Gli
internati in Canada
a cura di Mimmo Curcio - segnalato da Gianalfonso
20.11.06
- Piano piano, grazie a una nuova generazione
di storici e ricercatori, si stanno aprendo
degli squarci nella storia dellemigrazione
italiana: soprattutto sulla vita e sul trattamento
che i nostri emigranti hanno ricevuto in
Canada e gli Stati Uniti. Vengono
riportate alla luce storie poco conosciute
e molto dolorose come quella degli internamenti
operati nei confronti di italo-canadesi allindomani
dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Il 13 Giugno 1940, infatti, il ministro
della giustizia canadese mister Lapointe
annunciò alla Camera dei Comuni
la politica governativa nei confronti
di tutti coloro che, d origine italiana,
erano stati naturalizzati sudditi britannici
dopo il 1 Settembre 1929. Ho firmato
l ordine d internamento per molte
centinaia di italo-canadesi i cui nomi figurano
nelle liste della Royal Canadian Mounted Police
come sospetti dichiarò il
ministro.
E facile immaginare lo scompiglio e
il terrore che questo annuncio provocò
tra le persone di origine italiana che vivevano
in Canada. Le retate della Royal Police,
infatti, furono molto estese e non limitate
solo alle potenziali quinte colonne,
coloro i quali, cioè, erano accusati
di simpatie fasciste. Gli immigrati italiani
vennero sottoposti a un regime di controllo
e di vigilanza e, anche, alla sospensione
dei diritti civili.
Più temibili furono le rappresaglie
e gli atti di violenza contro gli italiani.
La stampa denunciò atti di vandalismo
contro negozi italiani e casi di persecuzione
e di emarginazione continuarono con esasperante
frequenza nei primi giorni di guerra. Circa
trentamila cittadini di cui settecento
italiani furono internati in campi di concentramento
situati nel Nord del Canada e questi provvedimenti
costituirono un prezzo terribile per tutta
la comunità italiana. Questo clima
scoraggiò e penalizzò la vita
associativa e le attività pubbliche
degli italiani. Uomini che il giorno prima
avevano ricevuto commesse governative per
fabbricare materiale bellico, il giorno dopo
si videro avviati verso i campi di concentramento
dove languirono e sprecarono il loro talento
lavorando in squadre di manovali.
Un italiano di Montreal, Mario Duliani,
giornalista e accusato ingiustamente di far
parte dellOVRA, ha scritto un
libro commovente sulla vita che si svolgeva
nel campo di concentramento di Petawawa,
nel Nord dell Ontario. Il libro La
ville sans femmes fu tradotto in
inglese dal professore dorigine italiana
Antonino Mazza e ne esiste oggi la
versione italiana con il titolo: La
città senza donne.
Fascisti, dirigenti italo-canadesi, gente
comune vennero internati e le loro famiglie
lasciate sole senza alcun sostegno. Anche
la chiesa e altre organizzazioni umanitarie
si mossero con cautela per timore di ritorsioni
e persecuzioni. Le autorità ufficiali
dichiararono che non ci furono confische di
beni verso chi fu internato ma questo è
un punto che non è mai stato chiarito
fino in fondo: basti pensare alle famiglie
di questi uomini che finirono in quasi povertà.
La comunità italiana uscì molto
provata da quest esperienza e molti
di questi uomini, assaliti da un forte senso
di vergogna, cambiarono anche il loro cognome
anglicizzandolo.
Anche gli Stati Uniti si comportarono
allo stesso modo e migliaia di italiani furono
temporaneamente internati. Alla fine del 1942
risultarono internati, però, solo 210
stranieri italiani. Negli anni novanta
del secolo scorso, il trattamento riservato
alle persone con antenati italiani durante
la seconda guerra mondiale divenne il tema
di una mostra: La storia segreta,
che generò forte indignazione e rabbia
presso la comunità italo-americana.
Si ritenne che questi avvenimenti fossero
stati tenuti segreti e nascosti e si chiesero
le scuse ufficiali e i giusti risarcimenti
al governo degli Stati Uniti. Un voluminoso
rapporto redatto dal Dipartimento della Giustizia
degli Stati Uniti su ordine del Congresso
fu seguito da un riconoscimento da parte del
presidente Clinton delle ingiustizie perpetrate
ai danni di italo-americani. Non fu concesso,
però, alcun risarcimento.