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18.06.2004
EUROPA:
SI ALLA COSTITUZIONE!!!!
Formalizzata l'intesa: accolte le posizioni dei Paesi più
piccoli.
Rinviata invece la decisione sul successore di Prodi
BRUXELLES - E' un momento storico: l' Europa ha finalmente
la sua Carta Corstituzionale. Gli ultimi ritocchi, le intese
anche difficili dell' ultima ora, le trattative finali. Poi
nella serata di venerdì 18 giugno arriva da Bruxelles
l'annuncio ufficiale: i 25 leader europei hanno adottato la
Costituzione europea. «La Costituzione è ok»,
ha detto un diplomatico Ue mentre i leader applaudivano il primo
ministro irlandese Bertie Ahern, che ha presieduto con successo
i negoziati. Un lungo applauso ha accolto l'annuncio dell'accordo
sulla Costituzione. I leader europei hanno appaludito il «loro»
presidente di turno, il premier irlandese Bertie Ahern, che
ha condotto i negoziati, riuscendo a superare tutti gli ostacoli.
Dopo gli applausi e le congratulazioni, i leader hanno stappato
le bottiglie di champagne per brindare a un momento davvero
«storico» per il continente eropeo.
VOTO
A MAGGIORANZA - Arrivare alla conclusione non è stato
semplice. Ancora ieri, dopo un cammino lunghissimo, restavano
alcuni scogli decisivi, che minacciavano di far slittare di
nuovo il sì finale. Sul sistema di voto a maggioranza,
il braccio di ferro dei piccoli Paesi ai negoziati sulla futura
Costituzione Ue nel Consiglio europeo ha portato i suoi frutti.
Il documento che la presidenza irlandese ha portato alla sessione
plenaria innalza al 57 per cento la soglia dei paesi membri
necessari per adottare una decisione in Consiglio, mentre la
percentuale della popolazione resta al 65 per cento. Rimangono
immutati i correttivi previsti dal compromesso di questa mattina.
Lo ha reso noto ai giornalisti l'europarlamentare Andrew Duff,
uno dei rappresentanti del parlamento auropeo alla Convenzione.
ECONOMIA
- Nel testo finale della Costituzione europea presentato questa
sera alla sessione plenaria del Consiglio europeo dalla presidenza
irlandese non vi sono cambiamenti nelle due disposizioni essenziali
in materia economica. Resta dunque immutata la procedura per
i deficit eccessivi che aveva limitato, rispetto al progetto
iniziale della Convenzione, i poteri della Commissione europea.
Non cambia neppure l'articolo sulla procedura di decisione per
l'ammissione di un paese membro nell'area euro, che riconosce
potere di raccomandazione ai paesi della moneta unica.
RADICI
CRISTIANE - Non è passato il riferimento alle radici
critiane dell'Europa nel preambolo della Costituzione. Nel testo
che la presidenza irlandese dell'Ue ha sottoposto ai leader
nella sessione plenaria del Consiglio, questa sera a Bruxelles,
il preambolo resta immutato. Sette paesi, con l'appoggio di
diversi altri, avevano chiesto ancora oggi di inserire un riferimento
alle radici cristiane.
COMMISSIONE
- Nessuna intesa sul successore di Prodi alla guida della Commissione
europea. La scelta non si presenta facile, per la mancanza di
accordo tra i governi europei. La presidenza irlandese di turno
della Ue ha affermato che una decisione sulla successione di
Romano Prodi potrebbe essere rinviata. L'ipotesi del rinvio
è stata confermata dal ministro irlandese degli Affari
europei Dick Roche. Roche non ha però chiarito se il
rinvio è a domani o ad un'altra giornata in luglio. La
scelta per il nuovo successore di Romano Prodi, in ogni caso,
potrebbe essere limitata a due soli nomi: il ministro francese
agli Affari Esteri Michel Barnier e il primo ministro portoghese
Josè Durao Barroso. Lo hanno indicato fonti diplomatiche,
affermando che il premier belga Guy Verhofstadt si è
ritirato dalla corsa.
