Sono
un lettore assiduo del suo Giornale e come tale, volendo
collaborare, Le mando un Trattato di TORQUATO ACCETTO,
che mi sembra appropriato per tutti i suoi lettori.
Distinti saluti,
Dr. Michel Martin
Della Dissimulazione Onesta
L'
autor a chi legge
A questo mio trattato io pensava di aggiunger alcune
altre mie prose, perché 'l volume, che ha difetto
nella qualità, fosse in qualche considerazione
per merito della quantità; ma per molt' impedimenti
non è stato possibile, e spero di farlo tra
poco tempo,
Edita ne brevibus pereat mihi charta libellis,
come
disse Marziale. Né solo m'occorre di significar
questo alla benignità di chi legge, ma piú
espressa la mia intenzione intorno alla presente fatica,
ancorché nel primo capitolo della medesima
opera io l'abbia detto: affermo dunque che 'l mio
fine è stato di trattar che 'l viver cauto
ben s'accompagna con la purità dell'animo,
ed è piú che cieco chi pensa che per
prender diletto della Terra s'abbia d'abbandonar il
Cielo. Non è vera prudenzia quella che non
è innocente, e la pompa degli uomini alieni
dalla giustizia e dalla verità non può
durare, come spiegò il re David dell'empio
ch'egli vide innalzato simile a' cedri di assai famoso
monte; da che conchiude:
Custodi innocentiam et vide aequitatem,
quoniam
sunt reliquiae homini pacifico.
Cosí è amator di pace chi dissimula
con l'onesto fine che dico, tollerando, tacendo, aspettando,
e mentre si va rendendo conforme a quanto gli succede,
gode in un certo modo anche delle cose che non ha,
quando i violenti non sanno goder di quelle che hanno,
perché, nell'uscir da se medesimi, non si accorgono
della strada ch'è verso il precipizio. Quelli
che hanno vera cognizione dell'istorie potranno ricordarsi
del termine a che si son condotti gli uomini alli
quali piacque di misurar i loro consigli con sí
fatta vanità, e da quanto va succedendo si
può veder ogni giorno il vantaggio del proceder
a passi tardi e lenti, quando la via è piena
d'intoppi. Da questa considerazione mi mossi a trattar
di tal suggetto, e mi son guardato da ogni senso di
mal costume, procurando pur di dir in poche parole
molte cose; e se in questa materia avessi potuto metter
nelle carte i semplici cenni, volentieri per mezzo
di quelli mi averei fatto intendere, per far di meno
anche di poche parole. Ha un anno ch'era questo trattato
tre volte piú di quanto ora si vede, e ciò
è noto a molti; e s'io avessi voluto piú
differire il darlo alla stampa, sarebbe stata via
di ridurlo in nulla, per le continue ferite da distruggerlo
piú ch'emendarlo. Si conosceranno le cicatrici
da ogni buon giudizio, e sarò scusato nel far
uscir il mio libro in questo modo, quasi esangue,
perché lo scriver della dissimulazione ha ricercato
ch'io dissimulassi, e però si scemasse molto
di quanto da principio ne scrissi. Dopo ogni sforzo
di ben servir al gusto publico, io conosco di non
aver questo, né altro valore, e solo ho speranza
che sarà gradita la volontà. In questa
è l'uomo, e già disse Epicteto stoico:
Quandoquidem, nec caro sis, nec pili, sed voluntas.
Viva
felice.
I.
Concetto di questo trattato
Da che 'l primo uomo aperse gli occhi, e conobbe ch'era
ignudo, procurò di celarsi anche alla vista
del suo Fattore; cosí la diligenza del nascondere
quasi nacque col mondo stesso, ed alla prima uscita
del difetto, ed in molti, è passata in uso
per mezzo della dissimulazione; ma considerando l'odio
che si tira appresso chi mal porta questo velo, e
che nel bel sereno della vita non si dee dar luogo
all'importuna nebbia della menzogna, la qual in ogni
modo convien che resti esclusa, ho deliberato di rappresentar
il serpente e la colomba insieme, con intenzion di
raddolcir il veleno dell'uno e custodir il candor
dell'altra (come sta espresso in quelle divine parole:
Estote prudentes sicut serpentes, et simplices
sicut columbae), importando a ciascuno che comandi
o che ubbidisca il valersi d'industria tanto potente
tra le contradizzioni che spesse volte s'incontrano;
e benché molti intendano meglio di me questa
materia, penso non di meno di poterne significar il
mio parere, e tanto piú quanto mi ricordo il
danno che averebbe potuto farmi lo sfrenato amor di
dir il vero, di che non mi son pentito; ma amando
come sempre la verità, procurerò nel
rimanente de' miei giorni di vagheggiarla con minor
pericolo.
II. Quanto sia bella la verità
Prima che la vista si disvii nel cercar l'ombre che
appartengono all'arte del fingere, come quella che
nelle tenebre fa i piú belli lavori, si consideri
il lume della verità, per prender licenza di
andar poi un poco da parte, senza lasciar l'onestà
del mezzo. Il vero non si scompagna dal bene, ed avendo
il suo proprio luogo nell'intelletto, corrisponde
al bene ch'è riposto nelle cose; né
può la mente dirizzarsi altrove per trovar
il suo fine, e se 'l vulgo si reputa felice in quello
che appartiene al senso, ed i politici nella virtú
o nell'onore, i contemplativi mettono il loro sommo
bene in considerar l'Idee che son nel primo grado
della verità, la qual in tutte le cose è
la proprietà dell'essere a quelle stabilito,
perché in tanto son vere in quanto son conformi
al divino intelletto; ma Dio se stesso ed ogni cosa
intende, e l'esser divino non solo è conforme
al divino intelletto, ma in sostanza è lo stesso:
onde Dio è la verità medesima, ch'è
misura di ogni verità, essendo prima causa
di tutte le cose, e quelle son nella mente divina,
loro principio esemplare; e dalla verità divina,
ch'è una, risulta la verità multiplicata
nel creato intelletto, dove la verità non è
eterna se non quanto si riduce in Dio per ragion di
esempio e di causa, nella qual ritornan tutte le sostanzie
e gli accidenti e le lor operazioni: e come in Dio
è immutabile, perché il suo intelletto
non è variabile e non cava altronde la verità,
ma il tutto conosce in se stesso, cosí nella
mente creata è mutabile, potendo questa passar
dal vero nel falso, secondo il corso dell'opinioni;
o, restando la medesima opinione, mutarsi la cosa.
Sol dunque nell'eterna luce il vero è sempre
vero: in quella prima luce che tanto si leva da' concetti
mortali, internandosi nel suo profondo, con nodo d'amore,
tutto quello che si spande per l'universo; e la vera
bellezza è nella verità stessa, e fuor
di quella sol quanto di là dipende. Ma questo
è piú luogo da considerar la verità
morale, con che l'uomo tal si dimostra qual è;
ond'or, lasciando il discorrer per que' chiari abissi
del primo vero, toccherò quest'altra parte
che tanto appartiene alla nostra umanità, per
renderla forte, e sincera, mentre l'adorna di ogni
abito gentile, o (per dir piú espresso) la
va spogliando di que' veli, che son fatti di mano
propria della fraude, che ingombra l'anima di cosí
duri impacci, e ne fa sospirar quel secolo, che tra
gli altri beni fu chiamato d'oro per la verità,
la qual con dolcissima armonia metta tutte le parole
sotto le note de' cuori, poiché noti, e quasi
fuor de' petti, in ogni discorso si sentivano impressi.
