DISTINGUITI DALLA MASSA
ACQUISTA QUESTO SPAZIO
Fondato da Giovanni GARIBALDI     
<< RITORNARE
Articoli
Documenti
Rassegna stampa
Links
Contatto
Italia & Italia
L' Occasione
Mapa del Sito

 
ARTICOLI
LEGA NORD



Il petrolio è finito. O no?

Gli esperti di questioni petrolifere stanno notando una cosa: molte raffinerie sono in vendita, specie in Europa. A prezzi di saldo. Eppure nessuno le compra. Il fatto è strano, mentre il prezzo della benzina e derivati del petrolio sono alle stelle, e fra le cause del rincaro c'è proprio una insufficiente capacità di raffinazione mondiale. Perché?
La sola spiegazione possibile è che dai giacimenti esistenti non si riesce più ad estrarre il petrolio leggero di qualità superiore (sweet light crude), ma ormai solo greggio pesante e ricco di zolfo, che la maggior parte delle raffinerie non è in grado di "lavorare": ecco perché gli impianti esistenti sono in svendita. E la conferma verrebbe da una frase sibillina del segretario dell'Opec. Incitato e premuto da Usa ed Europa ad accelerare l'estrazione per venire incontro all'enorme aumento della domanda cinese, far flettere il prezzo del greggio ormai a 73 dollari a barile, l'Opec risponde, per bocca del suo segretario generale Mohammed Barkindo: "Che cosa possiamo fare che non abbiamo già fatto? È un problema di qualità". Ossia: non ci sono abbastanza raffinerie per lavorare il greggio pesante e cattivo, il solo rimasto ancora in abbondanza.
Il fatto darebbe ragione ai profeti di sventura che, nel campo specifico, profetizzano l'imminente "picco petrolifero". Ossia il punto in cui, nei giacimenti, l'estrazione ha raggiunto il suo massimo, e comincia a decrescere.
La teoria del picco petrolifero si deve a M. K. Hubbert, un geologo americano. Nel 1957, quando l'estrazione in Usa cresceva trionfalmente e... ... sembrava inesauribile, Hubbert elaborò un modello matematico, grazie a cui predisse che la produzione Usa avrebbe cominciato a diminuire dal 1970. Non fu preso sul serio: fino al 1971, quando i petrolieri texani videro i loro pozzi diventare ogni giorno meno produttivi, fino a seccarsi del tutto.È accaduto anche ai giacimenti del Mare del Nord, sfruttati dai britannici e norvegesi: hanno buttato energicamente per vent'anni, ma dal 2000, ineluttabilmente si prosciugano. Ormai sono sempre di più a credere al "picco". Un geologo irlandese, Colin Campbell, ha fondato un'Associazione per lo studio del Picco Petrolifero (Aspo), che tiene sotto controllo la "curva di Hubbert" a livello globale, e lancia periodici allarmi. Per alcuni di questi profeti, il picco sarà raggiunto verso il 2020. Per altri, nel 2007. Per i più catastrofici, è già dietro le nostre spalle. Il che non significa che l'oro nero finirà da un giorno all'altro; ma che la produzione cala ineluttabilmente, l'estrazione di quel che resta avverrà a costi sempre maggiori, in strati più profondi e con mezzi tecnici sempre più complessi, e nonostante tutto l'offerta non riuscirà a coprire la domanda.
Va detto che molti sono scettici. Esistono scienziati convinti che il petrolio continui a formarsi naturalmente nel fondo della Terra, e dunque non mancherà mai. Per questi scettici, il "picco petrolifero" è un complotto delle compagnie petrolifere per tenere alti i prezzi; oppure della lobby nucleare, per spingerci a costruire centrali atomiche. Per altri ancora, è un complotto della lobby ecologista, che ci vuol far passare ai mulini a vento, ai pannelli fotovoltaici, alle fonti "rinnovabili" per motivi ideologici. I credenti nel "picco" ritorcono accusando gli scettici di far parte di un complotto mondiale: delle forze oscure capitaliste, interessate a mantenere nell'opinione pubblica l'illusione che l'età dell'auto e dell'energia facile - su cui si basa la società dei consumi - non finirà mai.