Due
attentati in Iraq, l'Onu non torna a Bagdad
Due attentati suicidi compiuti ieri a Baghdad hanno causato
la morte di 41 persone, in maggioranza civili iracheni. I feriti
sono più di 138. Sembra improbabile che il nuovo governo
iracheno riesca a ripristinare la sicurezza dopo il passaggio
dei poteri con l'amministrazione statunitense il 30 giugno.
Ieri a New York il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan
ha dichiarato che per il momento l'Onu non ttornerà in
Iraq perché la situazione è ancora troppo pericolosa.
ITALIA-SVEZIA
1-1
Finisce in parita la sfida tra Italia e Svezia. Al gol
di Antonio Cassano, ha risposto Zlatan Ibrahimovic. Gli Azzurri
hanno dominato lincontro per larghi tratti, sfiorando
il raddoppio più volte con Christian Vieri e Alessandro
Del Piero. Ora lItalia dovra vincere con largo punteggio
per superare il turno e accedere ai quarti di finale.
DANIMARCA, AVANTI TUTTA
La Danimarca si è imposta per 2-0 ai danni della Bulgaria.
Le reti sono state messe a segno dal milanista Jon dahl Tomasson
e da Jesper Gronkjaer. La Bulgaria è virtualmente eliminata,
mentre i danesi sono lanciati verso la qualificazione ai quarti
di finale.
STARKOVS:
"NON TEMIAMO LA GERMANIA"
Aleksandrs Starkovs, commissario tecnico della Lettonia, si
mostra tranquillo a 24 ore dal match contro i tedeschi. "La
Germania e' una squadra solida. Noi, pero', non siamo ragazzini
con i quali e' possibile scherzare. Non siamo qui per essere
presi a pallonate dagli avversari.Non abbiamo nessuna paura
della Germania. Il nostro obiettivo, domani, e' fare punti.
Vogliamo rendere il nostro girone equilibrato e interessante.
So che Oliver Kahn, il portiere della Germania, e' di origini
lettoni. Mi risulta che solo un quarto del suo sangue sia lettone.
Non credo che ci farà regali". ***
SEEDORF:
SONO PRONTO
Clarence Seedorf e' pronto per la gara di sabato contro la Repubblica
Ceca. Il centrocampista dell'Olanda ha recuperato dal problema
muscolare che lo ha costretto a saltare il match contro la Germania.
"Devo ancora sostenere un test ma sono sicuro che ce la
faro'".
LA
GERMANIA SCHIERA DUE PUNTE
La Germania tornera' al suo modulo tradizionale nella prossima
gara contro la Lettonia, e scendera' in campo con due attaccanti,
secondo quando annunciato da Rudi Voeller. Fredi Bobic dell'Herta
Berlino dovrebbe affiancare la punta dello Stoccarda, Kevin
Kuranyi. Nella partita contro l'Olanda, prima gara del Gruppo
D a Euro 2004 per i tedeschi, la Germania aveva giocato con
il solo Kuranyi in avanti. A fare spazio a Bobic, sarà
molto probabilmente il centrocampista Frank Baumann.
Il
presidente russo: avvertimmo gli americani del pericolo
Putin: «Saddam preparava attentati anti-Usa».
L'allarme lanciato dopo l'11 settembre e prima della guerra
in Iraq. Le dichiarazioni di Mosca in aiuto a Bush
MOSCA - La Russia avvertì gli Stati Uniti che
Saddam Hussein aveva pianificato «attacchi terroristici»
in territorio americano. Ad affermarlo è stato il presidente
della Federazione russa, Vladimir Putin, citato dalle agenzie
di stampa del Paese. «Dopo i fatti dell'11 settembre 2001,
e prima dell'inizio delle operazioni militari in Iraq, i servizi
speciali russi ricevettero più volte informazioni di
quel tipo, che vennero poi trasmesse ai colleghi americani»,
ha affermato Putin, citato dall'Interfax.
COMUNQUE
CONTRO LA GUERRA - Tuttavia, ha precisato Putin, la Russia
non aveva informazioni che permettessero di collegare il regime
di Saddam ad atti terroristici concreti. E «nonostante
queste informazioni su possibili attentati terroristici preparati
dal regime di Saddam, la posizione russa sullIraq è
rimasta la stessa».