È chiaro che anche per altri rispetti furo
onorati quegli anni con sí glorioso nome, ed
in particolar fu secolo d'oro perché non ebbe
bisogno d'oro, e, prendendo dalle semplici mani della
natura il cibo e la veste, seppe trovar ne' boschi
stanza civile, non bramando piú caro tetto
che 'l cielo, né piú sicuro letto che
la terra, sí che gli uffici del tempo ed i
servigi degli elementi si riscontravano negli animi
ben disposti all'intelligenza del piacer fermo; ma
tutte queste sodisfazzioni sarebbono state invano,
se la verità non fosse andata per le bocche
di quella pur troppo bene avventurata gente, se non
fosse stata scritta nel candore di que' magnanimi
petti con caratteri (benché invisibili) di
buona corrispondenza; però non bisognava che
'l sí, e 'l no, si menasse i testimoni appresso.
L'amico parlava all'amico, l'amante all'amante, non
con altra mente che di amicizia e di a
more.
Alla verità si ubbidiva perché ella
invitava ciascuno a dimostrarsi senza nube, e cosí
si rappresentava l'??????????, ch'è il verace
ne' detti, e ne' fatti, in considerar in vero ch'è
di sua natura onesto; ed essendo egli ?????????, ama
il vero
non
per ragion di utile o per
solo
interesse d'onore, ma
per
se stesso, ed ha piú
occasione
di amarlo
quando
vi s'ag-
giunge
la salu-
te
della re-
publica
o
dell'a-
mico.
|
III.
Non è mai lecito di abbandonar la verità
Non tanto la natura fugge il vacuo, quanto il costume
dee fuggir il falso, ch'è il vacuo della favella
e del pensiero: dicere enim et opinari non entia,
hoc ipsum falsum est, et orationi et cogitationi contingens,
dice Platone. Non si può permetter che della
menzogna (considerata secondo se stessa) appena un
neo si lasci veder nella faccia dell'umana corrispondenza;
e di piú, quando il vero non par di esser vero,
convien di tacere, come afferma Dante:
<...>
a quel ver(o) c'ha faccia di menzogna
dee l'uom chiuder le labbra quant'ei puote,
però che senza colpa fa vergogna.
Bisogna dunque di volger gli occhi alla luce alla
luce del vero prima di muovere la lingua alle parole;
ma come fuor del mondo si concede quello che da' filosofi
è nominato vacuum improprium, dove si riceverebbe
lo strale che si vibrasse da chi fusse nell'estrema
parte del cielo, cosí l'uomo, ch'è un
picciol mondo, ha talora fuor di sé un certo
spazio da chiamarsi equivoco, non già inteso
come semplice falso, a fine di ricever in quello,
per cosí dire, le saette della fortuna, ed
accommodarsi al riscontro di chi piú vale ed
anche piú vuole, in questo corso degli umani
interessi; e dico che ciò avviene fuor di sé,
perché niuno, il qual non abbia perduto il
bene dell'intelletto, ha persuaso se stesso al contrario
del suo concetto che sia da lui appreso con la ragion
in atto; onde a questo modo non si può far
inganno a se medesimo, presupposto che la mente non
possa mentire con intelligenza di mentire a se stessa,
perché sarebbe veder e non vedere; si può
nondimeno tralasciar la memoria del proprio male,
per qualche spazio, come dirò; ma dal centro
del petto son tirate le linee della dissimulazione
alla circonferenza
|
di
quelli che ci stanno in-
torno.
E qui bisogna il ter-
mine
della prudenza che,
tutta
appoggiata al ve-
ro,
nondimeno a luo-
go
e tempo va ri
tenendo
o di-
mostrando
il
suo
splen-
dore.
|
IV.
La simulazione non facilmente riceve quel senso onesto
che si accompagna con la dissimulazione
Io tratterei pur della simulazione, e spiegherei appieno
l'arte del fingere in cose che per necessità
par che la ricerchino; ma tanto è di mal nome,
che stimo maggior necessità il farne di meno;
e benché molti dicano: Qui nescit fingere
nescit vivere, anche da molti altri si afferma
che sia meglio morire, che viver con questa condizione.
In breve corso di giorni o d'ore o di momenti, com'è
la vita mortale, non so perché la medesima
vita si abbia da occupar a piú distrugger se
stessa, aggiungendo il falso delle operationi dove
l'esser quasi non è; poiché la vera
essenzia, come disse Platone, è delle cose
che non han corpo, chiamando imaginaria l'essenzia
di ciò ch'è corporeo. Basterà
dunque il discorrer della dissimulazione, in modo
che sia appresa nel suo sincero significato, non essendo
altro il dissimulare, che un velo composto di tenebre
oneste e di rispetti violenti: da che non si forma
il falso, ma si dà qualche riposo al vero,
per dimostrarlo a tempo; e come la natura ha voluto
che nell'ordine dell'universo sia il giorno e la notte,
cosí convien che nel giro delle opere umane
sia la luce
|
e
l'ombra, dico il proceder
manifesto
e nascosto, con-
forme
al corso della ra-
gione,
ch'è regola
della
vita e degli
accidenti
che
in
quella oc-
corrono.
|
V.
Alcuna volta è necessaria la dissimulazione,
e fin a che termine
La frode è proprio mal dell'uomo, essendo la
ragione il suo bene, di che quella è abuso;
onde nasce ch'è impossibile di trovar arte
alcuna, che la riduca a segno di poter meritar lode:
pur si concede talor il mutar manto, per vestir conforme
alla stagion della fortuna, non con intenzion di fare,
ma di non patir danno, ch'è quel solo interesse
col quale si può tollerar chi si suol valere
della dissimulazione, che però non è
frode; ed anche in senso tanto moderato, non vi si
dee poner mano se non per grave rispetto, in modo
che si elegga per minor male, anzi con oggetto di
bene. Sono alcuni che si trasformano, con mala piega
di non lasciarsi mai intendere; e spendendo questa
moneta con prodiga mano in ogni picciola occorrenza,
se ne trovano scarsi dove piú bisogna, perché
scoperti ed additati per fallaci, non è chi
loro creda. Questo è per avventura il piú
difficile in tal industria; perché, se in ogni
altra cosa giova l'uso continuo, nella dissimulazione
si esperimenta il contrario, poiché il dissimular
sempre mi par che non si possa metter in pratica di
buona riuscita. È dunque dura impresa il far
con arte perfetta quello che non si può essercitar
in ogni occasione, e però non è da dir
che Tiberio fosse molto accorto in questo mestiero,
ancorché da molti si affermi; e ciò
considero perché, dicendo Cornelio Tacito:
Tiberioque etiam in rebus quas non occuleret,
seu natura seu adsuetudine, suspensa semper et obscura
verba; non solo disse prima: plus in oratione
tali dignitatis quam fidei erat, ma conchiude:
At patres, quibus unus metus, si intelligere
viderentur, ecc.; ecco che si accorgeano chiaramente
della sua intenzion in quelli continui artifici. In
sostanza il dissimular è una professione della
qual non si può far professione, se non nella
scola del proprio pensiero. Se alcuno portasse la
ma-
|
schera
ogni giorno, sarebbe
piú
noto di ogni altro,
per
la curiosità di tutti;
ma
degli eccellenti
dissimulatori,
che
sono
stati e so-
no,
non si ha
notizia
al-
cuna.
|
VI.
