Comunità
italo-canadesi
Il problema
dei giovani
23.05.07, Montréal -CANADA- "Il
problema dei giovani." Quest' espressione,
quando usata in relazione alle nostre associazioni
di emigrati, significa in genere una sola
cosa: la diserzione quasi totale dei giovani
verso le attività associative - ricreative
- dei loro padri.
La vita sociale della quasi totalità
degli Italo-Canadesi, che risiedano in Québec,
in Ontario, o in un' altra provincia, si esprime
attraverso una nutrita serie di attività
sociali incentrate su festeggiamenti e banchetti
per matrimoni, cresime, commemorazioni, feste
d' associazioni, e così via. E ciò
che colpisce di più chi assista a queste
feste italiane è l' assenza massiccia
dei figli e nipoti - a meno che non si tratti
di battesimi o cresime, dove, necessariamente,
il protagonista è un minore.
A chi trasmetteremo la torcia? Chi continuerà
il nostro operato? Chi manterrà le
nostre tradizioni? Cosa dobbiamo fare per
interessare i giovani alle nostre attività
associative?
Queste domande un po' allarmate sono ricorrenti
tra gli Italiani della vecchia generazione,
che si sentono un po' colpevoli di questa
diserzione e cui l' idea della non continuità
del proprio mondo dà un senso di tristezza.
Parliamone, convochiamo i nostri giovani,
analizziamo le cause di questo disinteresse:
tali sono in genere le proposte dei solerti
partecipanti a quel che usano definire un
po' pomposamente il "culto delle tradizioni",
e che è la celebrazione di ciò
che loro furono, della loro sensibilità
particolare, del dialetto, della cucina, del
culto dell' amicizia tra gente che condivide
gli stessi ricordi.
Tra gli Italo-Canadesi non manca però
chi è un po' critico verso questo desiderio
di voler associare al proprio mondo - lontano
ed antico - giovinezze nate in questa terra,
in un paese cioè moderno, così
distante dalle polverose processioni, di un
tempo andato, in onore del santo patrono.
I nostri giovani sono bene integrati e hanno
altri interessi, si divertono col computer,
vanno in discoteca, vogliono stare con i loro
amici e hanno ben poco da spartire con gente
di origine contadina che spesso conosce a
stento il francese e l' inglese, e rimpiange
il paesello.
In quest' ultima visione delle cose, l' immagine
di gente "antica", superata dagli
avvenimenti, ripiegata su di sé, legata
ad un mondo agricolo scomparso, si contrappone
a quella di una gioventù magnificamente
integrata, senza complessi, sicura di sé,
libera, moderna, "normale".
Conoscendo molti giovani Italiani nati qui,
io non posso condividere quest' analisi ottimistica.
Io non vedo affatto - almeno non la vedo nella
maggioranza dei casi - quest' avvenuta trasformazione
nordamericana di giovani, che, pur se nati
da padri "antichi", sono completamente
realizzati nella "loro" terra, e
pertanto sono privi di nostalgie paesane.
La realtà - se mi fido delle mie esperienze
- è piuttosto diversa: nei nostri giovani
esiste spesso un' incertezza che lascia pensosi.
La loro identità non è un' identità
sicura.
Tutt'altro.
Circa il loro volersi tenere lontani dalle
feste paesane, le cause di un tal comportamento
sono numerose. Io mi limiterò a metterne
in evidenza due. La prima è senz' altro
costituita dall' immancabile desiderio dei
figli di differenziarsi dai padri. In ciò
i figli degli Italiani di qui non sono poi
così diversi rispetto ai figli di gente
di altra origine, qui o altrove.
Ma la mancata adesione pubblica di questi
giovani all' identità "italiana",
attraverso la partecipazione a feste e ad
avvenimenti "paesani", deriva da
un fatto fondamentale che si ha tendenza a
dimenticare e che può essere espresso
semplicemente con la frase: l' essere umano
contesta ciò che ha e rimpiange ciò
che non ha più. In parole povere, i
figli degli Italiani hanno l' Italia in casa
e anche fuori casa, attraverso i genitori,
le parentele, gli amici di famiglia, i vicini.
Anche i più ostici vivono le "feste
paesane", se non altro indirettamente.
Non hanno quindi bisogno di celebrare, attraverso
le attività strutturate di questa o
quell' associazione, un modello che è
sotto i loro occhi, continuamente, in casa
loro.
Il rimpianto e la commemorazione verranno
in seguito, nei figli e nei nipoti - ne sono
convinto - con la scomparsa dei genitori e
dei nonni, e con il rapido rarefarsi dell'
ambiente paesano che adesso li attornia e
riempie la loro vita.
Succederà a loro un po' quello che
è già successo ai loro genitori
e ai loro nonni, nei quali, con la partenza
definitiva dal paesello, è nata l'
immagine, affettuosa ed intensa, dell' angolino
terra che li ha visti nascere, simbolo insopprimibile
della giovinezza. Così succederà
ai discendenti di questi emigrati quando si
troveranno a vivere completamente in un mondo
nordamericano, veramente tale, vale a dire
piuttosto scialbo, eminentemente pratico,
coacervo di solitudini etniche. Mi riferisco
in particolare al Québec, dove l' assimilazione
è lenta. Questa lentezza è causata
della scarsa forza d' attrazione esercitata
dalla civiltà quebecchese, che è
una civiltà senza continuità
(il periodo del lungo trionfo della Chiesa
cattolica è stato, con operazione retroattiva,
semplicemente cancellato dalla lavagna della
storia), piuttosto ambivalente e basata su
un atteggiamento negativo: il culto dei torti
"subiti" e un forte desiderio di
rivalsa. Negli Stati Uniti invece il dissolversi
delle identità originarie è
più rapido. Il magnete dell' "american
way of life", infatti, è molto
più potente dell' ibrido e poco scintillante
"modello québécois".
Anche in Ontario si diventa Canadesi più
rapidamente di quanto in Québec si
diventi Québécois.
Solo allora queste ultime propaggini di un
filone emigratorio dall' Italia, ormai da
tempo concluso, si troveranno a vivere in
un mondo completamente nordamericano, pratico,
concreto, fatto di poche parole, basato sul
culto dell' individualismo. Sarà allora
sparita, dalle quattro mura domestiche, la
rumorosa oasi italiana. E sorgerà in
loro - nei discendenti degli immigrati - il
rimpianto del "paesello" familiare,
con il ricordo dei deliziosi piatti della
mamma e della nonna, il vino fatto in casa,
le feste in famiglia, la presenza di parenti
ed amici esuberanti e rumorosi. Quel giorno
tutte queste cose non esisteranno più.
E subentrerà il rimpianto. Un rimpianto
tardivo. Succederà a loro quello che
già successe ai loro genitori, che
scopersero troppo tardi - emigrando - la magia
del paesello perduto.
Claudio Antonelli (Montréal)