AIUTO
A BUSH - Le dichiarazioni del leader del Cremlino costituiscono
un prezioso sostegno per George W. Bush, tornato nell'occhio
del ciclone dopo che nei giorni scorsi la commissione parlamentare
d'inchiesta Usa ha stabilito l'insussistenza di prove effettive
in grado di dimostrare i presunti collegamenti tra l'ex rais
iracheno e al-Qaeda, come invece pubblicamente sostenuto dal
presidente statunitense, e come addotto dalla sua stessa amministrazione
per motivare l'attacco del marzo 2003.
Per portare in salvo i figli, un ragazzino di 13 anni e una
bambina di 7, che la corrente del fiume Adda stava trascinando
via, un operaio di 40 anni è annegato ieri a Spino, in
provincia di Cremona
PIOLTELLO
( MI),ANNEGA PER SALVARE FIGLI!!!!
Angelo Martinelli, residente a Pioltello, in provincia di Milano,
stava trascorrendo la giornata di riposo in riva al fiume con
la famiglia e alcuni amici.
Verso le due di pomeriggio, i ragazzini sono entrati nel fiume
per giocare e rinfrescarsi. In quel punto, proprio sotto il
vecchio ponte, l'acqua sembrava bassa. Fatti pochi metri, a
uno dei bambini è sfuggita dal piede una scarpa che è
stata trascinata via dalla corrente.
I
bimbi hanno cercato di recuperarla, ma la corrente ha cominciato
a portare lontano anche loro. Spaventati, i piccoli hanno cominciato
a urlare e sono riusciti ad aggrapparsi a uno dei pilastri del
ponte. Dalla riva, i familiari si sono accorti di quanto stava
accadendo e si sono buttati in acqua per tentare di portare
i figli in salvo.
La prima a entrare nel fiume è stata la trentenne croata
amica della coppia milanese, dietro di lei Angelo Martinelli,
poi la moglie. Putroppo, improvvisamente, l'uomo è stato
inghiottito da un voragine profonda cinque metri, creatasi nel
letto del fiume, ed è annegato.
I bambini sono stati tratti in salvo da due bagnanti che si
trovavano poco lontano, ma per il padre non c'è stato
nulla da fare.
BUSH
: DIVENTA SANTO!!ULIVO IN PALLONE.............
Può un'opposizione che si candida a tornare alla guida
del Paese affidarsi a un unico argomento? Può Prodi,
presidente dell'Unione europea, e quindi consapevole delle complessità
della politica internazionale, basare la propria leadership
solo sulla bandiera arcobaleno? Sondaggio: come accogliere Bush?
Partecipare
o no alla festa del 2 giugno? Contestare la sfilata militare
o far finta di nulla? Manifestare contro George Bush in visita
a Roma? Appoggiare il governo di fronte all'ennesimo ricatto
politico dei sequestratori degli ostaggi italiani in Iraq, oppure
affrettarsi in distinguo?
Da molte settimane la politica dell'Ulivo sembra ruotare intorno
a una sola questione: la guerra a Baghdad e dintorni.
Certo, quel conflitto non è per niente popolare e probabilmente
è stato condotto in maniera sbagliata.
E il governo italiano, come gli altri che affiancano la coalizione
anglo-americana, ha le sue difficoltà e anche la sua
parte di errori.
Ma può un'opposizione che si candida a tornare alla guida
del Paese affidarsi a un unico argomento, per quanto popolare
possa essere? Può Romano Prodi, tuttora in carica come
presidente dell'Unione europea, e quindi consapevole delle complessità
della politica internazionale, basare la propria leadership
solo sulla bandiera arcobaleno?
DURA
CRITICA DA UN ECONOMISTA PRESTIGIOSO
Questa sensazione non è solo un argomento del centrodestra.
È anche al centro della dura critica mossa alla politica
ulivista da Michele Salvati, un economista prestigioso, che
proprio di Prodi è stato uno stretto consigliere. Secondo
Salvati non basta cavalcare il pacifismo e dire solo dei no.
Occorre spiegare agli elettori che cosa si intende fare in materia
di tasse, di rilancio industriale, si spesa pubblica. E naturalmente
anche di sicurezza. Oltre al no alla guerra, l'Ulivo di Prodi
come intende procedere contro il terrorismo internazionale?