Della disposizione naturale a poter dissimulare
Quelli in chi prevale il sangue o la malinconia o
la flemma o l'umor collerico, è molto indisposto
a dissimulare. Dove abbonda il sangue, concorre l'allegrezza,
la qual non sa facilmente celare, essendo troppo aperta
per sua propria qualità. L'umor malinconico,
quando è fuor di modo, si fa tante impressioni,
che difficilmente le nasconde. Il soverchio flemmatico,
perché non fa gran conto de' dispiaceri, è
pronto ad una manifesta tolleranzia; e la collera,
che è fuor di misura, è troppo chiara
fiamma, da dimostrar i proprii sensi. Il temperato
dunque è molto abile a questo effetto di prudenza,
perché ha da esser, nelle tempeste del cuore,
tutta serena la faccia; o, quando è tranquillo
l'animo, parer turbato il viso, come anderà
richiedendo l'occasione; e ciò non è
facile, se non al temperamento che dico. Non voglio
contradir all'opinione di que' che sogliono attribuir
a certi popoli la disposizione del dissimulare e,
ad altri, stimarla quasi impossibile; ma ben posso
dire che, in ogni paese, son di quelli che l'hanno
e di que' che non vi si sanno accommodare; ma piú
è certo che gli uomini non nascono con gli
animi legati a necessità alcuna, onde libera
la volontà si gira all'elezzione; e ciò
leggiadramente fu espresso da Dante in que' versi:
Voi che vivete ogni cagion recate
pur
suso al cielo, sí come se tutto
movesse
seco di necessitate.
Se cosí fosse, in voi fora distrutto
libero
arbitrio, e non fora giustizia
per
ben letizia, e per mal aver lutto.
Il cielo i vostri movimenti inizia;
non
dico tutti, ma, posto che 'l dica,
lume
v'è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne
le prime battaglie del ciel dura,
poi
vince tutto, se ben si nutrica.
A maggior forza e a miglior natura
liberi
soggiacete; <e> quella cria
la
mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
VII.
Dell'esercizio che rende pronto il dissimulare
Da chi ha per non plus ultra le porte delle natie
contrade, o che da' libri non apprende il lungo e
'l lato del mondo, e' suoi vari costumi, con difficultà
si viene al consiglio della dissimulazione; perché
in persona cosí molle e poco intendente, riesce
molto dura questa pratica, la qual contiene l'esser
d'assai e talora parer da poco: è dunque conforme
a questo abito chi non s'è tanto ristretto,
poiché dal conoscer gli altri nasce quella
piena autorità che l'uomo ha sopra se stesso
quando tace a tempo, e riserba pur a tempo, quelle
deliberazioni che domane per avventura saranno buone,
ed oggi sono perniziose. Chiaro è che 'l viaggio
per diversi paesi, come Omero cantò di Ulisse,
qui mores hominum multorum vidit et urbes,
o l'aver letto ed osservati molti accidenti, è
cagion potente a produrre una gentil disposizione
di metter freno agli affetti, acciò che non
come tiranni, ma come soggetti alla ragione, ed a
guisa di ubbidienti cittadini, si contentino ad accommodarsi
alla necessità, della quale disse Orazio:
Durum, sed levius fit patientia
quicquid
corrigere est nefas.
Sí che tant'altezza di spirito si accresce
per mezzo della vita occupata negli affari del mondo,
e nella considerazione del tempo passato, per non
contradir al presente e poter far giudicio dell'avvenire.
Stando la mente cosí sodisfatta, non le parrà
nuova qual si sia mutazio-
|
ne
che le si vada rappresen-
tando,
ed in conseguenza
dipenderà
da lei, e non
dal
precipizio del
senso,
l'espres-
sion
di quan-
to
le suc-
cede.
|
VIII.
Che cosa è la dissimulazione
Da poi che ho conchiuso quanto conviene il dissimulare,
dirò piú distinto il suo significato.
La dissimulazione è una industria di non far
veder le cose come sono. Si simula quello che non
è, si dissimula quello ch'è. Disse Virgilio
di Enea:
Spem vultu simulat, premit altum corde dolorem.
Questo verso contiene la simulazion de la speranza
e la dissimulazione del dolore. Quella non era in
Enea, e di questo avea pieno il petto; ma non volea
palesar il senso de' suoi affanni: ricordava però
a' compagni l'aver sofferti piú gravi mali,
e nominando la rabbia di Scilla e lo strepito degli
scogli ed i sassi de' Ciclopi, se ne valse come per
sepellir tra que' mostri, e tra quelle passate ruine,
tutte le rie venture che lor già davan noia;
e col dolcissimo meminisse iuvabit, conchiude:
Per varios casus, per tot discrimina rerum
tendimus
in Latium, sedes ubi fata quietas
ostendunt;
illic fas regna resurgere Troiae.
Durate,
et vosmet rebus servate secundis.
Ma in ogni modo l'animo era ferito, e troppo dolente,
perché Talia voce refert curisque ingentibus
aeger. Si vede in questi versi l'arte di nasconder
l'acerbità della fortuna, e prima fu espresso
da Omero come da Ulisse si dissimulava il dolore,
quando in altra figura dava di se stesso nuova alla
sua Penelope; della qual disse:
Hac autem <iam> audiente fluebant lacrymae,
liquefiebat autem corpus
sicut
autem nix liquefit in altis montibus,
quam
Eurus liquefecit, postquam Zephyrus defusus est
liquefacta
autem igitur hac, fluvii implentur fluentes:
sic
huius liquefiebant pulchrae genae lachrymantis
flentis
suum virum assidentem. At Ulysses
animo
quidem lugentem suam miserabatur uxorem.
Oculi
autem tanquam cornua stabant vel ferrum.
Tacite
in palpebris dolo autem hic lachrymas occultabat.
Ecco la prudenza con che Ulisse mettea freno alle
lagrime, quando era tempo di nasconderle; e la comparazion
di liquefarsi Penelope, come la neve, mi dà
occasione di soggiunger quello che sia l'umido e 'l
secco, dicendo Aristotile: humidum est quod
suo ipsius termino contineri non potest; facile autem
termino continetur alieno. Siccum est quod facile
suo, difficulter autem termino terminatur alieno.
