Il petrolio è finito. O no?
Gli
esperti di questioni petrolifere stanno notando una cosa:
molte raffinerie sono in vendita, specie in Europa. A prezzi
di saldo. Eppure nessuno le compra. Il fatto è strano,
mentre il prezzo della benzina e derivati del petrolio sono
alle stelle, e fra le cause del rincaro c'è proprio
una insufficiente capacità di raffinazione mondiale.
Perché?
La sola spiegazione possibile è che dai giacimenti
esistenti non si riesce più ad estrarre il petrolio
leggero di qualità superiore (sweet light crude), ma
ormai solo greggio pesante e ricco di zolfo, che la maggior
parte delle raffinerie non è in grado di "lavorare":
ecco perché gli impianti esistenti sono in svendita.
E la conferma verrebbe da una frase sibillina del segretario
dell'Opec. Incitato e premuto da Usa ed Europa ad accelerare
l'estrazione per venire incontro all'enorme aumento della
domanda cinese, far flettere il prezzo del greggio ormai a
73 dollari a barile, l'Opec risponde, per bocca del suo segretario
generale Mohammed Barkindo: "Che cosa possiamo fare che
non abbiamo già fatto? È un problema di qualità".
Ossia: non ci sono abbastanza raffinerie per lavorare il greggio
pesante e cattivo, il solo rimasto ancora in abbondanza.
Il fatto darebbe ragione ai profeti di sventura che, nel campo
specifico, profetizzano l'imminente "picco petrolifero".
Ossia il punto in cui, nei giacimenti, l'estrazione ha raggiunto
il suo massimo, e comincia a decrescere.
La teoria del picco petrolifero si deve a M. K. Hubbert, un
geologo americano. Nel 1957, quando l'estrazione in Usa cresceva
trionfalmente e... ... sembrava inesauribile, Hubbert elaborò
un modello matematico, grazie a cui predisse che la produzione
Usa avrebbe cominciato a diminuire dal 1970. Non fu preso
sul serio: fino al 1971, quando i petrolieri texani videro
i loro pozzi diventare ogni giorno meno produttivi, fino a
seccarsi del tutto.È accaduto anche ai giacimenti del
Mare del Nord, sfruttati dai britannici e norvegesi: hanno
buttato energicamente per vent'anni, ma dal 2000, ineluttabilmente
si prosciugano. Ormai sono sempre di più a credere
al "picco". Un geologo irlandese, Colin Campbell,
ha fondato un'Associazione per lo studio del Picco Petrolifero
(Aspo), che tiene sotto controllo la "curva di Hubbert"
a livello globale, e lancia periodici allarmi. Per alcuni
di questi profeti, il picco sarà raggiunto verso il
2020. Per altri, nel 2007. Per i più catastrofici,
è già dietro le nostre spalle. Il che non significa
che l'oro nero finirà da un giorno all'altro; ma che
la produzione cala ineluttabilmente, l'estrazione di quel
che resta avverrà a costi sempre maggiori, in strati
più profondi e con mezzi tecnici sempre più
complessi, e nonostante tutto l'offerta non riuscirà
a coprire la domanda.
Va detto che molti sono scettici. Esistono scienziati convinti
che il petrolio continui a formarsi naturalmente nel fondo
della Terra, e dunque non mancherà mai. Per questi
scettici, il "picco petrolifero" è un complotto
delle compagnie petrolifere per tenere alti i prezzi; oppure
della lobby nucleare, per spingerci a costruire centrali atomiche.
Per altri ancora, è un complotto della lobby ecologista,
che ci vuol far passare ai mulini a vento, ai pannelli fotovoltaici,
alle fonti "rinnovabili" per motivi ideologici.
I credenti nel "picco" ritorcono accusando gli scettici
di far parte di un complotto mondiale: delle forze oscure
capitaliste, interessate a mantenere nell'opinione pubblica
l'illusione che l'età dell'auto e dell'energia facile
- su cui si basa la società dei consumi - non finirà
mai.
