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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -


Notizie 2007

Comunità italo-canadesi
Il problema dei giovani

23.05.07, Montréal -CANADA- "Il problema dei giovani." Quest' espressione, quando usata in relazione alle nostre associazioni di emigrati, significa in genere una sola cosa: la diserzione quasi totale dei giovani verso le attività associative - ricreative - dei loro padri.
La vita sociale della quasi totalità degli Italo-Canadesi, che risiedano in Québec, in Ontario, o in un' altra provincia, si esprime attraverso una nutrita serie di attività sociali incentrate su festeggiamenti e banchetti per matrimoni, cresime, commemorazioni, feste d' associazioni, e così via. E ciò che colpisce di più chi assista a queste feste italiane è l' assenza massiccia dei figli e nipoti - a meno che non si tratti di battesimi o cresime, dove, necessariamente, il protagonista è un minore.

A chi trasmetteremo la torcia? Chi continuerà il nostro operato? Chi manterrà le nostre tradizioni? Cosa dobbiamo fare per interessare i giovani alle nostre attività associative?

Queste domande un po' allarmate sono ricorrenti tra gli Italiani della vecchia generazione, che si sentono un po' colpevoli di questa diserzione e cui l' idea della non continuità del proprio mondo dà un senso di tristezza.
Parliamone, convochiamo i nostri giovani, analizziamo le cause di questo disinteresse: tali sono in genere le proposte dei solerti partecipanti a quel che usano definire un po' pomposamente il "culto delle tradizioni", e che è la celebrazione di ciò che loro furono, della loro sensibilità particolare, del dialetto, della cucina, del culto dell' amicizia tra gente che condivide gli stessi ricordi.

Tra gli Italo-Canadesi non manca però chi è un po' critico verso questo desiderio di voler associare al proprio mondo - lontano ed antico - giovinezze nate in questa terra, in un paese cioè moderno, così distante dalle polverose processioni, di un tempo andato, in onore del santo patrono. I nostri giovani sono bene integrati e hanno altri interessi, si divertono col computer, vanno in discoteca, vogliono stare con i loro amici e hanno ben poco da spartire con gente di origine contadina che spesso conosce a stento il francese e l' inglese, e rimpiange il paesello.
In quest' ultima visione delle cose, l' immagine di gente "antica", superata dagli avvenimenti, ripiegata su di sé, legata ad un mondo agricolo scomparso, si contrappone a quella di una gioventù magnificamente integrata, senza complessi, sicura di sé, libera, moderna, "normale".

Conoscendo molti giovani Italiani nati qui, io non posso condividere quest' analisi ottimistica. Io non vedo affatto - almeno non la vedo nella maggioranza dei casi - quest' avvenuta trasformazione nordamericana di giovani, che, pur se nati da padri "antichi", sono completamente realizzati nella "loro" terra, e pertanto sono privi di nostalgie paesane.
La realtà - se mi fido delle mie esperienze - è piuttosto diversa: nei nostri giovani esiste spesso un' incertezza che lascia pensosi. La loro identità non è un' identità sicura.
Tutt'altro.
Circa il loro volersi tenere lontani dalle feste paesane, le cause di un tal comportamento sono numerose. Io mi limiterò a metterne in evidenza due. La prima è senz' altro costituita dall' immancabile desiderio dei figli di differenziarsi dai padri. In ciò i figli degli Italiani di qui non sono poi così diversi rispetto ai figli di gente di altra origine, qui o altrove.
Ma la mancata adesione pubblica di questi giovani all' identità "italiana", attraverso la partecipazione a feste e ad avvenimenti "paesani", deriva da un fatto fondamentale che si ha tendenza a dimenticare e che può essere espresso semplicemente con la frase: l' essere umano contesta ciò che ha e rimpiange ciò che non ha più. In parole povere, i figli degli Italiani hanno l' Italia in casa e anche fuori casa, attraverso i genitori, le parentele, gli amici di famiglia, i vicini. Anche i più ostici vivono le "feste paesane", se non altro indirettamente. Non hanno quindi bisogno di celebrare, attraverso le attività strutturate di questa o quell' associazione, un modello che è sotto i loro occhi, continuamente, in casa loro.
Il rimpianto e la commemorazione verranno in seguito, nei figli e nei nipoti - ne sono convinto - con la scomparsa dei genitori e dei nonni, e con il rapido rarefarsi dell' ambiente paesano che adesso li attornia e riempie la loro vita.
Succederà a loro un po' quello che è già successo ai loro genitori e ai loro nonni, nei quali, con la partenza definitiva dal paesello, è nata l' immagine, affettuosa ed intensa, dell' angolino terra che li ha visti nascere, simbolo insopprimibile della giovinezza. Così succederà ai discendenti di questi emigrati quando si troveranno a vivere completamente in un mondo nordamericano, veramente tale, vale a dire piuttosto scialbo, eminentemente pratico, coacervo di solitudini etniche. Mi riferisco in particolare al Québec, dove l' assimilazione è lenta. Questa lentezza è causata della scarsa forza d' attrazione esercitata dalla civiltà quebecchese, che è una civiltà senza continuità (il periodo del lungo trionfo della Chiesa cattolica è stato, con operazione retroattiva, semplicemente cancellato dalla lavagna della storia), piuttosto ambivalente e basata su un atteggiamento negativo: il culto dei torti "subiti" e un forte desiderio di rivalsa. Negli Stati Uniti invece il dissolversi delle identità originarie è più rapido. Il magnete dell' "american way of life", infatti, è molto più potente dell' ibrido e poco scintillante "modello québécois". Anche in Ontario si diventa Canadesi più rapidamente di quanto in Québec si diventi Québécois.
Solo allora queste ultime propaggini di un filone emigratorio dall' Italia, ormai da tempo concluso, si troveranno a vivere in un mondo completamente nordamericano, pratico, concreto, fatto di poche parole, basato sul culto dell' individualismo. Sarà allora sparita, dalle quattro mura domestiche, la rumorosa oasi italiana. E sorgerà in loro - nei discendenti degli immigrati - il rimpianto del "paesello" familiare, con il ricordo dei deliziosi piatti della mamma e della nonna, il vino fatto in casa, le feste in famiglia, la presenza di parenti ed amici esuberanti e rumorosi. Quel giorno tutte queste cose non esisteranno più.
E subentrerà il rimpianto. Un rimpianto tardivo. Succederà a loro quello che già successe ai loro genitori, che scopersero troppo tardi - emigrando - la magia del paesello perduto.

Claudio Antonelli (Montréal)