Da che si può apprender che il dissimular ha
del secco, perché si ritien nel proprio termine;
e questi son gli occhi di Ulisse rassomiliati, in
tempo di dolore, alla fermezza del corno e del ferro,
quando que' di Penelope eran molli e non avean termine
prescritto, conforme a quelle ch'eran versate nell'animo
di Ulisse, tenendo il
|
ciglio
asciutto, ed a questo
par
che corrisponda
quella
sentenza di
Eraclito:
Lux
sicca,
anima
sapientissi-
ma.
|
IX.
Del bene che si produce dalla dissimulazione
Presupposto che nella condizion della vita mortale
possano succeder molti difetti, segue che gravi disordini
siano al mondo quando, non riuscendo di emendarli,
non si ricorre allo spediente di nasconder le cose
che non han merito di lasciarsi vedere, o perché
son brutte o perché portan pericolo di produrre
brutti accidenti. Ed oltre a quanto avviene agli uomini,
se pur si considera la natura per tante altre opere
di qua giú, si conosce che tutto il bello non
è altro che una gentil dissimulazione. Dico
il bello de' corpi che stanno soggetti alla mutazione,
e veggansi tra questi i fiori, e tra' fiori la lor
reina; e si troverà che la rosa par bella,
perché a prima vista dissimula di esser cosa
tanto caduca, e quasi con una semplice superficie
di vermiglio, fa restar gli occhi in un certo modo
persuasi ch'ella sia porpora immortale; ma in breve,
come disse Torquato Tasso:
quella non par che disiata avanti
fu
da mille donzelle e mille amanti;
perché
la dissimulazione in lei non può durare. E
tanto si può dir di un volto di rose, anzi
di quanto per la terra riluce tra le piú belle
schiere d'Amore; e benché della bellezza mortale
sia solito dirsi di non parer cosa terrena, quando
poi si considera il vero, già non è
altro che un cadavero dissimulato dal favor dell'età,
che ancor si sostiene nel riscontro di quelle parti
e di que' colori che han da dividersi e cedere alla
forza del tempo e della morte. Giova dunque una certa
dissimulazion della natura, per quanto si contiene
tra lo spazio degli elementi, dov'è molto vera
quella proposizione che afferma di non esser tutt'oro
quello che luce; ma ciò che luce nel Cielo
ben corrisponde sempre, perché ivi tutte le
cose son belle dentro e fuori. Or, passando all'utile
che nasce dalla dissimulazione ne' termini morali,
comincio dalle cose che piú bisognano, dico
dall'arte della buona creanza, la qual si riduce nella
destrezza di questa medesima diligenza. E leggendosi
quanto ne scrisse monsignor della Casa, si vede che
tutta quella nobilissima dottrina insegna cosí
|
di
ristringer i soverchi di-
siderii,
che son cagion di
atti
noiosi, come il mo-
strar
di non veder gli
errori
altrui, ac-
ciò
che la con-
versazione
riesca
di
buon
gusto.
|
X.
Il diletto ch'è nel dissimulare
Onesta ed util è la dissimulazione, e di piú,
ripiena di piacere; perché se la vittoria è
sempre soave, e come disse Ludovico Ariosto,
Fu il vincer sempre mai lodabil cosa,
vincasi
per fortuna o per ingegno,
è
chiaro che 'l vincer per sola forza d'ingegno succede
con maggior allegrezza, e molto piú nel vincer
se stesso, ch'è la piú gloriosa vittoria
che possa riportarsi. Quest'avviene nel dissimulare,
con che, dalla ragione superato il senso, si riceve
intiera quiete; ed ancorché si senta non poco
dolor quando si tace quello che si vorrebbe dire,
o si lascia di far quanto vien rappresentato dall'affetto,
nondimeno piace poi grandemente d'aver usata sobrietà
di parole e di fatti. A questa conseguenza di sodisfazzione,
ha da rivolger il pensiero chi disidera di viver con
riposo; e ciascun, che vuol ben accorgersene per gl'interessi
suoi, vegga sopra di ciò gli altrui falli,
e cosí ben conosca che tanto è nostro
quanto è in noi medesimi. Non dico che non
si han da fidar nel seno dell'amico i segreti, ma
che sia veramente amico; ed è degno di gran
considerazione, in quell'epigramma di Marziale, dove
parla a se stesso della vita beata, che nominando
a questo fine dicisette cose, fa che stia nel mezzo
prudens simplicitas, dicendo:
Vitam quae faciunt beatiorem,
iucundissime
Martialis, haec sunt:
res
non parta labore, sed relicta;
non
ingratus ager, focus perennis;
lis
nunquam, toga rara, mens quieta;
vires
ingenuae, salubre corpus,
prudens
simplicitas, pares amici,
convictus
facilis, sine arte mensa;
nox
non ebria, sed soluta curis;
non
tristis torus, attamen pudicus;
somnus
qui faciat breves tenebras;
quod
sis esse velis nihilque malis,
summum
nec metuas diem nec optes.
Il
prudente candor dell'animo è dunque il centro
della tranquillità. Hoc opus, hic labor.
XI.
Del dissimulare con li simulatori
Quelli che si applicano al piacer della parte ch'è
in noi soggett'alla morte, sprezzando l'uso della
ragione, si mutano in abito di fiere; perché
tali son da riputarsi, come fu espresso da Epicteto
stoico, dicendo: Certe misellus homuncio, et
caro infoelix, et revera misera. At melius <etiam>
quiddam habes carne; quare, misso illo et neglecto,
carni duntaxat es deditus? Ob huius societatem declinantes
a meliore natura quidam, lupis similes efficimur,
dum sumus perfidi et insidiosi et ad nocendum parati:
alii leonibus, quia feri, immanes ac truculenti: maxima
vero pars vulpeculae sumus.
Da che si può considerar un de' duri impedimenti
nel dissimulare; poiché il guardarsi da lupi
e da leoni è cosa piú pronta per la
notizia che si ha della lor violenza, e perché
poche volte si riscontrano; ma le volpi son tra noi
molte e non sempre conosciute, e quando si conoscono,
è pur malagevole usar l'arte contra l'arte,
ed in tal caso riuscirà piú accorto
chi piú saprà tener apparenza di sciocco,
perché, mostrando di creder a chi vuol ingannarci,
può esser cagion ch'egli creda a nostro modo;
ed è parte di grand'intelligenza che si dia
|
a
veder di non vedere,
quando
piú si vede, già
che
cosí 'l giuoco è
con
occhi che pa-
ion
chiusi e stan-
no
in se stessi
aperti.
|
XII.