AMATO:
IN PUBBLICO IL CONTRARIO DI QUEL CHE DICE IN PRIVATO
Sono tutti quesiti irrisolti. Ogni tanto prova a discuterne
anche un altro esponente critico del centrosinistra, Giuliano
Amato. Peccato che Amato sia il responsabile del programma dell'Ulivo
e dica in pubblico spesso il contrario di ciò che afferma
in privato.
La realtà è che l'Ulivo nella sua versione riformista,
il Triciclo, non sembra sfondare elettoralmente. E dunque ha
bisogno della sinistra più dura, Comunisti e Rifondazione
compresi.
Da qui nasce una bizzarra campagna elettorale, tutta giocata
sullo slogan «senza se e senza ma». Eppure, la politica
è fatta di molti «se» e moltissimi «ma».
SE
FOSSE ELETTO KERRY
Va ripetuto: il governo è in difficoltà, non ha
mantenuto molti impegni (a cominciare da una vera riduzione
delle tasse) e i sondaggi non gli sono, al momento, favorevoli.
Ma l'opposizione sembra adagiarsi sulla scia del solo umore
pacifista, rinunciando a chiarire come intende essere classe
dirigente. Sfrutta all'inverso l'effetto Bush, puntando sugli
antipatizzanti del presidente americano, che in Europa e in
Italia sono indubbiamente molti.
Se a novembre, per paradosso, negli Usa venisse eletto John
Kerry, un democratico che su molte questioni ha idee simili
a George Bush, a cominciare da cautela e tempi meditati per
il ritiro delle truppe Usa dall'Iraq, come si comporterebbe
l'Ulivo italiano?
Manifesterebbe anche contro di lui?
56
giorni da incubo!!!!!......Com'è andata??.
Savannah (Stati Uniti). Il tenente generale dell'esercito Ricardo
Sanchez, comandante in capo dei 130 mila soldati americani in
Iraq, sapeva di essere diventato un tormentone per il governo
italiano, ma non per questo si arrendeva. «La Delta force
è a disposizione per liberare i vostri tre ostaggi»
continuava a ripetere agli ufficiali di collegamento e ai diplomatici
italiani a Baghdad. Di tanto in tanto, negli ultimi due mesi,
tanto per apparire più credibile, Sanchez, che tra breve
sarà sostituito nel suo incarico, aveva anche assicurato
di sapere dove si trovasse il covo dei rapitori: una volta a
Ramadi, un'altra a Baghdad, un'altra ancora a Falluja.
Invariabilmente da Roma gli rispondevano: «Grazie, ma
non ora». E poi motivavano che nessuno, a Palazzo Chigi,
se la sentiva di autorizzare un intervento delle teste di cuoio
americane che poteva anche finire in un bagno di sangue. Sarebbe
stata una tragedia umana e politica dalle conseguenze incalcolabili.
Tutto
è improvvisamente cambiato alla fine di maggio e, dieci
giorni dopo, la Delta force è entrata in azione per liberare,
senza colpo ferire, i tre ostaggi italiani Maurizio Agliana,
Umberto Cupertino e Salvatore Stefio. Panorama
è in grado di ricostruire le ultime febbrili giornate
prima del blitz sulla base dei racconti incrociati di fonti
qualificate sia diplomatiche sia governative, italiane e non.
Lo spiraglio si apre quando due informatori della rete che il
Sismi ha impiantato in Iraq ben prima dell'invasione anglo-americana
del marzo dell'anno scorso raccontano, l'uno separatamente dall'altro,
in maniera un po' concitata, di aver «percepito uno strano
movimento in un quartiere nel circondario di Baghdad».
Che tipo di movimento? si spazientiscono gli agenti. Sussurra
il primo: «Sono arrivati alcuni stranieri». Mormora
il secondo: «Forse sono ostaggi di qualche banda».
Il
quartiere è localizzato a 75 chilometri a sud di Baghdad.
Una zonaccia, infestata da ex baathisti ancora fedeli a Saddam
Hussein e da predoni della peggiore specie. A Roma, nel suo
ufficio a Palazzo Baracchini, in via XX Settembre, il direttore
del Sismi, il generale Nicolò Pollari, decide che forse
vale la pena di trasmettere la notizia ai comandi americani
a Baghdad. È l'unico modo per poter verificare l'informazione.
