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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Deserto o Polaris
Gabriele Adinolfi


09.07.07 - Come porsi nei confronti di Storace è davvero l'ultimo dei nostri problemi. Se in questi giorni in molti se lo pongono come priorità, significa che siamo ancora anni luce distanti dalla normalità, da un punto di partenza qualsiasi. E, anche, che siamo millenni luce lontani dalla capacità di capire, di "intelligere", ovvero da una classe dirigente qualsiasi. Questo è il problema, questo e non altri. Quinta generazione e non volontà di potenza.

Cominciamo dall'inizio. Il neofascismo nacque, nel dopoguerra, mosso da una volontà precisa: sopravvivere e rilanciarsi. La generazione successiva ebbe una volontà di potenza, quella di conquistare il potere. La terza generazione, la mia, volle rovesciarlo o, in subordine, costruirne uno parallelo. Dopo di allora - per ragioni oggettive - la volontà di potenza si è smarrita. La quarta generazione, quella della seconda metà degli anni Ottanta, s'immaginò "antagonista" in maniera verbale, culturale, persino estetica, al Palazzo e alla Società e si costruì le riserve indiane ove vivere però più un atteggiamento stilistico che non una totalità esistenziale.

Da Fiuggi in poi siamo nella quinta ondata. Cosa muove questa quinta ondata? La consapevolezza di essere naufraghi; ma ben pochi vogliono mettere a frutto la loro condizione per farsi pirati, i più cercano qualcuno che li porti a riva, a una qualsiasi riva. Ne consegue un prepotente desiderio di accettazione da parte degli altri, un'accettazione da aggiungere per via dialettica. Il tutto attesta un sorprendente grado di credenza primitiva nei pregiudizi democratici. Nessuno crede più nella democrazia se non i post/neofascisti che, tra l'altro, l'adoperano soprattutto all'interno (assemblearismo e rassismo sono ambedue forme di democrazia e non di gerarchia che è tutt'altra cosa).

Tutti i fondamentali. Smarriti. Bramosi di ottenere riconoscimenti democratici (o mediatici, che è lo stesso), i neofascisti di oggi ricalcano il copione generale. Fanno politica da reality show, con outing puntuali, in una miscela di pettegolezzi, guardonismo e stridio che tanto piacciono al teatrino dell'avanspettacolo ma che nulla producono di profondo e di duraturo. Inoltre, ipnotizzati da questo esser vissuti, da questo passivismo politico-spettacolare, finiscono con il perdere di vista tutto quello che conta e che nell'ordine è:

1. Il nostro marchio d'origine e, con esso, la conoscenza e la fierezza storica - che MAI deve essere giustificazionista - del dna, il quale è tanto più da rivalutare quanto più ci viene proposto come dannato.

2. La consapevolezza che gli altri, specie quelli che ci tendono la mano, sono sempre in mala fede e di ben altro marchio; dunque essi sono, nel loro intimo, nostri nemici, perché ci sono nemici e lo sanno perfettamente. Loro!

3. La volontà di potenza o, in subordine, di rivincita, che sparisce immediatamente quando siano obliati i primi due fondamentali.

4. La capacità di esprimere un sistema politico reale, organico, articolato, perché alla fin fine più o meno tutti fanno politica in chiave personale (o di clan fa lo stesso). Il che è una conseguenza obbligata delle prime tre carenze.

5. La capacità di assumere una funzione strategica che, nascendo dai primi quattro imperativi, consenta, in un mondo che per lungo tempo è avviato a non mutare se non in peggio, di far guerriglia politica, alla Quinto Fabio Massimo (ovvero non finalizzata a se stessa ma a permettere intanto a Scipione di riorganizzare vittoriosamente l'esercito e di strappare le miniere iberiche ai cartaginesi al fine, poi, di schiacciare l'anti-Roma). Ma come scegliere una via del genere se non si ha la lucidità di capire le cose, la fierezza del proprio dna e un fanatismo vero, impersonale, che consente di agire senza godere dei facili e caduchi frutti del dì? Gli individui-atomo non possono!

Gerarchia e strategia. Mancando tutte queste premesse ci si torna a porre con Storace la medesima domanda che ci si pose con Romagnoli, con la Nipotini, con Alemanno, con AN, con Berlusconi e con chi più ne ha più ne metta. Una domanda oziosa, non solo perché la risposta che viene data, qualunque essa sia, è profondamente ingenua, ma perché non è mai posta
come si deve: ovvero, dando per scontato che ognuna di queste persone e ognuno di questi organismi sono funzioni meccaniche corrispondenti a un sistema coeso, ci si dovrebbe chiedere:

a) Cosa cambia nel quadro generale a ogni novità.

b) A chi, e soprattutto a quale piano, fa capo tale organismo e tale leader di passaggio.

c) Cosa guadagna un mondo (dicasi un mondo, non una fazione) se appoggia quella novità, se la osteggia o se l'ignora.