Del dissimulare con se stesso
Mi par che l'ordine di questo artificio metta prima
la mano nella persona propria; ma si richiede prudenzia
in estremo, quando l'uomo ha da celarsi a se medesimo,
e questo non piú che per qualche picciolo intervallo
e con licenza del nosce te ipsum, per
pigliar una certa ricreazione passeggiando quasi fuor
di se stesso. Prima dunque ciascun dee procurar non
solo di aver nuova di sé e delle cose sue,
ma piena notizia, ed abitar non nella superficie dell'opinione,
che spesse volte è fallace, ma nel profondo
de' suoi pensieri, ed aver la misura del suo talento
e la vera diffinizione di ciò ch'egli vale,
essendo di maraviglia che ogni uno attend'a saper
il prezzo della roba sua e che pochi abbian cura o
curiosità d'intender il vero valor dell'esser
loro. Or, presupposto che si sia fatto il possibile
di saperne il vero, conviene che in qualche giorno
colui ch'è misero si scordi della sua disavventura,
e cerchi di viver con qualche imagine almeno di sodisfazzione,
sí che sempre non abbia presente l'oggetto
delle sue miserie. Quando ciò sia ben usato,
è un inganno c'ha dell'onesto; poiché
è una moderata oblivione, che serve di riposo
agl'infelici: e benché sia scarsa e pericolosa
consolazione, pur non se ne può far di meno,
per respirar in questo modo; e sarà come un
sonno de' pensieri stanchi, tenendo un poco chiusi
gli occhi della cognizion della propria fortuna, per
meglio a-
|
prirli
dopo cosí breve risto-
ro:
dico breve, perché fa-
cilmente
si muterebbe
in
letargo, se troppo
si
praticasse que-
sta
negligenza.
|
XIII.
Della dissimulazione che appartiene alla pietà
Quando considero che il vino fu trovato dopo il diluvio,
conosco che non bisognava minor quantità d'acqua
per temperarlo; e qui son da veder due cose: una di
Noè, che ne restò ignudo, e ciò
ne dimostra che 'l vino è molto contrario alla
dissimulazione, e quanto questa s'impiega a coprire,
tanto quello attende a scoprire; l'altra della pietà
delli due figli, che con la faccia indietro ricoprirono
il padre, dissimulando di vederlo a tal termine, quando
dal lor fratello, già alienato da ogni legge
di umanità, era schernito ignudo colui che
l'avea vestito delle proprie carni. Oh quanti son
al mondo che imitano questa mostruosa ingratitudine,
facendo materia da ridere chi loro doverebber'esser
oggetto d'amore e di reverenza! Pochi son gl'imitatori
di que' due che seppero trovar il modo di volger le
spalle, per pietà, al padre, non come molti
fanno, che si lascian la paterna necessità
dietro le spalle. Non solo que' pietosi figli si occuparono
a ricoprir il padre, ma vollero mostrar di non averlo
veduto in tal condizione. Cosí ciascuno dee
corrisponder a scusar i disordini, ed in particolare
que' de' superiori, ogni volta che alcuno di loro
v'incorre. Altri pietosi uffici mi si rappresentano
nell'istoria di Giuseppe che, venduto da' fratelli,
mostrò poi di non conoscerli, a fine di piú
riconoscerli per mezzo de' benefici; e, con esempio
di rada mansuetudine, dissimulava il dono di quegli
elementi che lor in apparenza vendeva, perché
i medesimi sacchi ne riportavano i danari a casa;
finché, fatto venir anche l'ultimo de' fratelli,
e usati tutt'i modi di manifestar a tempo la sua benignità,
non se poterat ultra cohibere Joseph multis
coram adstantibus. In questo ebbe fine quella
sincera ed innocente dissimulazione; e segue nel Genesi
a narrarsi la sua pietà: unde praecepit
ut egrederentur cuncti foras, et nullus interesset
alienus agnitioni mutuae. Elevavitque vocem cum fletu,
quam audierunt Aegyptii, omnisque domus Pharaonis,
et dixit fratribus suis: - Ego sum Joseph -.
Era egli nell'Egitto con suprema gloria, e già
chiamato salvator del mondo; con tutto ciò,
non tenendo conto dell'offese, dissimulò d'esser
fratello, per dimostrarsi piú che fratello.
Io non so chi possa ritener le lagrime, leggendo quella
pietosa istoria, dalla qual si può apprender
la dolcezza del perdono e del dissimular l'ingiurie,
e massimamente quando vengon da persone tanto care
quanto son i fratelli.
XIV.
Come quest'arte può star tra gli amanti
Amor, che non vede, si fa troppo vedere. Egli è
picciolo, e come disse Torquato Tasso:
Picciola è l'ape, e fa col picciol morso
pur
gravi e pur moleste le ferite;
ma
qual cosa è piú picciola d'Amore,
se
in ogni breve spazio entra, e s'asconde?.
Nondimeno è pur tanto grande, che non ha luogo
da potersi in tutto nasconder, è quando è
giunto al suo centro, ch'è il cuore, se non
si mostra per altra via, accende quella febre amorosa
della qual era infermo Antioco e di che il Petrarca
fe' che dicesse Seleuco:
E se non fosse la discreta aita
del
fisico gentil, che ben s'accorse,
l'età
sua in sul fiorir era fornita.
Tacendo, amando, quasi a morte corse;
e
l'amar forza, e 'l tacer fu virtute;
la
mia, vera pietà, ch'a lui soccorse.
Quindi si può considerar come, mettendosi fuoco
a tutta la casa, le faville, anzi le fiamme, ne fan
publica pompa per le finestre e dal tetto. Tanto avviene,
e peggio, quando amor prende stanza ne' petti umani,
accendendogli da dovero, perché i sospiri,
le lagrime, la pallidezza, gli sguardi, le parole,
e quanto si pensa e si fa, tutto va vestito con abito
d'amore. Cosí dunque di Antioco, nell'amor
verso Stratonica sua matrigna, ancorch'egli tacesse,
si palesò l'incendio nelle vene e ne' polsi.
Non avea consentito di chiamarsi amante Didone, mentre
Amor in figura di Ascanio trattava con lei; ma niuna
cosa mancava, perché già si vedesse
accesa, come Virgilio va significando:
Praecipue infelix pesti devota futurae
expleri
mentem nequit, ardescitque tuendo
Phenissa
et puero pariter donisque movetur.
Ed ancorché andasse velando gli stimoli della
piaga interna, nel progresso del suo affetto,
At
regina gravi iamdudum saucia cura
vulnus
alit venis at caeco carpitur igni,
pur,
quello che la lingua non avea publicato, fu espresso
nelle strida della piaga ch'ella stessa disperata
si fe', conchiudendo Virgilio:
Illa, graves oculos conata attollere, rursus
deficit:
infixum stridet sub pectore vulnus.
Di Erminia si ha, da Torquato Tasso, che avea dissimulato
il suo pensiero, e ch'ella poi disse a Vafrino:
Male amor si nasconde. A te sovente
desiosa
i' chiedea del mio signore.
Vedendo
i segni tu d'inferma mente:
-
Erminia - mi dicesti - ardi d'amore. -
Io
te 'l negai, ma un mio sospiro ardente
fu
piú verace testimon del core;
e
'n vece forse della lingua, il guardo
manifestava
il foco onde tutt'ardo.
Il medesimo dolor che tormenta gli amanti, se non
bast'a far che dicano i loro affetti, si muta in ambizione
amorosa di dimostrarli; e se gli animi onesti si contentano
di non manifestarsi, con gran fatica si riducono a
portar intiero il manto che ha da coprir tanti affanni.
XV.
