India
e Cina: tocca
ai paesi occidentali
agire per primi.
Italia in difficoltà
Nairobi,
non c'è
accordo sul rispetto
di Kyoto
Conferenza
sul clima, impegni
a quattro velocità
per la riduzione
delle emissioni:
tra i virtuosi
Gran Bretagna,
Francia e Germania
NAIROBI
(Kenya), 17.11.06
- "Il Protocollo
di Kyoto è
salvo", assicura
soddisfatto il
ministro dell'Ambiente,
Alfonso Pecoraro
Scanio, mentre
la conferenza
mondiale sui cambiamenti
climatici di Nairobi
si avvia alle
ultime battute.
Ma certo non sta
molto bene, si
potrebbe aggiungere
parafrasando Woody
Allen. Nella capitale
keniota, ancora
una volta, si
è scongiurata
una fine prematura
del trattato salva-clima,
che impone la
riduzione delle
emissioni dei
gas serra. Tuttavia
si ancora è
ben lontani dall'aver
realizzato un
progetto di riduzioni
veramente globale
che coinvolga,
sia pure con oneri
differenziati,
tutti i Paesi
del mondo. Sia
fra i Paesi maggiormente
industrializzati,
sia fra quelli
in via di sviluppo,
c'è chi
continua a pensare
che il meccanismo
delle riduzioni
vincolanti e legate
a precise scadenze
sia incompatibile
con lo sviluppo
economico. Come
pure si è
ben lontani dall'aver
dato una sicura
prospettiva di
esistenza al trattato
di Kyoto oltre
il 2012 (data
di scadenza della
sua prima fase),
dato che a Nairobi
si è deciso
di rinviare le
decisioni sulle
modalità
di attuazione
del cosiddetto
Kyoto 2 al 2008:
altri due anni
nella speranza
di convincere
i più riottosi.
IMPEGNI A QUATTRO
VELOCITA'
- Si potrebbe
dire che da Nairobi
esce un quadro
degli impegni
di riduzione delle
emissioni di gas
serra almeno a
quattro velocità.
Al primo posto
ci sono i Paesi
europei come Gran
Bretagna, Francia
e Germania, che
finora hanno rispettato
gli impegni assunti
a Kyoto e che,
con molta probabilità,
arriveranno alla
scadenza del 2012
con le carte a
posto. Come hanno
fatto? Smantellando
centrali e industrie
obsolete e puntando
su rinnovabili
e nucleare. Proprio
dai rappresentanti
di questi Paesi
è stato
espresso a Nairobi
l'impegno di procedere
con maggior vigore
sulla strada delle
emissioni di gas
serra, arrivando
addirittura a
tagli del 50-75%
entro il 2050.
Che è più
o meno quanto
richiesto dagli
scienziati dell'IPCC
(il gruppo intergovernativo
sui cambiamenti
climatici dell'ONU)
per scongiurare
danni irreversibili
al sistema climatico.
IMPEGNI DISATTESI
- Al secondo
posto ci sono
i Paesi che hanno
aderito ai patti
di Kyoto ma che
non ce la fanno
a tenere il passo.
Fra questi, il
Canada ha già
gettato la spugna,
dichiarando a
Nairobi che non
potrà mantenere
gli impegni di
riduzione assunti
nel 1997. Altri,
come l'Italia,
hanno ammesso
di essere in difficoltà,
di avere finora
aumentato piuttosto
che ridotto i
gas serra, ma
di tentare di
fare di meglio
per risalire la
china. Il ministro
Pecoraio Scanio
ha firmato un
protocollo d'intesa
con il governo
del Kenia per
il trasferimento
di tecnologie
pulite. E lo stesso
sta facendo con
altri Paesi emergenti:
meccanismi, questi,
che permetteranno
di alleggerire
le quote di riduzione
non conseguite
in campo nazionale.
C'E' CHI DICE
NO - Al terzo
posto ci sono
i Paesi in via
di sviluppo, Cina
e India in testa,
che rifiutano
di entrare né
ora né
dopo il 2012 in
un progetto planetario
di contenimento
delle emissioni
perché
affermano: "Il
danno maggiore
all'atmosfera,
finora, è
stato procurato
dai Paesi industrializzati
e sono loro che
devono agire per
primi". Ma
per alcuni economisti,
il primato di
maggiori inquinatori
dell'atmosfera,
passerà
dagli Stati Uniti
alla Cina entro
tre anni circa.
E allora si dovranno
rifare i conti.
Il quarto e ultimo
posto è
occupato da Stati
Uniti e Australia
che non hanno
ratificato Kyoto
e che affermano
di poter impegnarsi
in futuro solo
attraverso azioni
volontarie, senza
meccanismi di
controllo e sanzioni.
Tuttavia, tre
senatori presidenti
di commissioni,
hanno fatto circolare
a Nairobi una
lettera aperta
a Bush in cui
lo accusano di
avere sbagliato
tutto in politica
ambientale e gli
chiedono, dopo
il fallimento
delle elezioni
di medio termine,
di avviare azioni
concordate bipartisan.
ITALIA SENZA
PIOGGE - "La
conferenza di
Nairobi non sarà
un grande successo,
ma qualche passo
avanti si è
fatto -si consola
il segretario
generale dell'IPCC,
il climatologo
indiano Rajendra
Pachauri-. Sono
stati aumentati
i fondi destinati
alle energie pulite
dai Paesi industrializzati
a quelli in via
di sviluppo e
il numero dei
progetti in via
di realizzazione
sta aumentando".
Pachauri si dice
fiducioso che
l'anno prossimo,
quando uscirà
il IV rapporto
dell'IPCC, una
specie di summa
delle conoscenze
sul sistema climatico
e delle sue anomalie,
i governi indecisi
si muoveranno
con maggiore determinazione
perché
l'incertezza scientifica
sulle cause dei
cambiamenti climatici
si è ridotta
e emerge sempre
più chiara
la responsabilità
dell'uomo. Proprio
sul tavolo dell'IPCC
è arrivato
i questi giorni
uno scenario sul
clima in Italia
previsto per la
fine del secolo,
elaborato dall'Istituto
nazionale di geofisica
e vulcanologia
(INGV), che presenta
la più
alta risoluzione
spaziale fra i
modelli realizzati
finora. "Emerge
una marcata diminuzione
delle precipitazioni
invernali a causa
dello spostamento
verso l'Europa
Settentrionale
delle aree di
basse pressioni
-spiega il professor
Antonio Navarra
della sede INGV
di Bologna-. Questo
fenomeno sarà
accompagnato da
un aumento delle
temperature medie
di circa tre gradi.
Insomma, estati
più calde,
simili a quella
del 2003, che
fu caratterizzata
dal succedersi
di numerose ondate
di calore, e inverni
meno piovosi".
Lo scenario INGV
indica anche che
l'aumento più
marcato delle
temperature si
manifesterà
nelle regioni
più prossime
ai Poli e che
sarà accompagnato
da un drastico
scioglimento dei
ghiacci marini.
Franco Foresta
Martin
- Corriere.it