Accordo
tra
Unione
europea
e Australia
Stop
ai "vini
pirata"
australiani
I viticoltori
del
continente
australe
non
potranno
commercializzare
dal
2007
Sangiovese,
Barbera,
Porto
e Sherry
ADELAIDE
(Australia),
04 dicembre
2005
- Persa
la battaglia
contro
il Tokaj
ungherese,
l' industria
del
vino
italiana
si prende
una
rivincita
almeno
contro
bianchi
e neri
australiani.
La lotta
alla
contraffazione
che
minaccia
il "made
in Italy"
non
riguarda
infatti
solo
i prodotti
d' abbigliamento
e non
ha come
unici
"nemici"
la Cina
e il
Sud-est
asiatico.
Italia
vuol
dire
anche
grandi
vini,
e l'
Australia
è
divenuta
negli
anni
un serio
concorrente
alle
esportazioni
enologiche
italiane,
giocando
anche
la carta
dei
marchi:
sugli
scaffali
dei
supermercati
di mezzo
mondo
non
basta
l' etichetta
"Sangiovese"
a identificare
un vino
italiano,
poiché
- per
ora
almeno
- ne
esiste
anche
una
versione
australiana
dal
nome
spudoratamente
identico.
E lo
stesso
discorso
vale
per
Barbera,
Pinot
nero
e Merlot,
ma anche
per
altri
vini
europei
come
Porto
o Sherry.
BATTAGLIA
VINTA
-
L' Unione
europea
da dodici
anni
negozia
con
il governo
australiano
per
porre
fine
a questo
"abuso
di etichettatura"
e il
quotidiano
di Adelaide
"The
Adverstiser"
rivela
che
un accordo
è
stato
raggiunto,
sebbene
non
ancora
ratificato,
per
porre
fine
a un
regime
di "semi-anarchia
dell'
etichetta".
Secondo
il quotidiano,
l' accordo
verrà
firmato
nei
prossimi
mesi
e farà
scattare
il bando
per
tutta
una
serie
di marche
a partire
dal
2007
(verosimilmente
per
permettere
ai produttori
di vino
australiani
di correre
ai ripari).
Il nuovo
trattato
migliorerà
un accordo
siglato
nel
1994
che
bandì,
tra
gli
altri,
la commercializzazione
di vini
australiani
"targati"
Chianti,
Bordeaux,
Cava
e Madeira;
inoltre,
vieterà
la commercializzazione
di "Champagne"
aussie,
anche
se in
quest'
ultimo
caso,
pur
in assenza
di divieti,
i produttori
australiani
si erano
già
in un
certo
senso
portati
avanti,
etichettando
i loro
vini
bianchi
da brindisi
come
"sparkling
wine"
e bandendo
il termine
francese.
BUON
VISO
A CATTIVO
GIOCO
- Per
l' Ue
si tratta
di un'
indubbia
vittoria,
e gli
australiani
fanno
buon
viso
a cattivo
gioco,
dichiarando
che
l' industria
del
vino
dell'
isola
dei
canguri
è
matura
per
correre
con
le proprie
gambe
(cioè
con
marchi
propri).
Inoltre,
sottolineano
i viticoltori
australi,
l' accordo
vieterà
anche
ai loro
omologhi
europei
di utilizzare
etichette
australiane,
come
Yarra
Valley,
Shiraz
o Barossa.
Steven
Strachan,
portavoce
della
Federazione
australiana
produttori
vino,
ha dichiarato
che
"dal
nostro
punto
di vista
si tratta
di una
cosa
positiva,
che
facilita
la vendita
del
nostro
vino".
ALTRE
FURBIZIE
- Tutto
è
bene
quel
che
finisce
bene,
quindi?
Sì
e no
perché,
anche
se non
potrà
più
produrre
vini
dai
celebri
nomi
italiani,
francesi
o iberici,
l' industria
enologica
australiana
ricorre
già
ad altri
trucchetti
molto
più
difficilmente
arginabili
per
dare
un tocco
più
"europeo"
ad alcuni
suoi
vini.
Per
esempio
commercializza
vini
come
il "Pirenees",
l'"Alpine
Valley"
o il
"Muscat",
che
sa tanto
di moscato
nostrano.
Ovviamente
gli
esperti
non
cascherebbero
mai
nel
tranello,
ma nel
mondo
non
è
poi
così
diffusa
una
cultura
enologica
paragonabile
a quella
italiana
o francese,
tant'
è
che
il primo
mercato
dell'
export
vinicolo
australiano
è
la Gran
Bretagna,
dove
bianchi
e neri
australiani
hanno
scalzato
dal
gradino
più
alto
del
podio
dei
più
venduti
sia
i vini
francesi
che
quelli
italiani.