L'ira è nimica della dissimulazione
Il maggior naufragio della dissimulazione è
nell'ira, che tra gli affetti è 'l piú
manifesto, essendo un baleno che, acceso nel cuore,
porta le fiamme nel viso, e con orribil luce fulmina
dagli occhi; e di piú fa precipitar le parole,
quasi con aborto de' concetti che, di forma non intieri
e di materia troppo grossa, manifestano quanto è
nell'animo. Molta prudenza si richiede, per rinchiuder
cosí gagliarda alterazione; e di chi è
trascorso a tanto impeto, disse Platone: tanquam
canis a pastore, ita denique revocatus ab ea quae
in ipso est ratione mitescat. Era Achille in
questa passione contra Agamennone, quando truculento
intuens aspectu: - O vir - inquit - ex dolo totus
atque imprudentia factus ac genitus, et quis tibi
Graecorum posthac libens pareat? -. Ma l'ufficio
della ragione, significata per Minerva scesa dal cielo,
va temperando: - Non venit - inquit - a caelo,
Achilles, ut te iratum in ultionem iniuriae acceptae
erumpere videam, sed ut ira<cundia>m tuam compescam
-. Sí che Omero, in questa occasione
di Achille, spiega insieme quanto importi la dissimulazione.
Da due potenti stimoli procede tanta licenza di parole
nell'ira, cioè dal dispiacere e dal piacere,
perché ella è appetito, con dolore,
di far vendetta che si dimostri vendetta, per dispregio
che crediamo fatto di noi, o d'alcuno de' nostri,
indegnamente, come disse Aristotile; ed a questo dolor
segue il diletto, che nasce dalla speranza di vendicarsi,
e perché l'animo è in atto di vendetta:
e però Aristotele soggiunse: recte illud
de ira dictum est quod, defluente melle dulcior, in
virorum pectoribus gliscit. Dunque, da cosí
fatto misto di amaro e di dolce, dee guardarsi chi
non si vuol mostrar facilmente turbato, come sogliono
parer gl'infermi, i poveri e gli amanti, e tutti quelli
che si fan vincer dal disiderio. Importa il prevenir
con la considerazione di quanto è maggior diletto
vincer se stesso, in aspettar che passi la procella
degli affetti, e per non deliberare nella confusione
della propria tempesta; ma nel sere-
|
no
dell'animo che, ritirato
ogni
pensiero nell'altissi-
ma
parte della mente,
potrà
sprezzar molte
cose,
o non curar
di
vederle.
|
XVI.
Chi ha soverchio concetto di se stesso ha gran difficultà
di dissimulare
L'error che si può far nel compasso, il qual
si gira nell'opinion di noi stessi, suol esser cagion
che trabocchi ciò che si dee ritener ne' termini
del petto; perché, chi si stima piú
di quello che in effetto è, si riduce a parlar
come maestro, e parendogli che ogni altri sia da men
di lui, fa pompa del sapere, e dice molte cose che
sarebbe sua buona sorte aver taciuto. Pitagora, sapendo
parlare, insegnò di tacere; ed in questo esercizio
è maggior fatica, ancorché paia d'esser
ozio. I concetti che risuonano nelle parole, non solo
portano l'imagine di quelli che stanno nell'animo,
ma son fratelli mentali (già che non posso
dir carnali) del concetto che l'uomo ha del suo sapere.
Questo è il concetto primogenito (per dir cosí),
al qual succedono gli altri; e se non è con
misura, ne procedono molti e vari ragionamenti, e
di necessità però si scopre quanto è
nel pensiero; ma chi di sé fa quella stima
che di ragion conviene, non commette alla lingua maggior
giuridizzione di quanto è il lume dell'intelligenzia
che la dee muovere.
XVII.
Nella considerazione della divina giustizia si facilita
il tollerar, e però il dissimular le cose che
in altri ci dispiacciono
Convien di trattar di alcune cose piú in particolare,
che ricercano d'esser tollerate, ch'è lo stesso
a dir dissimulate, poiché sono molt'i dispiaceri
dell'uomo ch'è spettator in questo gran teatro
del mondo, nel qual si rappresentano ogni dí
comedie e tragedie; ed or non dico di quelle che son
invenzioni de' poeti antichi o moderni, ma delle vere
mutazioni del mondo stesso, che da tempo in tempo,
in quanto agli accidenti umani, prende altra faccia
ed altro costume. L'ordine è forma che fa il
tutto simigliante a Dio, che lo creò e lo serba
col dono della sua providenza, la qual per lo gran
mar dell'essere ogni cosa conduce con prospero viaggio;
e disponendo la medesima regola sopra il merito o
demerito delle opere umane, si vieta nondimeno alla
debolezza de' nostri pensieri il passar negli abissi
de' consigli divini, alli quali si dee infinita riverenza,
avendosi da ricever per giusto quanto consòna
alla volontà di Dio. E se pur sempre non vediamo
nelle cose mortali quell'ordine infallibile che si
manifesta nel moto del sole, della luna e dell'altre
stelle, anz'in molta confusione spesse volte si truovano
i negozii di qua giú, non manca però
la certezza dell'eterna legge, che tutto sa applicar
ad ottimo fine; e 'l premio e la pena, che non sempre
vien pronta, si aspetti come decreto inseparabile
dal giudizio divino, che per tutto va penetrando con
la sua non mai limitata potenzia. A questa verità,
ch'è via di quiete, per dissimular le sinistre
apparenze, soggiungerò piú distinto
il modo di accommodarsi a quelle.
XVIII.
Del dissimular l'altrui fortunata ignoranzia
Gran tormento è di chi ha valore, il veder
il favor della fortuna, in alcuni del tutto ignoranti;
che senz'altra occupazione, che di attender a star
disoccupati, e senza saper che cosa è la terra
che han sotto i piedi, son talora padroni di non picciola
parte di quella. Veramente chi si mette a considerar
questa miseria, è in pericolo di perder la
quiete, se insieme non s'accorge che la medesima fortuna,
che talora fa qualche piacere alla turba degli sciocchi,
suol abbandonar l'impresa, e quando piú luce,
si rompe, lasciando scherniti que' che non son degni
della sua grazia; e di piú la gente di questa
qualità, non ha che pretender per l'acquisto
di quella gloria, che solamente appartiene a chi sa
da dovero; e se qualche uomo di eccellente virtú,
alcuna volta sta quasi sepellito vivo, in ogni modo
si ha da udir il grido del suo merito; e non solo
la voce ne dee risonar tra quelli che vivono nel medesimo
tempo, ma se ne va passando da un secolo all'altro;
perché il vero valor è
che fa per fama gli uomini immortali,
come
disse il Petrarca; e prima di lui Dante:
vedi se far si dee l'uomo eccellente
sí
ch'altra vita la prima relinqua.
Di
questa maniera si libera il nome dalle mani della
morte,
|
ed
un'anima piena di cosí alta
speranza,
non sente noia che
a
qualche indegno e da
poco,
per poco tempo, si
faccia
applauso, es-
sendo
un salto di
fortuna
che se
ne
passa senza
lasciar
ve-
stigio,
come
il fumo
nell'aria.
|
XIX.