Il generale Sanchez si dichiara grato. Dà ordine alla
Cia e alla Dia di mettere a confronto quella confidenza con
le altre che piovono ogni giorno dalle fonti più disparate.
Nel gergo degli 007 tutto questo viene chiamato humint, lo spionaggio
fatto cioè con gli esseri umani. Ai comandi americani
non basta. I generali e gli ufficiali di Langley e del Pentagono
decidono che occorrono anche il techint e il sigint, vale a
dire la tecnologia più sofisticata e le intercettazioni
dei segnali: rilevatori notturni, gps, raggi laser, centrali
di ascolto fino ad arrivare ai satelliti spia del network planetario
di Echelon. I risultati non si fanno attendere dopo mille appostamenti
notturni per evitare la controsorveglianza dei nemici.
Siamo
al 4 di giugno quando in un edificio malandato viene captata
la voce di un uomo che parla, anzi si lamenta, in polacco. Immediatamente
il generale Sanchez avverte il colonnello di Varsavia che fa
da collegamento con il suo esercito in Iraq. Sul posto arrivano
un paio di funzionari polacchi che ascoltano i gemiti e confermano:
«È sicuramente un nostro concittadino». La
notte successiva, gli apparati di ascolto percepiscono anche
alcune voci in italiano. Gli uomini del Sismi si mettono le
cuffie, registrano e inviano i nastri a Roma. Dall'analisi spettroacustica
effettuata qualche ora dopo a Forte Braschi, il quartier generale
dell'intelligence militare a Roma, si scopre che una delle voci
è quella di Stefio, l'ostaggio che ha sempre parlato
in italiano nei due video trasmessi dalle tv satellitari Al
Jazeera e Al Arabiya.
A
questo punto il cerchio si stringe. Da Roma il sottosegretario
Gianni Letta, incaricato da Berlusconi di coordinare le operazioni
di salvataggio dei tre italiani sequestrati, chiede ulteriori
conferme, pone mille quesiti, implora prudenza. Viene accontentato
perché i reparti d'intelligence militare che rispondono
a Sanchez passano a monitorare, minuto per minuto, i rapitori.
Quanti sono, che tipo di addestramento hanno ricevuto, come
si comportano, qual è il loro morale. Ma soprattutto
cercano di capire, con l'aiuto degli interpreti e degli psicologi
dell'esercito, in che modo potrebbero reagire a un eventuale
assalto.
Sono 48 ore di alta tensione. Il rapporto finale, trasmesso
al generale Sanchez conferma che la banda ha ricevuto gli ostaggi
di recente. Alcuni dei sequestratori appaiono preoccupati dal
clamore sollevato e soprattutto dall'isolamento che avvertono
intorno a loro.
E
qui è necessario aprire un altro capitolo di questa crisi.
L'intervento iniziale dell'intelligence italiana nella vicenda
degli ostaggi è avvenuto secondo il tipico modus operandi
del Mossad. Occorreva aprire subito una trattativa, scremare
i vari interlocutori e cercare così di mantenere in vita
il più possibile i prigionieri. Nelle prime fasi sono
stati due gli intermediari di cui si sono serviti gli ufficiali
italiani: un vecchio ambasciatore iracheno, molto noto fra i
baathisti di Saddam Hussein, e un importante esponente militare
del passato regime con agganci negli ambienti religiosi. Tutt'e
due gli iracheni suggeriscono di agire sul consiglio degli ulema,
i teologi di rito sunnita, e, in particolare, su Harith Suleiman
Al Dhari, 63 anni, il capo. «Solo gli ulema possono arrivare
a chi detiene i vostri prigionieri e a intercedere» assicura
l'ex ambasciatore.
La
via sembra quella giusta. I negoziati vengono ben impostati,
si parla addirittura di un imminente rilascio quando, di punto
in bianco, s'intromettono altri «consigliori» esterni:
Jabbar Kubaysi, il leader della sedicente resistenza irachena
che ha un filo diretto con il campo antimperialista in Austria
e in Italia, e Abu Musab Zarqawi, la colonna di Al Qaeda in
Iraq. Sono questi due personaggi che fanno saltare qualsiasi
mediazione e trasformano il sequestro in una micidiale macchina
di propaganda politica.