Se nel settore le teorie del complotto spuntano come funghi, un motivo c'è: le multinazionali petrolifere (le ex Sette Sorelle) e i Paesi produttori, per motivi diversi, non pubblicano dati affidabili. Le Sorelle, per esempio, sopravvalutano sistematicamente le loro riserve presunte, per tenere alti i loro titoli in Borsa. A intorbidare le acque - come logico quando si parla di una materia prima sporca e oleosa - c'è il comune interesse a nascondere i profitti immensi, e indebiti, che il rincaro in corso produce. Perché una grande compagnia, che sta magari estraendo petrolio nel Mare Artico in condizioni probitive, dove il mero costo di un barile si aggira sui 15 dollari, ha però anche numerosi pozzi in Arabia Saudita, dove il costo puro di produzione è ancora inferiore ai 7 dollari. Si capisce che, col barile a 73 dollari, la "cresta" è grossa.
Per questo, ad esempio, la Exxon Mobil ha appena annunciato i massimi profitti quadrimestrali mai vantati nella storia da nessuna azienda: 88,98 miliardi di dollari, rispetto agli 82,05 dello stesso quadrimestre dell'anno scorso. Volete avere un'idea di quanto sia astronomica questa cifra? Il prodotto interno lordo degli Emirati Arabi Uniti è meno di 75 miliardi; quello del Kuwait di 55. In un solo quadrimestre, la Exxon guadagna più di quanto alcuni dei maggiori Stati petroliferi guadagnano in un anno. C'è un evidente interesse a nascondere questi dati agli automobilisti, arrabbiati neri ad ogni aumento della benzina alla pompa.
Per capire, bisogna ricorrere ad indizi. Così Matthew Simmons, un banchiere e analista del petrolio di Houston, ha pubblicato un rapporto in cui sostiene che i pozzi sauditi sono in esaurimento. La prova? "I sauditi stanno investendo pochissimo nell'esplorazione e sviluppo di nuovi giacimenti, e moltissimo per cercare di tenere alta la produzione dei loro giacimenti già noti, fra l'altro ricorrendo alla tecnica costosa e pericolosa di iniettare acqua nei pozzi": è la manovra disperata a cui i tecnici ricorrono per far "salire a galla" il poco greggio rimasto in un pozzo che si sta esaurendo, e che finisce per obliterarlo per sempre. L'Arabia Saudita ha smentito energicamente. Ma è vero che i suoi campi sono in coltivazione ormai da decenni, e che non spende in ricerche e prospezioni - segno che non spera di trovare più nulla sotto le sue sabbie.
Se ha ragione Simmons, la situazione è nera. Perché il Dipartimento dell'Energia Usa, nelle sue proiezioni del 2004, confidava soprattutto nell'Arabia Saudita per coprire l'aumento della domanda mondiale, il 57% in più tra il 2001 e il 2025. In questa proiezione ufficialissima, si diceva che l'Arabia avrebbe aumentato gradualmente la sua produzione in 25 anni dagli attuali 10,2 milioni di barili al giorno, a 22,5 milioni: un aumento del 120 per cento. Ormai poco credibile, come le altre proiezioni del ministero americano. Secondo il quale il resto della domanda globale sarebbe stato coperto dal greggio del Caspio, con 8,5 milioni di barili al giorno, che non si sono ancora concretizzati. Dalla Nigeria con 1,6 milioni, e in Nigeria la produzione è bloccata da una guerriglia in corso. E da "Kuwait, Iraq e Iran" con 7,6 milioni di barili. Ora, l'Iraq è nel caos ed ha quasi smesso di produrre, e l'Iran è sotto minaccia di bombardamento.
Così è l'aggressiva politica di Washington, il cui scopo reale sarebbe - secondo i complottisti - di accaparrarsi il possesso diretto delle riserve petrolifere mondiali in diminuzione, soprattutto per sottrarle alla Cina, a complicare ancor più le cose.
L'Iran, terzo per riserve mondiali di petrolio e gas, diventa un fornitore troppo insostituibile, perché possa essere essere isolato, come vuole fare Washington. Pechino ha promesso a Teheran infrastrutture e impianti, in cambio di una fornitura garantita di lungo periodo; e perciò al Consiglio di Sicurezza Onu si oppone tenacemente alle sanzioni contro l'Iran. "Per la Cina, l'energia è più importante delle ambizioni nucleari iraniane", dice Friedemann Mueller, dell'Istituto Germanico di Affari Internazionali.
