
quando è in buona fede, s'illude di poter ottenere
consenso per via elettoralistica e partitica (di qui
l'importanza eccessiva concessa ai conati partitici
e scenici) quando, semmai, è l'inverso che è
possibile.
Dal che si comprende come e perché le rare espressioni
strategiche e sistemiche che sono state avviate con
successo poco entusiasmano l'area più impegnata
in politica classica che si conferma così costantemente
miope. Infine è gravissimo che non si riesca
a concepire tutto quel che si muove nel suo complesso,
nella sua articolazione e non si colga che, al di là
delle eventuali motivazioni individuali, anche la creatura
di Storace, nella sua meccanica, è da leggere
in un ampio e totalitario piano di condizionamento,
di assassinio per avvelenamento, di contraffazione;
un piano che si sta esplicando nella riscrittura della
nostra memoria storica, che trova il suo "là"
in "Cuori Neri" e si sta ulteriormente potenziando
nelle riletture storiche dei rinnegati che fanno share,
negli "ex" terroristi (guarda caso per me
che non ho ucciso nessuno "ex" non si adopera...)
arruolatisi in massoneria e/o nel partito israeliano.
Al
di là delle amicizie, delle relazioni, delle
volontà, delle consapevolezze individuali, è
un sistema articolato che abbiamo di fronte, o meglio
sulle nostre spalle: un sistema in cui ogni cosa ne
regge un'altra e tutte insieme reggono una Parodia che
vuole eliminare ogni residuo del nostro dna. Vivi o
estinti. Che fare paradossalmente non sarebbe un problema,
in quanto si può davvero fare di tutto. A patto
però di avere prima recuperato i cinque fondamentali
smarriti, ovvero di aver ritrovato il nord. Se il cielo
è coperto il nord si identifica con la bussola.
Dobbiamo riconoscere la Stella Polare e non è
affatto un caso se il centro studi che si sta pian piano
avviando lo abbiamo chiamato Polaris.
Si
può davvero fare di tutto e, tra l'altro, animati
dai giusti proponimenti e talvolta addirittura da metodo,
diverse persone o gruppi stanno compiendo cose concrete
che, alle condizioni attuali, non possono essere del
tutto sistemiche proprio per le carenze che abbiamo
indicato, molto diffuse nell'ambiente se non universali.Si
può fare di tutto, a patto di fare subito quadrato
per la riconquista della nostra memoria storica, per
impedire che la rilettura sostanzialmente antifascista,
compiuta dai neobadogliani dall'animo gappista e così
tanto diffusa dai media e dalle editrici di successo,
non raggiunga il suo scopo: sostituire una Parodia alla
nostra Realtà disconosciuta.
Tutte
le letture del fascismo e del neofascismo oggi vanno
in quel senso: enfatizzare quello che falsamente si
afferma essere esistito e che rafforza una monade d'estrema
destra molle e democratica, e condannare al contempo,
tutto quello che la vulgata comunista e antifascista
ha infettato con calunnia e maldicenza per dannare a
futura memoria la nostra storia e il nostro gene. Di
qui si parte: da questa difesa, dal recupero dei fondamentali
perduti. Con Storace, contro Storace o senza Storace
non ha alcuna importanza. Quello che conta è
con noi vivi, consapevoli e combattivi o senza di noi,
estinti e suicidi.
Gabriele
Adinolfi
Distribuito
dal NIF di PARIGI di solechesorgi@free.fr