Le condizioni per la liberazione variano di volta in volta:
ora è il ritiro degli italiani (argomento caro ai feddayn
di Saddam), ora sono le marce pacifiste a Roma (tema caldo per
il movimento antagonista italiano), ora è la scarcerazione
di alcuni prigionieri di Ansar Al Islam, un'organizzazione legata
ad Al Qaeda.
Le
intromissioni innervosiscono e imbarazzano gli ulema che spariscono
dalla circolazione e si negano al telefono con i mediatori italiani
non senza aver fatto terra bruciata nelle moschee attorno alle
bande dei rapitori. Nemmeno il coraggioso Maurizio Scelli, il
commissario straordinario della Croce rossa italiana, riesce
a smuovere le acque nonostante le missioni umanitarie con medicinali,
cibo e acqua prima a Falluja, nel cuore del triangolo sunnita,
e poi a Najaf, in terra santa sciita.
I negoziatori italiani non si danno per vinti. A Panorama risulta,
per esempio, che riescono anche a convincere i leader curdi
a concedere la libertà a tre prigionieri di Ansar, fra
quelli ritenuti meno pericolosi. A Roma gli appelli pacifisti
portano in piazza migliaia di persone che ottengono anche un
messaggio del Papa.
Gli
stessi leader sunniti sono coccolati politicamente: su pressione
del governo italiano il partito islamico riesce a ottenere una
rappresentanza qualificata nel governo iracheno che nascerà
dopo il 30 giugno. L'unico ostacolo davvero insormontabile è
il ritiro delle truppe dall'Iraq. Su questo Berlusconi non molla
di un millimetro anche se moltiplica le iniziative politiche
con George W. Bush e con Vladimir Putin per chiedere un cambiamento
di status della missione Antica Babilonia: da forze di occupazione
a soldati di peacekeeping su mandato dell'Onu.
Questa incessante diplomazia parallela, attuata anche in direzione
della Siria e dell'Iran, porta i suoi frutti. Lo avvertono le
squadre di sorveglianza americane, polacche e italiane. I rapitori
parlano del vuoto che c'è attorno a loro e soprattutto
della necessità di defilarsi al più presto. Il
caso, dicono, è ormai arrivato a livelli politici troppo
alti per poter essere gestito da loro che chiedono solo dollari
sulla piazza di Dubai.
Ma
questo non significa affatto la resa. Quello che sembra il capo
della banda, a mezzanotte di domenica 6 giugno, lancia l'idea
di cominciare a uccidere gli ostaggi. «Che ne so? Prima
ne facciamo fuori uno. Oppure, che dite? Li uccidiamo tutt'e
quattro». Nel primo caso l'esecuzione, la seconda dopo
quella di Fabrizio Quattrocchi, servirebbe a raddoppiare se
non a triplicare la posta. Nel secondo caso, sarebbe un modo
per squagliarsela a gambe levate.
Quando, l'indomani, i messaggi con le intercettazioni arrivano
al comando Usa il generale Sanchez non perde un minuto. Convoca
l'ambasciatore Gianludovico De Martino, chiede di parlare con
Roma. «Bisogna far intervenire subito la Delta force.
I polacchi sono d'accordo e hanno inviato i loro reparti d'assalto
del Grom. Che ne dite?».
A Roma
Berlusconi e Letta si consultano con il generale Pollari. Per
il via definitivo pongono una sola condizione: «Attaccate
quando nella casa c'è il minor numero possibile di rapitori».
Martedì 8 giugno, alle 13.30 ora di Baghdad, due ore in
meno in Italia, Sanchez scatena la Delta force e il Grom. Berlusconi
non può attendere l'esito dell'operazione perché
deve prendere l'aereo per essere puntuale al vertice del G-8,
a Sea Island, in Georgia. Sono minuti d'angoscia che vengono interrotti
dall'attesa telefonata di Letta: i nostri sono finalmente liberi
e ora sono a bordo di un elicottero americano, diretti all'aeroporto
di Baghdad. |