Del dissimular all'incontro dell'ingiusta potenzia
Orrendi mostri son que' potenti, che divorano la sostanza
di chi lor soggiace; onde ciascuno, che sia in pericolo
di tanta disaventura, non ha miglior mezzo di rimediar,
che l'astenersi dalla pompa nella prosperità,
e dalle lagrime e da' sospiri nella miseria; e non
solo dico del nasconder i beni esterni, ma que' dell'animo;
onde la virtú, che si nasconde a tempo, vince
se stessa, assicurando le sue ricchezze, poiché
il tesoro della mente non ha men bisogno talora di
star sepolto, che il tesoro delle cose mortali. Il
capo che porta non meritate corone, ha sospetto d'ogni
capo dove abita la sapienzia; e però spesso
è virtú sopra virtú, il dissimular
la virtú, non col velo del vizio, ma in non
dimostrarne tutt'i raggi, per non offender la vista
inferma dell'invidia e dell'altrui timore. Anche lo
splendor della fortuna ha da esser cauto nel palesarsi,
già che, passando a dimostrazioni di soverchi
arnesi e di oziosi ornamenti, oltre al distrugger
il capital nelle spese, suol accender gran fuoco nella
propria casa, destando gli occhi degl'ingordi a pretenderne
parte, e forse il tutto. Ma piú dura è
la fatica di dover pigliare abito allegro nella presenza
de' tiranni, che soglion metter in nota gli altrui
sospiri, come di Domiziano disse Tacito: Praecipua
sub Domitiano miseriarum pars erat videre et aspici,
cum suspiria nostra subscriberentur, cum denotandis
tot hominum palloribus sufficeret saevus ille vultus
et rubor, a quo se contra pudore muniebat. Sí
che non è permesso di sospirare, quando il
tiranno non lascia respirare, e non è lecito
di mostrarsi pallido, mentre il ferro va facendo vermiglia
la terra con sangue innocente, e si niegano le lagrime
che dalla benignità della natu-
|
ra
son date a' miseri come
propria
dote, per formar
l'onda
che in cosí pic-
ciole
stille suol por-
tar
via ogni
grave
noia e la-
sciar
il cuor, se
non
sano, al-
men
non
tanto
oppresso.
|
XX.
Del dissimular l'ingiurie
L'ingiuria, che si può dissimulare, e nondimeno
si manifesta nel disiderio della vendetta, è
fatta piú da colui che la riceve che dal suo
nimico. Non tutti sanno ben conoscer il decoro dell'onesta
tolleranzia, in che si accordano tutt'i filosofi,
che per altre opinioni, in varie sette, non son di
conforme parere, dicendo Tertulliano: tantum
illi subsignant, ut cum inter se<se> variis
sectarum libidinibus et sententiarum aemulationibus
discordent, solius tamen patientiae in com<m>une
memores, huic uni studiorum suorum commiserint pacem:
in eam conspirant, in eam foederantur, illi in adfect<at>ione
virtutis unanimiter student, omnem sapientiae ostentationem
de patientia praeferunt. Alcuni, non distinguendo
la forteza dal temerario ardire, son pronti ad ogni
qualità di vendetta, e per un cenno che non
sia fatto a lor modo, vogliono penetrar negli altrui
pensieri e dolersene come di offese publiche. I sensi
cosí fieri son vicini ad estremi mali, e l'esperienza
dimostra che le picciole ingiurie, se non si lascian
passar sotto qualche destrezza, sogliono diventar
grandi; ed a tutti color che son potenti, molto piú
convien di ritirar la vista da simili occasioni: perché
ogni un che possa poco, è buon maestro a' suoi
pensieri, per accommodarsi a tollerare; ma chi ha
forza di risentirsi, sente stimolo di correr a precipizio,
e molti di questi che stanno in alta fortuna, scordati
non solamente di usar perdono, ma della proporzion
della pena, prendono mezzi violenti per l'altrui ruina;
da che avviene ch'essi pur rimangono in tanta turbazione
de' fatti loro che, oltre all'odio publico, son anche
in odio a se medesimi, per la perdita della quiete
interna, ch'è bene inestimabile ed appartiene
all'innocenzia.
XXI.
Del cuor che sta nascosto
Gran diligenza ha posta la natura per nasconder il
cuore, in poter del quale è collocata, non
solo la vita, ma la tranquillità del vivere:
perché nello star chiuso, per l'ordine naturale
si mantiene; e quando gli occorre di star nascosto,
conforme alla condizion morale, serba la salute delle
operazioni esterne. E pur in questo modo, non a tutti
si dee nasconder; onde, nell'elezzione, si consideri
quello che fu detto da Euripide:
<...>
Sapienti diffidentia
non
alia res utilior est mortalibus.
L'esperienza, che si suol doler degl'inganni, potrà
far luce in questa materia, ch'è una selva
oscura per l'incertezza del ben eleggere; e però
ogni ingegno accorto vagliasi degli abissi del cuore,
ch'essendo breve giro, è capace d'ogni cosa;
anz'il mondo intiero non lo riempie, poiché
solo il Creator del mondo può saziarlo. Si
ammira, come grandezza degli uomini di alto stato,
lo starsi ne' termini de' palagi, ed ivi nelle camere
segrete, cinte di ferro e di uomini a guardia delle
loro persone e de' loro interessi; e nondimeno è
chiaro che, senza tanta spesa, può ogni uomo,
ancorch'esposto alla vista di tutti, nasconder i suoi
affari nella vasta ed insieme segreta casa del suo
cuore, perché ivi soglion esser quei templi
sereni, de' quali cantò Lucrezio:
sed nihil dulcius est, bene quam <munita> tenere
edita
doctrina sapientium templa serena,
despicere
unde queas alios passimque videre
errare
atque viam palantes quaerere vitae.
Applicando io però questi versi al senso che
conviene a significar un'altezza d'animo, ed una quiete,
che conduce al piacer ed alla gloria immortale, e
non al diletto fallace.
XXII.
La dissimulazione è rimedio che previene a
rimuover ogni male
Era tanto stimata da Giob la dissimulazione onesta
che, non avendo lasciato di valersene nel suo regno,
poi che si vide privo di prosperità, parendogli
di aver fatto assai dalla parte sua perché
non gli fosse caduta dalle mani, disse:
Nonne dissimulavi? nonne silui? nonne quievi?
et
venit super me indignatio.
Egli con tranquillità governò il suo
stato, e sempre che potette dissimular, lo fe' volentieri;
e però s'era persuaso che non avesse da seguir
mutazione nelle cose sue, ben assicurate dalla prudenzia,
che in sé raccoglieva dissimulazione, silenzio
e quiete. Ma se con tutto ciò cadde in miseria,
fu voler di Dio, che si compiacque di far vedere nella
persona di quel santo una invitta costanza e 'l trionfo
della pazienzia, che nel carro della vera gloria si
menò appresso come catenati tutt'i mali, fin
ch'egli ebbe la prístina felicità con
duplicate sodisfazzioni; e quella sua giustizia, che
nel termine della semplice natura si dimostrò
al mondo, sarà esempio in tutt'i secoli per
affermare che i servi di Dio, in ogni condizione,
son sempre beati. Dunque Giob era tale, anche nel
tempo de' suoi tormenti; ma per non uscir dalla materia
di che vo trattando, dico ch'egli, facendo il conto
con la sua conscienzia, dicea: Nonne dissimulavi?
nonne silui? nonne quievi?, volendo significar
che a questa diligenza non suol mancar piacer alcuno;
e quando succede qualche accidente che perturbi tanto
sereno, vuol il cielo che, dopo l'avversità,
si accresca splendor agli animi che son alieni dagli
affetti della terra.