Se nel settore le teorie del complotto spuntano come funghi,
un motivo c'è: le multinazionali petrolifere (le ex
Sette Sorelle) e i Paesi produttori, per motivi diversi, non
pubblicano dati affidabili. Le Sorelle, per esempio, sopravvalutano
sistematicamente le loro riserve presunte, per tenere alti
i loro titoli in Borsa. A intorbidare le acque - come logico
quando si parla di una materia prima sporca e oleosa - c'è
il comune interesse a nascondere i profitti immensi, e indebiti,
che il rincaro in corso produce. Perché una grande
compagnia, che sta magari estraendo petrolio nel Mare Artico
in condizioni probitive, dove il mero costo di un barile si
aggira sui 15 dollari, ha però anche numerosi pozzi
in Arabia Saudita, dove il costo puro di produzione è
ancora inferiore ai 7 dollari. Si capisce che, col barile
a 73 dollari, la "cresta" è grossa.
Per questo, ad esempio, la Exxon Mobil ha appena annunciato
i massimi profitti quadrimestrali mai vantati nella storia
da nessuna azienda: 88,98 miliardi di dollari, rispetto agli
82,05 dello stesso quadrimestre dell'anno scorso. Volete avere
un'idea di quanto sia astronomica questa cifra? Il prodotto
interno lordo degli Emirati Arabi Uniti è meno di 75
miliardi; quello del Kuwait di 55. In un solo quadrimestre,
la Exxon guadagna più di quanto alcuni dei maggiori
Stati petroliferi guadagnano in un anno. C'è un evidente
interesse a nascondere questi dati agli automobilisti, arrabbiati
neri ad ogni aumento della benzina alla pompa.
Per capire, bisogna ricorrere ad indizi. Così Matthew
Simmons, un banchiere e analista del petrolio di Houston,
ha pubblicato un rapporto in cui sostiene che i pozzi sauditi
sono in esaurimento. La prova? "I sauditi stanno investendo
pochissimo nell'esplorazione e sviluppo di nuovi giacimenti,
e moltissimo per cercare di tenere alta la produzione dei
loro giacimenti già noti, fra l'altro ricorrendo alla
tecnica costosa e pericolosa di iniettare acqua nei pozzi":
è la manovra disperata a cui i tecnici ricorrono per
far "salire a galla" il poco greggio rimasto in
un pozzo che si sta esaurendo, e che finisce per obliterarlo
per sempre. L'Arabia Saudita ha smentito energicamente. Ma
è vero che i suoi campi sono in coltivazione ormai
da decenni, e che non spende in ricerche e prospezioni - segno
che non spera di trovare più nulla sotto le sue sabbie.
Se ha ragione Simmons, la situazione è nera. Perché
il Dipartimento dell'Energia Usa, nelle sue proiezioni del
2004, confidava soprattutto nell'Arabia Saudita per coprire
l'aumento della domanda mondiale, il 57% in più tra
il 2001 e il 2025. In questa proiezione ufficialissima, si
diceva che l'Arabia avrebbe aumentato gradualmente la sua
produzione in 25 anni dagli attuali 10,2 milioni di barili
al giorno, a 22,5 milioni: un aumento del 120 per cento. Ormai
poco credibile, come le altre proiezioni del ministero americano.
Secondo il quale il resto della domanda globale sarebbe stato
coperto dal greggio del Caspio, con 8,5 milioni di barili
al giorno, che non si sono ancora concretizzati. Dalla Nigeria
con 1,6 milioni, e in Nigeria la produzione è bloccata
da una guerriglia in corso. E da "Kuwait, Iraq e Iran"
con 7,6 milioni di barili. Ora, l'Iraq è nel caos ed
ha quasi smesso di produrre, e l'Iran è sotto minaccia
di bombardamento.
Così è l'aggressiva politica di Washington,
il cui scopo reale sarebbe - secondo i complottisti - di accaparrarsi
il possesso diretto delle riserve petrolifere mondiali in
diminuzione, soprattutto per sottrarle alla Cina, a complicare
ancor più le cose.
L'Iran, terzo per riserve mondiali di petrolio e gas, diventa
un fornitore troppo insostituibile, perché possa essere
essere isolato, come vuole fare Washington. Pechino ha promesso
a Teheran infrastrutture e impianti, in cambio di una fornitura
garantita di lungo periodo; e perciò al Consiglio di
Sicurezza Onu si oppone tenacemente alle sanzioni contro l'Iran.