India e Pakistan, nonostante le ingiunzioni della Rice, hanno già stretto con l'Iran accordi per la costruzione di oleodotti; persino il Giappone, fedele alleato degli Usa, ha rotto i ranghi e si è messo ad offrire a Teheran ampi scambi commerciali contro petrolio.
E non basta. Pechino ha aperto cordiali rapporti con tutti i Paesi petroliferi africani, dall'Angola al Chad, sottraendoli all'egemonia americana e francese; ha appena fatto nuovi accordi con l'Arabia Saudita, ben felice di avere un partner alternativo agli Usa. Tanto più che, al contrario degli Usa, la Cina non fa la morale ai suoi fornitori sulla mancanza di diritti umani e la democrazia nei loro Paesi, visto che su questo punto ha più scheletri nell'armadio di tutti gli altri. L'intera politica americana, a cui Bush ha voluto imprimere i metodi di una "guerra del petrolio", si sta sgretolando.
Così, l'Arabia Saudita ha concesso a Pechino di fare prospezioni di ricerca nel "Quarto Vuoto", la parte del deserto arabico così chiamata per le condizioni inumane di calura e aridità che vi dominano. Ma proprio questo può dire quanto sia disperata ormai la ricerca dell'oro nero. Lo dice anche il fatto che tutte le Sorelle anglo-americane stanno pregando Putin in ginocchio perché le faccia partecipare allo sfruttamento del giacimento Shtockman, un'area desolata del Mare Artico, dove le condizioni di estrazione sono altrettanto proibitive che nel Quarto Vuoto arabico. E non va dimenticato un altro indizio: gli Usa hanno cominciato a sfruttare gli scisti bituminosi dell'Alaska. Abbondantissima riserva di catrame, da cui con costi enormi e gravi danni ecologici si estrae un petrolio pesantissimo, che produce come materia di scarto montagne di zolfo, di cui non si sa che fare. Le multinazionali andrebbero a cercare il petrolio in queste condizioni estreme, se non sapessero per certo che l'era dell'energia facile è finita?
Gli ottimisti replicano che tutta questa angoscia sulla fine del petrolio è un complotto. Perché anche se il greggio finisse, restano immense riserve di carbone. Solo nel sottosuolo della Rurh, ce ne sarebbero a sufficienza per 3 mila anni di consumo europeo. Il fatto è che le miniere della Rurh sono state chiuse perché l'estrazione in miniera è costosa in termini umani ed ecologici. Per di più, il carbone è più inquinante del petrolio. Inoltre - ed è decisivo - è un solido, che non può essere trasportato con tubature. "La Siberia ha giacimenti immensi e vergini, ma a migliaia di chilometri dai porti", spiega Mahomed Seedat, capo della mineraria inglese Bhp Billiton. "Bisognerebbe trasportarlo per ferrovia". Ma il Terzo Reich riuscì, con metodi chimici, a distillare dal carbone benzina sintetica. I brevetti tedeschi sono stati sequestrati dagli ameriani come preda di guerra, e a quanto pare distrutti su richiesta delle petrolifere Usa. Ma ora i colossi tedeschi del settore, Rwe ed Eon, stanno provando a ricostruire quelle tecniche: l'idea è di gassificare il carbone e poi renderlo liquido come ossido di carbonio. In Australia si è pensato di incendiare il carbone nei giacimenti, e ricavarne il gas che produce la combustione sotterranea: si è rinunciato per ovvie considerazioni ambientali. Per ora.
Perché visto il caro-petrolio, la domanda mondiale di carbone sta aumentando a rotta di collo. E anche questo sta rincarando. Il carbone usato nelle centrali termiche è oggi a 50 dollari a tonnellata, il doppio di due anni fa. Ma il più richiesto è il coke, quello che serve alle acciaierie, ed è insaziabilmente richiesto dalla Cina: questo costa già 125 dollari a tonnellata. Che stia già finendo anche quello?

<< RITORNARE