XXIII.
In un giorno solo non bisognerà la dissimulazione
È
tanta la necessità di usar questo velo, che
solamente nell'ultimo giorno ha da mancare. Allora
saran finiti gl'interessi umani, i cuori piú
manifesti che le fronti, gli animi esposti alla publica
notizia, ed i pensieri esaminati di numero e di peso.
Non averà che far la dissimulazione tra gli
uomini, in qualunque modo si sia, quando Iddio, che
oggi est dissimulans peccata hominum,
non dissimulerà piú; ma poste le mani
al premio ed alla pena, metterà termine all'industria
de' mortali, e que' sagaci intelletti, che hanno abusato
il proprio lume, si accorgeranno come allora non gioverà
l'arte del cucir la pelle della volpe dove non arriva
quella del leone, che fu consiglio di un re spartano:
perché l'onnipotente Leone, facendo ruggir
il mondo dagli abissi fin alle stelle, chiamerà
tutti; e ciascuno dee saper e dire circumdabor
pelle mea, come disse Giob. Quell'aurora porterà
un giorno tutt'occupato dalla giustizia, e nel mostrar
i conti, non vi sarà arte da far vedere il
bianco per lo nero. S'udirà il decreto, che
sarà l'ultimo delle leggi, e darà legge
eterna alle stelle ed alle tenebre, al piacer ed alla
pena, alla pace ed alla guerra. Sarà forz'alla
dissimulazione di fuggirsene in tutto, quando la verità
stessa aprirà le finestre del cielo e, con
la spada accesa, troncherà il filo d'ogni vano
pensiero.
XXIV.
Come nel cielo ogni cosa è chiara
Se per questa vita in un giorno solo non bisognerà
la dissimulazione, nell'altra non occorre mai; e lasciando
di trattar delle anime infelici che, con la luce del
fuoco eterno, anzi nelle tenebre, mostrano gli orribili
mostri de' peccati, dirò dello stato delle
anime eternamente felici. Ivi hanno lo specchio, ch'è
Iddio, il qual vede tutto, e ben nella lingua greca
il suo nome, come osservò Gregorio Nisseno,
dimostra efficacia di vedere, perché theós
viene a theáome, ch'è mirare e contemplare.
Veggono i beati colui che vede, sí che nel
cielo non occorre che alcuno si celi. Ivi tutto è
manifesto, perché tutto è buono, tutto
è chiaro, tutto è caro. Quanti piú
sono a possedere il sommo bene, tanto piú son
ricchi. Dov'è tanto amor, non può succedere
occasion di custodire interesse alcuno. Ma qui, dove
siamo vestiti di corruzzione, si procura con ogni
sforzo il manto, con che si dissimula per rimedio
di molti mali; ed ancorché ciò sia onesto,
pur è travaglio; onde si dee aspirar al termine
di questa necessità, e spesso, rimovendo lo
sguardo dagli oggetti terreni, vagheggiar le stelle
come segni del vero lume che, anche per mezzo d'esse,
c'invita alla propria stanza della verità.
Ivi, nella divina essenza, i beati godono della chiara
vista, ch'è l'ultima beatitudine dell'uomo,
essendo la piú alta operazione dell'intelletto,
per mezzo del lume della gloria che lo conforta; perch'essendo
la divina essenza sopra la condizione dell'intelletto
creato, può questi vederla, non per forze naturali,
ma per grazia; e come uno ha maggior lume di gloria
dell'altro, cosí può meglio conoscerla,
ancorché sia impossibile vederla quanto è
visibile, perché il medesimo lume della gloria,
in quanto è dato a tal intelletto, non è
infinito. Or, considerando cosí sodisfatti,
|
cosí
felici, ed in eterno sicuri,
gli
abitatori del Paradi-
so,
si vede come non
han
da nasconder di-
fetto
alcuno; e per
conseguenza
la
dissimulazio-
ne
rimane
in
ter-
ra,
dove
ha tutti
i
suoi ne-
gozii.
|
XXV.
Conclusione del trattato
Avendo affermato che in questa vita non sempre si
ha da esser di cuor trasparente, mi par bene di conchiuder
con affettuoso rivolgimento alla dissimulazione stessa.
Oh virtú, che sei il decoro di tutte l'altre
virtú, le quali allora son piú belle
quando in qualche modo son dissimulate, prendendo
l'onestà del tuo velo, per non far vana pompa
di se medesime. Oh rifugio de' difetti, che nel tuo
seno si sogliono nascondere. Tu alle fortune grandi
sei di gran servigio, per sostenerle, ed alle picciole
porgi la mano, perché in tutto non si veggano
andar per terra. Nel buono e nel mal tempo bisognano
le tue vesti, e nella notte non meno che nel giorno,
e non piú fuori che in casa. Io non ti conobbi
per tempo, ed a poco a poco ho appreso che in effetto
non sei altro che arte di pazienzia, che insegna cosí
di non ingannare come di non essere ingannato. Il
non creder a tutte le promesse, il non nudrire tutte
le speranze, son le cose che ti producono. Le porpore,
nel meglio del lor vermiglio, sogliono ricorrere al
nero del tuo manto; le corone d'oro non han luce che
talora non abbia bisogno delle tue tenebre. Gli scettri,
che spesse volte non si portano dalla tua mano, facilmente
vacillano; e 'l folgore delle spade, se non si serve
di alcuna tua nube, riluce invano. La prudenza, tra
ogni suo sforzo, non ha miglior cosa di te; e benché
di molte altre si mostri ornata, a tempo sa goder
del tuo silenzio, piú che di ogni altro effetto
delle sue industrie. Misero il mondo, se tu non soccorressi
i miseri. A te appartiene di usar molti ufici nell'ordinar
le republiche, nell'amministrar la guerra, e nel conservar
la pace; e dall'altra parte si veggono quanti disordini,
quante perdite e quante ruvine son succedute, quando
sei stata posta in abbandono e s'è dato luogo
a manifesti furori, da che son seguíti quegl'infortunii
che tante volte han diturpate le provincie intiere.
Quando un, che doverebbe perire di fame, ha fortuna
di poter dar il cibo a molti, quando un ignorante
è riputato dotto da chi sa meno di lui, quando
un indegno ha qualche degnità, e quando un
vile si tiene per nobile, come si potrebbe vivere
se tu non accommodass'i sensi a cosí duri oggetti?
Vorrei che mi fosse permesso di manifestare tutto
l'obligo che ho a' benefici che mi hai fatti; ma invece
|
di
renderti grazie, offen-
derei
le tue leggi non
dissimulando
quan-
to
per ragione ho
dissimulato.
|