"Per la Cina, l'energia è più importante
delle ambizioni nucleari iraniane", dice Friedemann Mueller,
dell'Istituto Germanico di Affari Internazionali.
India e Pakistan, nonostante le ingiunzioni della Rice, hanno
già stretto con l'Iran accordi per la costruzione di
oleodotti; persino il Giappone, fedele alleato degli Usa,
ha rotto i ranghi e si è messo ad offrire a Teheran
ampi scambi commerciali contro petrolio.
E non basta. Pechino ha aperto cordiali rapporti con tutti
i Paesi petroliferi africani, dall'Angola al Chad, sottraendoli
all'egemonia americana e francese; ha appena fatto nuovi accordi
con l'Arabia Saudita, ben felice di avere un partner alternativo
agli Usa. Tanto più che, al contrario degli Usa, la
Cina non fa la morale ai suoi fornitori sulla mancanza di
diritti umani e la democrazia nei loro Paesi, visto che su
questo punto ha più scheletri nell'armadio di tutti
gli altri. L'intera politica americana, a cui Bush ha voluto
imprimere i metodi di una "guerra del petrolio",
si sta sgretolando.
Così, l'Arabia Saudita ha concesso a Pechino di fare
prospezioni di ricerca nel "Quarto Vuoto", la parte
del deserto arabico così chiamata per le condizioni
inumane di calura e aridità che vi dominano. Ma proprio
questo può dire quanto sia disperata ormai la ricerca
dell'oro nero. Lo dice anche il fatto che tutte le Sorelle
anglo-americane stanno pregando Putin in ginocchio perché
le faccia partecipare allo sfruttamento del giacimento Shtockman,
un'area desolata del Mare Artico, dove le condizioni di estrazione
sono altrettanto proibitive che nel Quarto Vuoto arabico.
E non va dimenticato un altro indizio: gli Usa hanno cominciato
a sfruttare gli scisti bituminosi dell'Alaska. Abbondantissima
riserva di catrame, da cui con costi enormi e gravi danni
ecologici si estrae un petrolio pesantissimo, che produce
come materia di scarto montagne di zolfo, di cui non si sa
che fare. Le multinazionali andrebbero a cercare il petrolio
in queste condizioni estreme, se non sapessero per certo che
l'era dell'energia facile è finita?
Gli ottimisti replicano che tutta questa angoscia sulla fine
del petrolio è un complotto. Perché anche se
il greggio finisse, restano immense riserve di carbone. Solo
nel sottosuolo della Rurh, ce ne sarebbero a sufficienza per
3 mila anni di consumo europeo. Il fatto è che le miniere
della Rurh sono state chiuse perché l'estrazione in
miniera è costosa in termini umani ed ecologici. Per
di più, il carbone è più inquinante del
petrolio. Inoltre - ed è decisivo - è un solido,
che non può essere trasportato con tubature. "La
Siberia ha giacimenti immensi e vergini, ma a migliaia di
chilometri dai porti", spiega Mahomed Seedat, capo della
mineraria inglese Bhp Billiton. "Bisognerebbe trasportarlo
per ferrovia". Ma il Terzo Reich riuscì, con metodi
chimici, a distillare dal carbone benzina sintetica. I brevetti
tedeschi sono stati sequestrati dagli ameriani come preda
di guerra, e a quanto pare distrutti su richiesta delle petrolifere
Usa. Ma ora i colossi tedeschi del settore, Rwe ed Eon, stanno
provando a ricostruire quelle tecniche: l'idea è di
gassificare il carbone e poi renderlo liquido come ossido
di carbonio. In Australia si è pensato di incendiare
il carbone nei giacimenti, e ricavarne il gas che produce
la combustione sotterranea: si è rinunciato per ovvie
considerazioni ambientali. Per ora.
Perché visto il caro-petrolio, la domanda mondiale
di carbone sta aumentando a rotta di collo. E anche questo
sta rincarando. Il carbone usato nelle centrali termiche è
oggi a 50 dollari a tonnellata, il doppio di due anni fa.
Ma il più richiesto è il coke, quello che serve
alle acciaierie, ed è insaziabilmente richiesto dalla
Cina: questo costa già 125 dollari a tonnellata. Che
stia già finendo anche quello?