Spagnolo,
a 17 anni creò il calciobalilla per i
ragazzi vittime delle bombe
della guerra civile.
Addio a Finisterre,
poeta del biliardino
di Gaia Giuliani
04.03.07
- E' morto Alejandro Finisterre, poeta, filosofo,
editore, ballerino di tip tap e fiero oppositore
del regime di Francisco Franco. Tra i primi
dirottatori aerei della storia dell'aviazione.
Anche se il suo nome non passerà alla
storia per tutto questo, ma per aver inventato
il futbolìn, cioè il calciobalilla,
il bilardino nella versione più moderna.
Un'idea di cui parlò sempre poco perché
non ne andava particolarmente fiero. Più
importante l'impegno poetico e politico. Ma
anche il metegol, come dicono in Argentina,
bordfodbold come si scrive in danese o langirt
alla turca - e a voler elencare tutti i paesi
che l'hanno importato e inserito nei loro vocabolari
c'è di che annoiarsi - nacque con uno
scopo nobile.
Dalla
creatività di un ragazzino diciassettenne
che rimase ferito da una delle bombe che insaguinarono
il suo paese nel corso della guerra civile spagnola.
Ricoverato in ospedale, Alejandro si accorse
che la maggior parte dei suoi compagni di corsia
erano adolescenti come lui, ma più sfortunati
perché a causa delle ferite avevano subito
l'amputazione degli arti inferiori. Mai più
corse nei prati, mai più calci a un pallone.
Un orizzonte cupo, a cui cambiare presto tinta.
Appassionato di ping pong, Finisterre pensò
che se poteva giocare a una sorta di mini tennis
con racchette e tavolo verde, lo stesso si poteva
fare con il calcio.
Ed
ecco che grazie a un carpentiere che lavorava
nell'ospedale, piccoli giocatori di legno vennero
infilati in lunghe aste orizzontali. Poi due
aperture sui lati corti del piano di compensato
che reggeva tutta la struttura, circondate da
una piccola rete, proprio come quella del futbòl
vero. L' invenzione venne prontamente registrata
nel 1937 a Barcellona, anche perché qualcosa
di analogo già esisteva a opera del tedesco
Broto Wachter, che ne aveva realizzato una versione
più semplice sei anni prima, a cui mancavano
però le sagome dei calciatori. Grande
successo, altrettanta la sfortuna.
Finita
la guerra e insediato il regime di Franco, Finisterre
scappa verso la Francia attraversando clandestinamente
i Pirenei. Una pioggia torrenziale, e il prezioso
plico che documenta la sua creazione diventa
una pappa inutilizzabile di cellulosa. La parentesi
del biliardino per lui finirà qui, con
la sola eccezione di una partita giocata con
Ernesto Che Guevara, almeno così riportano
succintamente i biografi. Quello che viene dopo
costituirà il vero nucleo della sua lunga
esistenza durata 87 anni. Dopo un breve rientro
in patria che gli permetterà di laurearsi
in filosofia, Alejandro soggiornerà prima
in Francia e poi in Ecuador, Guatemala e Messico,
dove incontrerà l'uomo a cui dedicherà
una devozione che finirà solo con la
morte, il poeta spagnolo - altro esule a causa
del regime - Leòn Felipe.
Per
lui, e molti connazionali letterati fuggiti
in Sud America, si improvviserà editore
pubblicando le loro opere oltreoceano e in Spagna
dopo la morte del "generalissimo"
aiutandoli a passare alla storia. Finisterre
è un uomo esperto nell'arte di arrangiarsi:
uno dei dieci figli di un radiotelegrafista
poi divenuto ciabattino, per mantenersi lavorò
come muratore, imbianchino e anche ballerino
di tip tap, riuscendo a farsi scritturare in
una delle compagnie più in vista del
suo paese. La capacità di sviluppare
soluzioni argute nei momenti di difficoltà
gli servirà anche quando verrà
coinvolto nel colpo di stato del '54 in Guatemala
orchestrato dalla Cia.
Corriere
di documenti riservati di una delle nazioni
che riconoscevano la repubblica franchista,
verrà rapito da agenti spagnoli e imbarcato
su un aereo diretto a Madrid. A bordo l'illuminazione:
preso il sapone della toilette, lo avvolge nella
carta stagnola fingendolo un'arma e costringendo
il pilota a sbarcarlo a Panama.
Finisterre,
che poi si chiamava Alejandro Campos Ramìrez
- Fisterra era la sua città d'origine
che adottò come cognome - non ha mai
concesso volentieri interviste a causa di una
timidezza quasi patologica e altrettanto leggendaria
della sua vita avventurosa. Per gli ultimi giorni
della sua lunga esistenza scelse Zamora, la
città in cui era nato il poeta Leòn
Felipe, approdando in ritardo tra i necrologi
della stampa che danno notizia della sua morte
a distanza di diverse settimane. La data sulla
lapide è 8 febbraio, ma c'è chi
ha scritto il 9 stampando la notizia il 16,
o 8 uscendo il 13 nel caso di El Paìs
o di nuovo il 9 come il Guardian che l'ha pubblicata
il 24. Lui probabilmente avrebbe apprezzato
la varietà delle interpretazioni.
la Repubblica