Compie
mezzo secolo
il prestigioso
riconoscimento
che dal
1955 la
Fondazione
assegna
alla "foto
dell'anno"
Cinquant'
anni di
World Press
Photo per
mettere
a fuoco
la Storia.
ERA
il 4 settembre
del 1957.
Dorothy
Counts mise
piede, prima
nera fra
i bianchi,
con altri
tre neri
come lei,
nella Harding
High Schools
di Charlotte,
North Carolina.
Era prevedibile
quale accoglienza
fosse stata
loro riservata:
proteste,
lancio di
pietre,
"tornatene
da dove
sei venuta".
La sommossa
si estese
ad altre
città,
e lunga
fu la battaglia
per la conquista
dei diritti
civili.
Ma Douglas
Martin,
fotografo
dell' Associated
Press, fermò
nel tempo
quegli istanti
infiniti,
Dorothy
sulla strada
della scuola,
i lineamenti
in tensione,
gli studenti
bianchi
che la insultano.
Come aver
detto alla
Storia "fermati
un attimo"
e quella
s' è
fermata.
Sospesa
negli scatti
di chi c'
era, ha
scippato
il presente
e l' ha
consegnato
al futuro.
Sono
tessere
raccolte
in cinquant'
anni quelle
che compongono
il puzzle
della Storia
raccontata
dal World
Press Photo,
il più
ponderoso
e prestigioso
concorso
di fotografia
giornalistica
del mondo,
che premia
le migliori
foto dell'
anno. I
tredici
membri della
giuria esaminano,
ogni dodici
mesi, circa
70 mila
foto, inviate
da 4266
fotografi
di 123 Paesi.
Che raccontano
i drammi
individuali,
collettivi,
globali.
Organizzato
dal 1955
dalla Foundation
indipendente,
con base
ad Amsterdam,
il premio
spegne cinquanta
candeline.
E invita
ad aprire
gli occhi
su Things
as they
are,
"Le
cose così
come stanno",
che è
il titolo
della pubblicazione
preparata
da World
Press Photo
per il compleanno.
Centoventi
servizi
e ottocento
scatti,
insieme
ai racconti
di chi ha
manovrato
l' obiettivo.
Perché
le foto
sono utili
per ricordare,
ma le parole
dell' autore
possono
aiutare
a capirne
il senso
più
profondo.
A
volte le
didascalie
sono stati
d' animo.
"Vincere
con una
foto di
fame mi
ha fatto
vergognare",
confessa
Michael
Wells,
premiato
nel 1980
per quella
mano piccolissima
e avvizita
di un bimbo,
poggiata
sul palmo
grande,
e vivo,
di un missionario,
realizzata
nel distretto
ugandese
di Karamoja.
Altre
volte, è
la foto
stessa che
assegna
all' occhio
di chi guarda
il compito
di interpretare:
come nel
caso di
quella che
ritrae Salvador
Allende,
quell' 11
settembre
del 1973,
nel palazzo
della Moneda,
protetto,
ancora per
poco e inutilmente,
dalla guardia
presidenziale.
Fu pubblicata
dal New
York Times
ma non se
ne conobbe
mai l' autore.
Certe
volte non
c' è
bisogno
di spiegare.
Perché
accanto
al cadavere
semisepolto
di un bimbo
ucciso a
Bhopal dalle
esalazioni
della Union
Carbide
sarebbe
inutile
scrivere
qualcosa.
Così
come per
la bambina
vietnamita
che fugge
dal napalm,
nuda, le
braccia
spalancate,
in mezzo
a una strada.
La fotografia
"ha
l' incisività
di una massima,
funziona
come una
citazione,
avverte
come un
proverbio",
dice Susan
Sontag.
La
protagonista
di buona
parte delle
immagini
di World
Press Photo,
tuttavia,
è
la morte,
con la quale
la fotografia
ha stabilito
fin dalla
sua nascita
un rapporto
privilegiato.
Presente
o prossima,
casuale
o intenzionale,
monito e
denuncia
e protesta.
La caduta
rovinosa
di un motociclista
durante
una gara
in Danimarca
(1955, la
prima foto
premiata),
la fine,
nel Vietnam
del Sud,
del monaco
buddista
Thich Quang
Duc che
si lascia
divorare
dalle fiamme,
l' esecuzione
di un vietcong
per mano
di un sudvietnamita
a Saigon.
E
poi il massacro
di Sabra-Shatila,
il corpo
di un uomo
malato di
Aids, il
lenzuolo
bianco che
copre un
bimbo afgano
ucciso dagli
stenti,
la disperazione
di una donna
indiana
alla quale
lo tsunami
ha spazzato
via tutta
la famiglia,
i piccoli
corpi mutilati
dei ragazzini
di Kuito,
Angola,
le madri
che seppelliscono
i figli.
Insomma,
tutte le
brutture
del mondo,
e quindi
"Le
cose, così
come stanno".