Questi ragionamenti avrebbero senso, però, solo se le cinque carenze fondamentali di cui ho parlato sopra fossero colmate, altrimenti continueremo a parlare di nulla: al massimo di una motivazione di sistema (rimborsi elettorali, consiglieri circoscrizionali ecc) che non ha in sé alcun senso perché non ha uno scopo, non ha una coscienza, non ha una volontà, non ha un fanatismo dietro le spalle: dunque non ha metodo o strategia. E, inoltre, finché questo mondo deciderà di rimanere schiavo corroso della democrazia, non avrà alcun sentimento gerarchico, se non in dimensione tribale. Gerarchia rimanda etimologicamente al sacro, strategia alla guerra. Senza gerarchia manca la sacralità, senza strategia manca il senso della guerra: i due termini rimandano all'essenza dell'autenticità, ignorarli inchioda all'inutentico. Quindi, di fatto, oggi ben pochi possono dire di esserci davvero, il più si agita senza avere una direzione e soprattutto un fine, un tramonto che ne giustifichi l'esistere e che dia soddisfazione vera all'arco esistenziale.

Il deserto cresce. Date queste premesse si dovrebbe convenire che stiamo nel deserto, che attraversiamo un deserto e, per giunta, a cielo coperto, visto che non vediamo le stelle e che per sopperire alla cecità non troviamo di meglio che andare a casaccio dove ci portano gli altri. Cosa, questa, che attesta la totale assenza di una possibile classe dirigente e che conferma il totale disorientamento, dunque l'assenza, in queste condizioni, di qualsiasi futuro che non sia fallimentare, passivo, ipnotico e destrutturalizzante. Se torniamo, solo per fare un esempio, al fattore Storace, dobbiamo ricordare che la parabola che ha avviato è chiarissima da almeno tre anni e ha, finora, rispettato con banalità tempi e modi di proposizione; quindi, il fatto che nello scenario partitico/estremistico ci si ponga solo oggi il problema, è gravissimo.

Che ci si ponga poi il problema in termini di arruolamento o di rivalità è un po' meno grave ma pur sempre preoccupante, perché conferma che un forte pregiudizio democratico muove gran parte dell'area che, quando è in buona fede, s'illude di poter ottenere consenso per via elettoralistica e partitica (di qui l'importanza eccessiva concessa ai conati partitici e scenici) quando, semmai, è l'inverso che è possibile.


Dal che si comprende come e perché le rare espressioni strategiche e sistemiche che sono state avviate con successo poco entusiasmano l'area più impegnata in politica classica che si conferma così costantemente miope. Infine è gravissimo che non si riesca a concepire tutto quel che si muove nel suo complesso, nella sua articolazione e non si colga che, al di là delle eventuali motivazioni individuali, anche la creatura di Storace, nella sua meccanica, è da leggere in un ampio e totalitario piano di condizionamento, di assassinio per avvelenamento, di contraffazione; un piano che si sta esplicando nella riscrittura della nostra memoria storica, che trova il suo "là" in "Cuori Neri" e si sta ulteriormente potenziando nelle riletture storiche dei rinnegati che fanno share, negli "ex" terroristi (guarda caso per me che non ho ucciso nessuno "ex" non si adopera...) arruolatisi in massoneria e/o nel partito israeliano.

Al di là delle amicizie, delle relazioni, delle volontà, delle consapevolezze individuali, è un sistema articolato che abbiamo di fronte, o meglio sulle nostre spalle: un sistema in cui ogni cosa ne regge un'altra e tutte insieme reggono una Parodia che vuole eliminare ogni residuo del nostro dna. Vivi o estinti. Che fare paradossalmente non sarebbe un problema, in quanto si può davvero fare di tutto. A patto però di avere prima recuperato i cinque fondamentali smarriti, ovvero di aver ritrovato il nord. Se il cielo è coperto il nord si identifica con la bussola. Dobbiamo riconoscere la Stella Polare e non è affatto un caso se il centro studi che si sta pian piano avviando lo abbiamo chiamato Polaris.

Si può davvero fare di tutto e, tra l'altro, animati dai giusti proponimenti e talvolta addirittura da metodo, diverse persone o gruppi stanno compiendo cose concrete che, alle condizioni attuali, non possono essere del tutto sistemiche proprio per le carenze che abbiamo indicato, molto diffuse nell'ambiente se non universali.Si può fare di tutto, a patto di fare subito quadrato per la riconquista della nostra memoria storica, per impedire che la rilettura sostanzialmente antifascista, compiuta dai neobadogliani dall'animo gappista e così tanto diffusa dai media e dalle editrici di successo, non raggiunga il suo scopo: sostituire una Parodia alla nostra Realtà disconosciuta.

Tutte le letture del fascismo e del neofascismo oggi vanno in quel senso: enfatizzare quello che falsamente si afferma essere esistito e che rafforza una monade d'estrema destra molle e democratica, e condannare al contempo, tutto quello che la vulgata comunista e antifascista ha infettato con calunnia e maldicenza per dannare a futura memoria la nostra storia e il nostro gene. Di qui si parte: da questa difesa, dal recupero dei fondamentali perduti. Con Storace, contro Storace o senza Storace non ha alcuna importanza. Quello che conta è con noi vivi, consapevoli e combattivi o senza di noi, estinti e suicidi.

Gabriele Adinolfi

Distribuito dal NIF di PARIGI di solechesorgi@free.fr