EHI, ADESSO COSA FACCIAMO?
di
GIANLUIGI PARAGONE
In un paese normale, dopo quindici anni di seconda repubblica,
Silvio Berlusconi sarebbe oggi capo dello Stato e Umberto
Bossi presidente del senato federale.
Umberto Bossi è il politico che, forte di consensi
elettorali e politici, ha aperto lagenda federalista,
portando una grande idea di cambiamento - il federalismo -
dagli ambienti accademici agli scenari parlamentari e governativi.
Alla fine degli anni Ottanta, la crisi del Paese era sotto
gli occhi di tutti. Il sistema era bloccato dalla crisi della
partitocrazia. I governi erano liofilizzati e la stabilità
aveva la media di una stagione, forse qualcosa in più.
La società girava le spalle alla politica dei Lorsignori.
In quegli anni, Umberto Bossi fu il primo a cogliere quellaria
di cambiamento, quellinsoddisfazione. Fu il primo a
capire che il vento del Nord aveva preso la direzione opposta
a Roma. Prese la macchina e si girò la Lombardia. Poi
tutta la Padania. Il suo vocione urlava una ricetta straordinaria:
semplificazione legislativa, meno burocrazia, meno Stato padrone,
autonomia fiscale. Con un linguaggio che mirava al sodo faceva
piazza pulita delle ragnatele di quella che poi sarà
chiamata prima repubblica. Lui parlava al paese reale e i
giornali - sempre in ritardo - non saccorgevano che
il mondo attorno a loro stava cambiando. Preferivano pompare
ora Mario Segni ora la Rete di Leoluca Orlando. I giornali
si scrivono a Roma e da Roma non si potevano vedere gli entusiasmi
del mondo padano nei confronti di uno che finalmente parlava
il loro stesso linguaggio e che prospettava un cambiamento
radicale: il federalismo. Finché Bossi sgretolò
la prima repubblica, fece il pieno di voti e cambiò
il corso della Storia.
Tutti diventarono federalisti. Non per convinzione, certo,
ma perché quella era diventata la parola magica della
politica. Cera una differenza: il federalismo che la
Lega di Umberto Bossi stava portando in parlamento era il
federalismo che il Nord chiedeva. Uno era abbracciato allaltro,
erano una cosa sola. Un paese serio cui interessa veramente
cambiare per promuovere il benessere diffuso, avrebbe colto
al volo quel vento riformista e avrebbe cambiato la Costituzione
per lasciare più autonomia alle regioni. Un paese serio
non si lascia imbrigliare dai veti incrociati dei poteri forti,
è capace di fare un salto generazionale e superare
le tensioni del passato. Noi, un paese serio, non lo siamo.
Tanto che oggi siamo qui a difendere con i denti la recente
riforma costituzionale per non perdere unaltra occasione
importante di cambiamento. In quindici anni, il federalismo
lo si fa. Da noi invece lo si interpreta: perché la
sinistra riformista non prende esempio dalla Spagna di Zapatero
e prende sul serio la questione autonomista? Un paese serio
avrebbe già il suo senato delle Regioni come in Germania:
ora anche noi, con il referendum del 25-26 giugno, possiamo
averlo. Un paese serio, la presidenza di questo senato, lavrebbe
riconosciuta al politico che più di tutti ha battagliato
per le istanze autonomiste e indipendentiste: Umberto Bossi.
Così come un paese normale avrebbe riconosciuto a Silvio
Berlusconi la presidenza della Repubblica. Tanto più
nelle condizioni di una divisione dellelettorato che
pende a sinistra solo per lo 0,6 per mille. Un niente. Certo
che si governa anche con un solo voto di scarto, ma la presidenza
della Repubblica e le istituzioni non si spartiscono al pari
di un trofeo di guerra, tanto più se quella guerra
non lhai vinta. Che piaccia o no, Berlusconi esce come
vincitore politico dalle ultime lotte e quei voti se li è
conquistati uno a uno. Ma, come dicevo, non viviamo in un
paese normale ma normalizzato dai vincitori che si spartiscono
ogni seggiola. Così, Bossi e Berlusconi sono i politici
più odiati dallaltra parte.
Il tempo però è galantuomo, si dice. E ci credo:
Umberto Bossi e Silvio Berlusconi sono destinati a entrare
nella Storia perché uomini del cambiamento. Il loro
percorso lascerà il segno. La storia - non gli storici...
- non simbroda nelle lodi né si àncora
ai pregiudizi e alle scemenze. Ecco perché sono certo
che Bossi e Berlusconi hanno già vinto la loro sfida
personale.
Ma siccome la loro missione politica non è chiusa,
vale la pena di preoccuparsi anche del giorno per giorno.
Perché è nella routine del giorno per giorno
che qualcuno vuole cancellare il corso del cambiamento e riportarlo
alla palude. Quel qualcuno è il sistema che ha impedito
in questi quindici anni di approdare a riforme certe, è
chi ha finto di spendersi per il cambiamento ma poi ne ha
frenato il compimento. Non è tizio o caio, è
un sistema. Un sistema che può scegliere Casini come
Veltroni come Rutelli, che gli mette accanto i grandi giornali
e le grandi risorse economiche. È il sistema che parla
della concorrenza, elegia il mercato ma resta monopolista:
perché quello che è mio è mio e quello
che è tuo è nostro. È quel sistema che
ha apparecchiato tutte le tavole: la politica, il calcio,
la finanza, lindustria, i giornali, le banche. Tante
tavole ma in realtà una sola.
Abbiamo perso le elezioni. Ma quanto durerà il prossimo
governo? Quanto può governare lontano dalla parte più
produttiva del Paese? La Padania ha dimostrato di avere ancora
la pellaccia dura e di non farsi anestetizzare dai giochetti
romani che la vorrebbero sottomessa alle logiche per cui il
Nord deve restare la gallina dalle uova doro che lavora
per tutti. Finché in tangenziale o in autostrada si
pagano fior di pedaggi ma si resta in coda per ore, la questione
settentrionale rimarrà aperta. Idem se io do a Roma
cento e mi torna indietro cinque. Così non ci sono
margini di crescita.
Ecco perché le elezioni amministrative e il referendum
hanno unimportanza vitale: consentono di tenere viva
la questione settentrionale. Autonomia, leggerezza fiscale,
meno Stato nel mercato: non sarà certo Prodi a garantire
queste necessità. Ha un governo infarcito di poltronari.
Bossi e Berlusconi devono ancora tenere il timone della nave
ben saldo nelle loro mani. Sono la garanzia del cambiamento
e la diga che frena le tentazioni centriste. Un posto nella
Storia ce l hanno già riservato, intanto...
[Data
pubblicazione: 14/05/2006]